A due anni dalla rivolta, il Bangladesh non è un Paese per donne
Il malcontento delle giovani attiviste: «Siamo state marginalizzate dai grandi partiti. Cercano di zittirci, ma non ci riusciranno». In Parlamento solo 7 elette e 50 assegnate «per quota»

«Sheikh Hasina? La sua ascesa e tracollo sono una perfetta rappresentazione visiva della caducità del potere. Ma rappresentano in pieno anche la cultura patriarcale di questo Paese, perché senza l’eredità politica del padre, Mujibur Rahman, Hasina non avrebbe costruito una carriera simile». Faiza Fairooz ha 23 anni ed è iscritta alla Facoltà di Belle Arti della Dhaka University, l’università più progressista di questo Paese del sud-est asiatico da 180 milioni di abitanti dove ricorre il secondo anniversario del più radicale cambiamento politico da decenni. Nella sede della facoltà all’ora di pranzo c’è chi chiacchiera sotto gli alberi frondosi, chi gioca a badminton, chi modella sculture in legno. Tutto sembra come l’abbiamo lasciato l’ultima volta che siamo stati qui, a fine 2023. Allora però nel parchetto di fronte alla mensa c’era una gigantografia di quattro metri per due: a sinistra Sheikh Hasina, leader dell’Awami League e prima ministra dal 2008; a destra suo padre, Sheikh Mujibur Rahman, tra i protagonisti della guerra d’indipendenza con cui nel 1971 l’allora Pakistan orientale è diventato Bangladesh, liberandosi dal giogo del Pakistan. Oggi quella gigantografia non c’è più. Al suo posto, graffiti che inneggiano alla “seconda liberazione” e che glorificano la memoria dei nuovi “martiri”.
Il 5 agosto 2024 Sheikh Hasina è stata infatti costretta alla fuga in India, dopo la cosiddetta “rivolta di luglio”. Oggi nella capitale e nel resto del Paese marce, manifestazioni, dibattiti pubblici si accavallano. Per celebrare il secondo anniversario dalla caduta di Hasina è prevista anche l’inaugurazione del “July Mass Uprising Memorial Museum”, che ha sede nella sua ex residenza privata, Ganabhaban. Fortemente voluto dal premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus, per 18 mesi a capo del governo di transizione post-rivoluzionario, è inaugurato da Tarique Rahman, primo ministro dal febbraio scorso e presidente del Bangladesh Nationalist Party. Il partito che alle elezioni del 12 febbraio ha meglio capitalizzato, con 209 seggi su 300 al Parlamento, la rivolta di due anni fa. Guidata dagli studenti. Anzi, dalle studentesse.
Tra loro c’era Faiza Fairooz, appunto. E Shima Akter, 26 anni, iscritta alla facoltà di Musica della Dhakha University. «Sono stata in prima linea nel movimento di luglio, che all’inizio era solo contro le discriminazioni, per la riforma delle ‘quote’», i posti di lavoro del settore pubblico riservati ai familiari dei veterani della guerra del 1971, divenute strumento di corruzione. «In seguito, è diventato un movimento per la fine del sistema fascista». Shima Akter ha partecipato «come donna, come studentessa, per porre fine a ogni forma di discriminazione», a partire da quella di genere. Due anni dopo, il bilancio è in chiaroscuro.
L’attivista rivendica il contributo cruciale suo e delle compagne al rovesciamento del regime di Hasina, quando sono scese in piazza sfidando il coprifuoco, l’ordine di sparare a vista e la violenza delle forze di sicurezza (almeno 1.400 i morti, secondo l’Onu). Ma lamenta, a rivoluzione compiuta, la crescita delle forze reazionarie contrarie al protagonismo delle donne: «Dopo luglio, siamo state marginalizzate dai grandi partiti politici, che non sostengono davvero l’emancipazione femminile. Molte di noi sono frustrate, perché vedono che qui un cambiamento radicale è impossibile». È arrabbiata, più che frustrata, Saydia Gulrukh, giornalista con una lunga esperienza di attivismo nei movimenti per i diritti delle minoranze, per la giustizia sociale e di genere. «Sfortunatamente la questione dell’uguaglianza di genere è diventata parte di una guerra ideologica: c’è chi ci vuole salvare, c’è chi ci vuole tenere a casa, ma io sono una cittadina, voglio esercitare i miei diritti, non essere oggetto di una disputa tra uomini», spiega ad Avvenire.
Secondo Gulrukh, a dominare la campagna elettorale dello scorso febbraio che ha visto confrontarsi la coalizione capeggiata dal Bangladesh Nationalist Party e quella guidata dal Jamaat-e-Islami, partito islamista conservatore, «è stata la discussione se le donne debbano lavorare o meno, quanto debbano lavorare, come proteggerle, cosa fare per loro. Si tratta di una visione ispirata a valori e pregiudizi patriarcali, non c’è dubbio». Per chi ne avesse, ecco qualche dato. Le donne candidate dai partiti sono state meno del 4% del totale. Quelle elette, soltanto sette (alcune, mogli di ex parlamentari maschi). Alle quali si aggiungono 50 seggi riservati per legge alle donne, come “quota di genere”, ma attribuiti con una selezione opaca. Desideri e obiettivi erano diversi nei giorni della rivolta, quando le studentesse cantavano slogan come «Nari jekhane agroshor, quota sekhane hasshokor», «Dove le donne stanno facendo progressi, le quote sono assurde».
È assurda per molte attiviste anche la decisione della leadership maschile del National Citizen Party (NCP), il partito che avrebbe dovuto convogliare l’energia giovanile post-rivoluzionaria, di allearsi proprio con il Jamaat. Il partito islamista vanta sì mezzo milione di attiviste, ma insieme ad altri 29 dello spettro politico non ha candidato alcuna donna, perché i ruoli di genere vanno rispettati, ripete l’emiro Shafiqur Rahman. L’alleanza è costata al partito dei giovani molto critiche e importanti adii. Tasnim Jara, 31 anni, studi di medicina a Oxford, ricercatrice e divulgatrice su temi sanitari e tra le fondatrici, ci spiega: «Quando è diventato chiaro che anche l’NCP si affidava alla vecchia guardia, beh, mi sono fatta da parte». Tra molte studentesse della Dhaka University, dove nel settembre 2025 alle elezioni per la rappresentanza studentesca si è imposto la Chhatra Shibir, l’organizzazione giovanile del partito Jamaat, cresce la preoccupazione per l’aumento dei casi di violenza, per le intimidazioni, per i tentativi di imporre limiti alle loro libertà. «Ci hanno attaccato sui social, hanno cercato di intimidirci, siamo state umiliate con accuse di promiscuità», riprende Shima Akhter, la studentessa di Musica. «Cercano di zittirci. Ma non ci riusciranno».
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