La transizione obbligata: a Cuba l'energia verde è un motore per resistere
di Chiara Vitali, inviata all'Avana
Sull’isola strozzata dell’embargo è boom di pannelli solari. Nel 2025 installati impianti fotovoltaici per una potenza di 1200megawatt grazie ai materiali forniti dalla Cina. Cruciale il ruolo delle Mipymes, le piccolo-medie imprese cubane

Quando il blackout arriva, si perde ogni punto di riferimento. Il primo istinto è cercare una luce. Ma la luce non c’è più. E nemmeno l’energia, né l’acqua in casa, perché le pompe che la trasportano hanno bisogno della corrente. All’Avana, i blackout sono quotidiani. È così da almeno sei mesi. Interi quartieri si sprofondano nel buio a sere alterne, per 20-30 ore. Alla Casa della Cultura del quartiere del Vedado, uno dei più benestanti della capitale cubana, tutte le attività si sono dovute bloccare. Senza energia, niente più corsi serali di canto, teatro e ballo, né momenti di aggregazione per il quartiere. È stato così per mesi, fino a che – a fine settembre – in cima all’edificio sono stati montati otto pannelli solari. Si arriva all’installazione tramite una scaletta stretta e ripida. I pannelli sono arrivati grazie a un progetto italiano, “Energia per la vita”, promosso da diverse associazioni (Arci, Anpi, Cgil, Anaic, Nexus, Arcs). Grazie a una raccolta fondi di 400mila euro, 391 pannelli solari sono stati installati in 11 strutture del territorio cubano. «Ora potremo ricominciare con tutto», dice Elaine V., una delle responsabili della Casa della Cultura.
Se altrove la transizione energetica è una scelta, a Cuba il processo è obbligato. Da quando, a gennaio, il presidente statunitense Donald Trump ha di fatto bloccato ogni possibilità di importare petrolio dall’estero – in un inasprimento senza precedenti dell’embargo che dura dagli anni Sessanta – Cuba deve fare per sé. «La produzione interna copre solo il 40% del fabbisogno. Il resto manca. E sappiamo che l’energia è vita: senza, si ammala tutto il resto» spiega Fernando Hiraldo del Castillo, rappresentante del Programma allo sviluppo delle Nazioni Unite nel Paese. C’è una sola eccezione: le piccole-medie imprese – le cosiddette Mipymes – possono importare piccole quantità di petrolio per uso esclusivamente privato, senza cioè che arrivi allo Stato o venga usato in ambito pubblico. E da chi lo importano? Proprio dagli Stati Uniti. L’apparato statale deve quindi guardare ad altre strade. Il percorso verso l’energia solare è iniziato già negli scorsi anni. «Gli impianti termoelettrici cubani sono vecchi ed era già chiara la necessità di un ammodernamento. Riparare il sistema richiede però ingenti risorse» spiega Hiraldo. L’isola si era data degli obiettivi: raggiungere il 24% della produzione da fonti rinnovabili nel 2030, il 40% nel 2035 e il 100% nel 2050. Ora, si prova ad accelerare. «Tra il 2025 e il 2026, Cuba ha installato 1200 megawatt di potenza fotovoltaica. Alcuni pannelli arrivano grazie alla cooperazione internazionale ma, per la maggior parte, l’isola paga con risorse proprie» spiega Hiraldo. Il fornitore principale è la Cina, con cui il governo dell’Avana mantiene strette relazioni. L’ultima spedizione – 5mila pannelli – è stata annunciata da Pechino a fine settembre. Il governo cubano vuole arrivare a 92 parchi solari entro il 2028, a fronte dei 35 oggi presenti. La gestione è soprattutto statale: l’energia viene convogliata verso strutture che devono funzionare sempre. Come le terapie intensive degli ospedali pediatrici o poche e selezionate sale chirurgiche dove i medici di diversi reparti concentrano tutti i loro strumenti.
Quello delle rinnovabili è uno dei pochissimi settori economici in espansione. Non senza difficoltà: con i pannelli sono necessari gli inverter e le batterie, che garantiscono la possibilità di accumulo. Cresce il ruolo dei rivenditori privati, una novità. «Il pacchetto di 176 riforme economiche introdotto a giugno lascia più spazio alle Mipymes – specifica ancora Hiraldo del Castillo – E ne nascono diverse nel settore energetico. Sono loro che installano i pannelli sulle case o per i piccoli negozi». Anche Manuel S. vorrebbe in casa l’energia solare. L’uomo ha 56 anni e vive in due stanze all’Avana Vecchia, quartiere dove gli effetti del bloqueo sono pesantemente visibili. «Stiamo soffrendo molto. Qui non c’è da mangiare, fa caldo, i ventilatori non funzionano, le persone rischiano di impazzire». Con i pannelli in cima alla sua palazzina, le cose potrebbero migliorare. «Ma hai idea di quanto costano?» chiede l’uomo, lo sguardo ironico. «Arrivano a 2mila dollari. Solo i ricchi ce li hanno». Entrare in un negozio del settore lo conferma: 500 dollari il kit con un solo pannello, insufficiente per un’abitazione. Ma allora non è vero che il fotovoltaico sta avvantaggiando la popolazione? «Sono due discorsi diversi – risponde Manuel – A livello collettivo ne beneficiamo perché i pannelli alimentano alcuni servizi pubblici. Ma nelle case, la situazione non è uguale per tutti».
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