Parla il prof di religione di Acutis: «È stato Carlo a insegnarmi ad ascoltare gli alunni»
Dall’impegno nel volontariato alle domande sulla vita e sulla felicità: il ritratto di un adolescente capace di vivere in modo straordinario la quotidianità Fabrizio Zaggia, insegnante del giovane testimone al Leone XIII di Milano, ricorda un ragazzo curioso, solare e desideroso di confrontarsi con gli adulti: «Mi ha fatto capire che dietro ogni studente può esserci un santo»

«Carlo aveva domande grandi, e il desiderio di approfondire. Non temeva il confronto con noi adulti: anzi, era lui a cercarlo». Fabrizio Zaggia, 58 anni, è stato il prof di religione di Carlo Acutis all’Istituto Leone XIII di Milano, in quarta ginnasio e all’inizio della quinta.
Il 12 ottobre abbiamo celebrato la memoria liturgica di san Carlo Acutis, a vent’anni dalla sua morte. Cosa si prova ad avere un santo come alunno?
«Carlo era quello che ad ogni proposta rispondeva, con entusiasmo: “Sì, lo faccio!”. Spesso, quando arrivavo in aula, iniziava a dirmi: “Prof, ho una domanda per lei”, e tirava fuori argomenti molto interessanti. Una volta fece un intervento sul valore della vita. Non ricordo le parole esatte, ma ricordo – questo sì – che mi colpì davvero molto. Uscito dalla classe, andai dal responsabile della pastorale della scuola: “Carlo è un pezzo da novanta”, gli dissi».
A quanto pare non sbagliava...
«Era un ragazzo solare, sapeva farsi voler bene. Si impegnò tanto per il video di promozione del volontariato, con il quale partecipammo ad un concorso. Fu lui ad avere l’idea, anche quella di terminare inquadrando il sole. Si occupò lui del montaggio e aiutò anche le altre classi con il loro lavoro. Alcuni anni fa, come Istituto Leone XIII, lo abbiamo caricato sul canale Youtube. Ma lo sa una cosa?».
Cosa?
«Non fummo premiati, e neppure arrivammo nelle prime posizioni. Il santo non è un vincente, non è quello che ha per forza tutti 10. Aveva le sue difficoltà in alcune materie e dei punti di forza su altre. Carlo, se posso prendere in prestito un’espressione di papa Francesco, era uno dei “santi della porta accanto”. Faceva straordinariamente bene il quotidiano».
In quel breve video si vede anche lei, e compare nei titoli di coda. Le fa effetto?
«Beh, posso dire di avere un santo che mi ha ringraziato... Però, davvero, anche grazie a Carlo ho cominciato a guardare i ragazzi, i miei alunni, in maniera diversa. Spesso noi adulti tendiamo a inscatolarli all’interno di preconcetti. E ci perdiamo molto».
Parla di Carlo ai suoi alunni di oggi?
«Certamente. Da un po’ di anni insegno alla scuola primaria, sempre al Leone XIII, e mi capita di presentare le mostre eucaristiche di Carlo. Altre volte lavoriamo sul tema della scelta: i bambini e i giovani hanno grandi potenziali, e devono sapere che nessuno vuole bloccare il loro desiderio di volare alto».
Sono passati vent’anni, ma è rimasto in contatto con la classe di Carlo?
«Con diversi docenti sì, mentre i ragazzi – come è giusto che sia – sono andati in giro per il mondo. So che continuano a vederlo come l’amico, il compagno di classe, non come un personaggio famoso. È il “loro” Carlo».
Ha visto il film «Il mio nome è Carlo» di Giacomo Campiotti? Che giudizio ne dà?
«A me è piaciuto: viene restituita proprio l’immagine di un ragazzo talvolta determinato, e in altre occasioni più impacciato, come in effetti era e come è un adolescente».
Consiglierebbe a un insegnante di mostrare il film ai suoi studenti?
«Nel film ci sono alcune scene nelle quali vengono tirati fuori temi che a Carlo stavano a cuore, come quelli sull’onestà e sulla ricerca della felicità. Credo che sarebbero buoni spunti per una discussione in classe».
Per far parlare gli studenti...
«Dentro ciascuno di loro – anche dietro quelli più a disagio – c’è un mondo che non conosciamo, e c’è il Signore che sta operando. Dietro l’alunno che alza la mano, e anche dietro quello che fa un po’ più “disperare” gli insegnanti, può esserci un santo. Sarebbe un peccato non ascoltarli».
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