Carità senza compromessi: ecco la santità di Francesco

Nei gesti quotidiani di Francesco d’Assisi, l'amore per il prossimo viene prima del rigore e si fa attenzione concreta ai bisogni dei fratelli. Un messaggio che ci aiuta a rileggere la solennità di Tutti i Santi
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October 30, 2026
È ormai alle porte la festa di Tutti i Santi, nella quale la Chiesa celebra «la città santa, la Gerusalemme del cielo che è nostra madre, dove l’assemblea festosa dei nostri fratelli glorifica in eterno» il nome di Dio. Già, ma chi è un santo? Si tratta, innanzitutto, di una persona come noi, che non cessa di essere un uomo o una donna con le proprie fragilità, combattute, però, e tante volte vinte (non sempre e mai in modo definitivo, ché altrimenti non ci assomiglierebbe più) con un’adesione superiore a Cristo e alla sua croce. Per semplificare le cose, potremmo dire che un santo è una persona capace di vedere il mondo a rovescio, sottosopra, nel senso che a lui (o a lei) nulla importa di tutto ciò per cui gli uomini lottano fino a scannarsi, mentre ritiene invece vitali cose alle quali la maggioranza delle persone non dedica la benché minima attenzione. Soprattutto, il santo mette sempre Dio al primo posto, perché sa che tutto passa e Dio solo resta: quindi, prima Dio, poi gli altri, e solo in fondo – senza farsi nessuno sconto a riguardo – se stesso. Così fece Francesco, come ci ricordano i suoi primi compagni, in alcuni episodi semplici, quasi dei fioretti, che però non hanno affatto il sapore della fiaba e piuttosto sanno di vita vissuta e condivisa.
Ne emerge una santità fondata non sui miracoli – i quali mostrano, ma non fanno la santità –, quanto su semplici vicende quotidiane, ordinarie eppure straordinariamente belle, come nei racconti dei primi anni trascorsi a Rivotorto. Fu un periodo, quello, di grandi slanci fraterni, sull’esempio di Francesco, che anteponeva le esigenze della caritas al rigore della penitenza: una volta, ad esempio, fece apparecchiare la mensa e sedere tutti a tavola, perché non si vergognasse a mangiare da solo un frate che si era alzato nella notte urlando in preda ai morsi della fame. In un’altra occasione, invece, convinto che dell’uva avrebbe fatto bene a un altro confratello, lo condusse in una vigna e cominciò lui a mangiarne per primo, perché questi non provasse imbarazzo a farlo: per tutto il tempo che visse, quel frate narrò molte volte agli altri, con grande devozione e non senza effusione di lacrime, il gesto di misericordia che Francesco aveva avuto nei suoi riguardi.
Un santo proteso verso gli altri e i loro bisogni; un santo capace di soccorrere senza umiliare, di rialzare senza ferire. Una santità fondata su relazioni fraterne, su rapporti liberi, avente come maestra e guida la carità. Una carità che non lasciava, tuttavia, il posto ad alcun compromesso, soprattutto quando ad essere in gioco era la sequela di Cristo. Narrarono infatti, quegli stessi compagni, che a uno dei frati che non voleva lavorare, né andare per l’elemosina, e neppure aveva troppa voglia di pregare, Francesco disse: «Va’ per la tua strada, fratello mosca! Tu vuoi mangiare il lavoro dei tuoi fratelli, ma sei ozioso nell’opera di Dio. Sei come il fuco, che non vuole guadagnare né faticare e divora il frutto della fatica delle api operose». Quanto, come si vede, abbiamo ancora bisogno d’imparare da un santo come lui!

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