Matera riscopre il suo “don Vito”: 106 anni tra penitenza e carità
Si avvia alla conclusione la fase diocesana del processo di beatificazione del servo di Dio. L'arcivescovo Ambarus: «Una perla del nostro clero»

Con la conclusione dell’ascolto dei testimoni e la presentazione della biografia ufficiale “Tutto di Dio, tutto per l’uomo”, si avvia a conclusione la fase diocesana delle indagini circa la santità e le virtù eroiche del servo di Dio monsignor Vito Staffieri. L’iter è parte del processo di beatificazione e canonizzazione del sacerdote di Matera scomparso nel 1991, all’età di 106 anni, in chiara fama di santità. La fase diocesana del processo è stata avviata il 18 maggio 2023 dall’allora arcivescovo di Matera-Irsina e vescovo di Tricarico, Antonio Giuseppe Caiazzo (ora alla guida della diocesi di Cesena-Sarsina), che di “don Vito” scriveva: «Sin da piccolo ha dato prova della grandezza della sua fede passando da innumerevoli prove» in una esistenza che lo ha «portato costantemente alla partecipazione delle sofferenze della Croce di Cristo, che ben sapeva leggere non soltanto nella sua carne, ma soprattutto nelle piaghe degli uomini e donne del suo tempo».
Il libro-biografia, edito da Bmg Matera, sarà presentato venerdì, alle 17, nella Casa di spiritualità Sant’Anna di Matera, con gli interventi dello stesso Caiazzo, di monsignor Pietro Amenta, direttore dell’Archivio storico diocesano di Matera-Irsina, e di don Antonello Petrocelli, vicario parrocchiale di Santa Lucia in Montescaglioso (Matera). Le conclusioni dell’incontro, moderato dal presidente del Parco culturale ecclesiale “Terre di Luce”, Lindo Monaco, sono affidate all’arcivescovo di Matera-Irsina e vescovo di Tricarico, Benoni Ambarus che ha definito don Vito «una perla del clero diocesano».

«Fu un campione della carità e un eroe della penitenza e della sofferenza - raccontano oggi i sacerdoti che lo hanno conosciuto -, fu luce e conforto per i più bisognosi, amando la Chiesa e i poveri con autentico distacco da sé, con una tenerezza che si rivestì quasi delle sfumature dell’amore materno»; afflitto da sempre da una brutta e dolorosa piaga ad una gamba che, misteriosamente, nonostante terapie e medicazioni, non guarì mai, e colpito da sordità, non rinunciò fino all’ultimo a trascorrere lunghe ore a confessare, aiutato da un rudimentale apparecchio acustico. Aveva una fila interminabile di penitenti che arrivavano persino dalle regioni limitrofe. Ma era anche capace di stare giorno e notte in adorazione eucaristica nella centralissima chiesa di Santa Lucia, a Matera, che fece restaurare vendendo la sua casa natale. Celebrò Messa fino all’età di 104 anni. Ma non vide mai realizzato il suo sogno più grande: una “Cittadella” alla periferia di Matera, per accogliere tutti gli “scarti” della società, gli ultimi, i più poveri, gli ex carcerati, per donare loro nuova dignità. «Quanto attuale era quella sua visione! Era il sogno di un uomo che vedeva il volto di Cristo in ogni persona che incontrava - dice il postulatore della causa, don Michele La Rocca -; per anni ho raccolto testimonianze e verificato fatti, ogni volta il mio cuore vibrava. Ho riletto i suoi tanti libri sulla perfezione dell’anima cristiana, sulla conversione del cuore, sulla centralità di Cristo, sulla penitenza e l’Annuncio. È paradossale ma più passa il tempo, più la sua memoria si rafforza nel territorio e la sua tomba è ormai meta di tante persone. È strano affermarlo. Ma la sua enorme eredità spirituale si fa strada nell’oggi».
La decisione di avviare la causa è stata dunque dell’arcivescovo Caiazzo: «Riflettendo sulla sua figura - osserva il presule - mi appaiono sempre più vere le parole di papa Benedetto XVI, quando diceva: “Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora sarà veramente umana”». Così monsignor Caiazzo spiega le motivazioni che lo hanno portato ad iniziare il cammino diocesano del processo su don Vito: «È il mistero dell’incarnazione che ci rivela che con Gesù, il Cristo, la presenza di Dio si fa carne e tutto in lui si compie perché tutto diventa bello: miracoli, parole, anche il dolore della passione. Guardando Gesù crocifisso cogliamo il dolore e la sconfitta del bello, di tutto ciò che è vero e buono. Ma dalla sorgente di grazia che scaturisce dalla croce (perdono dei suoi crocifissori, effusione dello Spirito, sangue e acqua che sgorgano dal suo fianco) la Chiesa riceve e celebra questo grande mistero che rende gloria al Padre perché la morte, dopo tre giorni, viene definitivamente distrutta, ridando senso all’anelito di vita eterna presente in ogni uomo. Tutto questo l’ho colto, leggendo e raccogliendo testimonianze su don Vito». Del quale Caiazzo afferma: «Un sacerdote che aveva capito l’importanza dell’intimità con il Maestro e Signore, Gesù Cristo: da lui chiamato, costituito sacerdote e inviato. Impregnato di vita divina, ha lasciato che l’umano parlasse ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito. E i canali della grazia di Dio sono scaturiti copiosi, attraverso di lui, per sanare cuori affranti, ridare speranza, illuminare il dolore e la sofferenza, seminando pace nei solchi dell’ingiustizia».
Tratti valoriali ancora “visibili” perché rappresentano il patrimonio di don Vito: «Ci ha lasciato una grande eredità spirituale - conclude Caiazzo - attraverso una fede vissuta, trasmessa, celebrata, in un momento difficile e complicato per la società e la Chiesa del tempo, in particolare di quella di Matera. Nel mistero eucaristico troviamo la componente essenziale e irrinunciabile della sua vita nella Chiesa e per la Chiesa, ben sapendo che chi opera e agisce è sempre il Signore, Gesù, presente. Alla luce di queste brevi considerazioni è da leggere la breve biografia di monsignor Vito Staffieri: “Tutto di Dio, Tutto per l’uomo”».

È ora in programma, annuncia don La Rocca, «il progetto, che è desiderio condiviso, di traslare la salma di don Vito dal cimitero monumentale vecchio della città alla rettoria di Santa Lucia, dove è stato per lunghi anni voce e profezia di Dio, in modo da implementarne il culto e la venerazione, in attesa di un miracolo riconosciuto che permetterà al servo di Dio di poter progredire nell'ascesa agli onori degli altari».
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