Il corpo, la cura, il racconto, il lutto: la morte dalla parte delle donne

di Ritanna Armeni, Rita Pinci
Per secoli agli uomini sono andati la gloria del sacrificio e la memoria pubblica, alle donne i gesti silenziosi del commiato. Dal parto al femminicidio e alla guerra, emerge una disparità che arriva fino al sepolcro vuoto
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October 31, 2026
Il corpo, la cura, il racconto, il lutto: la morte dalla parte delle donne
Donne al Sepolcro, particolare della predella del “Polittico della Misericordia” di Piero della Francesca custodito al Museo Civico di Sansepolcro
Come muoiono le donne? Come vengono raccontate le loro morti? E in che senso anche la morte ha un genere? Il numero di novembre di Donne Chiesa Mondo, il mensile dell’Osservatore Romano curato da Rita Pinci, esce oggi con il titolo «Sorella morte». Nel mese della Commemorazione dei defunti e della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la rivista affronta un tema ancora poco esplorato: il diverso registro con cui ricordiamo chi non c’è più. Degli uomini si celebrano spesso l’eroismo, le imprese e le parole; delle donne si raccontano soprattutto la cura degli altri e l’attenzione ai corpi. L’editoriale dal titolo Se la morte ha un genere, di cui pubblichiamo in questa pagina un ampio estratto, parte da questa disparità per interrogarsi su come e perché alcune vite trovino spazio nel racconto pubblico, mentre altre restino confinate nell’ombra o nella sfera privata.
All’alba del primo giorno dopo il sabato, tre donne camminano verso un sepolcro: Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome. Portano oli aromatici, hanno il volto segnato dal dolore. Ma non vanno soltanto a piangere e a pregare. Hanno un compito che solo loro possono svolgere: ungere un corpo. E sono le prime a trovare il sepolcro vuoto.
In questa scena evangelica è racchiusa una differenza che attraversa la storia dell’umanità: quella tra la morte degli uomini e quella delle donne.
La morte come evento, impresa, sacrificio glorioso, riflessione sul destino umano è raccontata dagli uomini. La morte come corpo da lavare, vestire, profumare e vegliare è affidata alle donne.
E quando a morire sono le donne? Qual è il rapporto con il loro corpo? E quale quello degli uomini?

Due diversi racconti

La letteratura ha scelto a lungo la morte maschile e l’ha trasformata in archetipo, mito, poesia. Nell’Iliade gli uomini muoiono in battaglia e il poeta si sofferma sulle ferite, sui nomi, sulle città di chi cade. La morte è canto, epitaffio, memoria collettiva. È la bella morte, quella che consegna l’eroe alla storia.
Dopo, però, il corpo torna alle donne. Quando Priamo riscatta il cadavere di Ettore, Achille ordina alle ancelle di lavarlo e ungerlo. A Troia sono Andromaca, Ecuba ed Elena a intonare il lamento funebre, e il poema si chiude sulle loro voci.
Nell’ Antigone di Sofocle questa divisione si trasforma in un conflitto aperto. Creonte difende le leggi e l’ordine della città; Antigone rivendica il diritto di seppellire il fratello, lasciato insepolto ed esposto agli animali. Da una parte il potere, dall’altra il dovere della cura: il corpo del morto contro la ragion di Stato.
Un’eccezione sembra essere il martirio cristiano: uomini e donne muoiono per la stessa fede. Eppure, anche qui, le narrazioni non riescono a celare una profonda disuguaglianza.
Il martire uomo muore parlando. Stefano, prima di essere lapidato, prega: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Ignazio di Antiochia, in viaggio verso Roma, scrive: «Sono frumento di Dio, macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo». Il martirio maschile è dialogo, testimonianza, predica. Quello femminile, invece, viene raccontato attraverso il corpo. Di Blandina, schiava uccisa a Lione nel 177, le fonti narrano che i carnefici si diedero il cambio dall’alba alla sera senza riuscire a piegarla. Poi vengono le vergini: i seni strappati ad Agata, il bordello minacciato a Lucia, Agnese esposta nuda in un lupanare. La verginità e la castità sono la misura della loro virtù. Ancora nel Novecento Maria Goretti è stata a lungo presentata soprattutto come martire della purezza, più che come vittima di un uomo. Eppure le sue ultime parole riguardano il perdono del suo assassino.
Sarebbe sbagliato, tuttavia, pensare che il controllo del corpo delle donne sia stato esercitato solo dalle religioni. Queste gli hanno prestato un lessico autorevole, condiviso e potente. Ma anche quando il vocabolario religioso si ritira, il dispositivo sopravvive.

