Chi sono i preti cappellani della Polizia: «Vicini agli agenti anche nell’era digitale»
I 75 sacerdoti addetti alla pastorale nella Ps sono riuniti a Roma per tre giorni di convegno sulla sfida delle relazioni personali al tempo dell’IA. Con loro il cardinale Ravasi, lo psichiatra Cantelmi e il capo della Polizia, Vittorio Pisani

«Mi è capitato che un agente, in un momento di crisi personale e di fatica sentimentale, mi abbia formulato una richiesta di preghiera, di presenza e di aiuto... Ecco, quel dialogo poi è divenuto per lui terreno fertile per la ripresa e l’approfondimento della propria fede...». Così don Gianni Giordano, cappellano della Polizia di Stato in servizio presso la Questura e il XII Reparto Mobile di Reggio Calabria, condivide con Avvenire uno spaccato del suo impegno quotidiano: «Per me si tratta di un servizio delicato di vicinanza e prossimità – prosegue –. È esserci per conoscersi e camminare insieme, per condividere frammenti di vita, per vivere la chiamata all’Amore di Dio!». Don Giordano è uno dei 75 cappellani della Polizia riuniti da ieri a Roma in un convegno che si chiuderà domani. Il titolo della tre giorni, “E si misero in cammino...”, prende spunto dall’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus. E il tema cardine poggia su una delle sfide di questo tempo complesso, quello delle relazioni interpersonali e del cosiddetto fattore umano nell’era dell’intelligenza artificiale e del digitale. «Abbiamo preparato una raffigurazione che presenta Gesù che accompagna due poliziotti, disegnata da un poliziotto, Matteo Plini», ci racconta don Luigi Trapelli, sacerdote della diocesi di Verona e da due anni cappellano coordinatore nazionale della Polizia, dicendosi convinto che, anche e soprattutto in tempi di relazioni digitali, spesso aride e impersonali, «noi siamo chiamati ad essere compagni di viaggio delle persone affidateci, intessendo profondi rapporti relazionali, diventando quel “valore aggiunto” che la Polizia ci riconosce».

«Siamo in 75 e spesso facciamo anche i parroci»
Attualmente, la Polizia conta circa 108mila effettivi, dislocati in tutta Italia. E i cappellani quanti sono e dove stanno? «Abbiamo 85 sedi nella Penisola, con settantacinque cappellani presenti – snocciola don Trapelli –. La maggior parte sono anche parroci o comunque svolgono un servizio pastorale nella loro diocesi. A differenza dei cappellani militari, siamo designati dai vescovi e poi la nomina è del ministro dell'Interno». Il compito specifico del cappellano della Polizia di Stato si collega alla pastorale di ambiente o di prossimità e mette al centro la figura umana e spirituale del poliziotto. In questi tre giorni, ad aiutare i convegnisti nelle loro riflessioni, contribuiscono le voci autorevoli del cardinale Gianfranco Ravasi e dello psicoterapeuta Tonino Cantelmi. Nel programma è prevista la Messa, presieduta dal nunzio apostolico per l’Italia, l’arcivescovo venezuelano Edgar Peña Parra. E sono annunciati gli interventi del capo della Polizia, il prefetto Vittorio Pisani, e del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Il materiale di questo convegno – anticipa don Trapelli – sarà poi oggetto del progetto pastorale dei prossimi anni, che stileremo a breve».
«Esserci sempre», dalla Lombardia alla Calabria
Il compito non è «semplice, specie in un periodo nel quale la Polizia è chiamata ad affrontare molte sfide, tra cui le manifestazioni violente di questi ultimi tempi», argomenta ancora il coordinatore nazionale. Ogni cappellano è chiamato infatti non solo a essere il depositario della sacralità, «che pure è un compito importante, ma a stare vicino alle donne e agli uomini della Polizia ascoltando le problematiche che vivono, manifestando la nostra vicinanza o, come dice lo slogan della Polizia, il nostro “Esserci sempre”». Nel tempo dedicato all’ascolto, confida ancora il calabrese don Giordano, «il Signore apre sempre una via di semina della sua Parola. E il cappellano è chiamato a metterci il cuore, elevando a Dio ogni singolo desiderio custodito con delicatezza e umiltà». Dalla Lombardia arriva invece don Gianluca Bernardini, in servizio a Milano, Monza e in Brianza. Anche per lui, nell’era del virtuale, quello della vicinanza è un valore non negoziabile: «Il mio ruolo può ridursi essenzialmente a due parole: “essere accanto” in ogni momento di gioia o di fatica. E questo fa la differenza».
«I giovani ci insegnano a non giudicare»
La pensa così pure padre Antoine G.J. Raaidy, cappellano dell’Istituto per ispettori di Nettuno, in provincia di Roma. «Mi ritengo fortunato, ho una sorta di “abbazia” con 1.200 giovani tra i 25 e i 30 anni» impegnati nella formazione per salire di grado. «È una sfida immensa perché non puoi raccontare loro banalità. Sono quasi tutti laureati. E ci insegnano ad ascoltare, a non giudicare, a sperare, a essere aperti al futuro. Sono molto avanti a noi». Già. Ma il lavoro in Polizia, intenso, impegnativo, con situazioni difficili da fronteggiare ogni giorno, non rischia di inaridirli, di renderli cinici? Padre Raaidy scuote la testa: «Non credo che si allontanino dalla Parola di Dio, ma da un certo modo banale di essere Chiesa o sacerdoti – conclude –. Però tornano subito appena riscoprono i tesori del Vangelo. E si commuovono».
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