La morte nella modernità

Con l’età moderna, la morte maschile conserva i suoi luoghi pubblici: il fronte, il lavoro, la lotta politica. La morte femminile rimane invece confinata nel letto del parto, dentro casa, nelle mani di chi dice di amare le donne. Anche quando coincide con il momento in cui le donne danno la vita, raramente assume il rango di sacrificio eroico. È considerata, cinicamente, un rischio del mestiere.
Eppure la mortalità materna è tutt’altro che un problema del passato. Secondo le più recenti stime internazionali, circa 260mila donne muoiono ogni anno per cause legate alla gravidanza o al parto. E il rischio è profondamente diseguale: nell’Africa subsahariana una donna ha una probabilità di morire per cause materne enormemente superiore a quella di una donna dell’Europa occidentale.
C’è poi la violenza. Gli uomini vengono uccisi più spesso fuori casa, anche da estranei; le donne da persone che conoscono, spesso dentro la famiglia o la coppia. Secondo il rapporto di Unodc e UN Women, nel 2024 circa 83mila sono state uccise intenzionalmente nel mondo. Il 60 per cento da partner o familiari. Per gli uomini la quota di omicidi commessi dalla propria famiglia è intorno all’11 per cento. La violenza generale arretra, quella che nasce dentro la coppia no. La casa, luogo che dovrebbe proteggere, può diventare il posto più pericoloso.
Per questo è stata necessaria una parola nuova. Il femminicidio non è soltanto un omicidio con una vittima donna: è l’uccisione di una donna in quanto tale, dentro rapporti di possesso, controllo e disparità di potere.

La guerra:
chi muore e come

Poi c’è la guerra. Brutto affare, ma affare di uomini: il fronte, gli eserciti, le armi e il sacrificio militare hanno alimentato soprattutto racconti maschili. Oggi però le donne combattono, prestano servizio sanitario al fronte e muoiono in uniforme.
Valentina Galatova, 27 anni, psicologa, è stata la prima soldatessa russa uccisa in Ucraina. È morta ad appena un mese dall’inizio della guerra, sotto un attacco di mortaio durante l’assedio di Mariupol. Nelle stesse settimane, sul fronte opposto, è caduta Inna Derusova, 51 anni, sergente e medico di campo: è stata la prima donna di questa guerra a ricevere postumo il titolo di «Eroe dell’Ucraina».
E quando la guerra non ha più un fronte, la morte entra nelle case. A Gaza, secondo le stime di UN Women, contestate da alcuni analisti, tra l’ottobre 2023 e il dicembre 2025 sono state uccise oltre 38mila donne e ragazze, in una proporzione molto più alta che nei conflitti precedenti.

Le mani che restano

La morte non è soltanto un evento da raccontare o un destino da affrontare. È anche una relazione: qualcuno resta accanto a chi se ne va, ne sostiene il corpo, si fa carico della sua fragilità. Una cura essenziale, affidata soprattutto alle donne.
Fino a pochi decenni fa il lutto spettava a loro: vedove, madri, figlie, prefiche. Nei paesi italiani erano le donne a preparare i morti in casa: chiudere gli occhi, lavare il corpo, vestirlo con l’abito tenuto da parte per quel giorno. Nel Sud c’erano le lamentatrici. Il loro pianto non era sfogo: era una tecnica per impedire che il dolore travolgesse chi restava.
Poi la morte è uscita dalle case ed è entrata negli ospedali. La divisione, però, non è scomparsa. Ancora oggi chi assiste i malati terminali, accompagna gli anziani nelle Rsa e presta cure a domicilio è in grande maggioranza donna: mogli, figlie, infermiere, operatrici sociosanitarie, assistenti familiari, spesso migranti.
La scrittrice Michela Murgia, nel romanzo Accabadora , ha dato a questa storia la figura più scomoda. Bonaria Urrai, sarta in un paese sardo, di notte entra nelle case dove qualcuno agonizza e lo aiuta a morire. Nel paese tutti lo sanno: è chiamata, attesa. Murgia la presenta come l’ultima madre, colei che accompagna fuori dalla vita come un’altra ha accompagnato dentro.
Il gesto di Bonaria, che arriva a interrompere la vita, interroga la coscienza cristiana. Murgia, che era credente, non lo assolve: Maria, la figlia d’anima, quando scopre il mestiere della madre adottiva fugge. Ma il libro coglie una verità che va oltre il giudizio: la levatrice e l’accabadora sono due facce della stessa conoscenza del corpo, della stessa confidenza con il confine.

Ritorno al sepolcro

Al sepolcro gli uomini non ci sono: sono chiusi in casa, impauriti. Ci sono le donne, con gli oli, a prendersi cura di un corpo. E sono loro a ricevere per prime la notizia della resurrezione, a sentirsi chiedere perché cercano tra i morti colui che è vivo. Ma quando riferiscono ciò che hanno visto, gli apostoli non credono alle loro parole: pensano siano un vaneggiamento.
La prima notizia della vittoria sulla morte arriva da chi della morte si è sempre occupata con le mani. E non viene creduta.

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