L'identità di Israele? Si spiega con il mosaico delle "quattro tribù"'

Laici, religiosi nazionalisti, ultra-ortodossi e arabi rappresentano le anime di un popolo alla perenne ricerca di se stesso, tra incroci, mutazioni ed equivoci. Ecco cosa dice la storia, che spesso ha anticipato gli scenari politici
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October 31, 2026
L'identità di Israele? Si spiega con il mosaico delle "quattro tribù"'
La bandiera israeliana sventola sopra la città di Gerusalemme
Il più autorevole sostenitore della prospettiva che guarda a Israele come un mosaico composto da gruppi identitari pericolosamente sconnessi è l’ex-presidente della repubblica Reuven Rivlin. In un celebre e preoccupato discorso del 7 gennaio 2015 il decimo capo dello Stato ebraico ed esponente del Likud pronunciò quello che è passato alla storia come il “Discorso delle quattro tribù”. In futuro l’identità israeliana, dichiarò Rivlin, potrebbe dissolversi, assorbita da quattro distinte comunità: i laici, i religiosi nazionalisti, gli ultra-ortodossi e gli arabi. «Non una profezia apocalittica, ma una realtà», precisò il presidente.
Le elezioni del 27 ottobre, e la paralisi cui sembrano aver condotto, offrono una sintesi significativa del fenomeno. Il polacco David Ben-Gurion, premier dello Stato nato nel 1948, articolò a lungo il concetto del “nuovo ebreo”, testimone del superamento di una secolare discriminazione, un pioniere libero, padrone operoso della terra, la cui identità era solo marginalmente definita dalla religione. La tribù laica, colta, d’origine askenazita, che in fuga dai pogrom era arrivata già con le prime “aliyah” di fine XIX esimo secolo, e che dall’Europa nel ‘900 avrebbe portato l’egualitarismo socialista, egemonicamente declinato fino al 1977, e l’etno-nazionalismo, sentimento minoritario fiorito sotto la guida del primo ministro Begin e intrecciatosi in seguito all’esasperazione della formula liberal-capitalista. La sinistra sopravvive oggi nei Democratici di Yair Golan, mentre, pur con differenze importanti, il laicismo liberale sionista continua nel Likud del premier Netanyahu ed è condiviso da “Yashar!” di Eisenkot, e “B’Yachad” di Bennet e Lapid.
La seconda tribù, quella dei religiosi nazionalisti, si distende fra la tradizione, intercettata soprattutto dal Likud, e le forme più estremiste del sionismo, espresse dalle frange violente dei coloni nella Cisgiordania occupata, che prediligono “Sionismo Religioso” e “Potere Ebraico”, i partiti dei ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. Sia i religiosi nazionalisti che i laici hanno visto nel corso del ‘900 le proprie fila ingrossarsi grazie alla “legge del ritorno”. I mizrahi-sefarditi, gli “ebrei d’oriente”, nel decennio 1950-1960, e i “russi”, provenienti dalle ex-repubbliche sovietiche, dopo il collasso dell’Urss. I primi si avvicinano nelle scelte di voto ai religiosi nazionalisti, mentre i “russi” hanno come interprete quasi esclusivo il leader di “Yisrael Beiteinu” Avigdor Lieberman. Entrambi hanno rivendicato, e ancora rivendicano, la piena cittadinanza nei centri del potere istituzionale, economico e culturale, rimasta una prerogativa askenazita.
Non sempre gli ex-cittadini del comunismo ateo, dagli alberi genealogici confusi, sono accettati come ebrei dalla terza tribù, quella degli haredim, “coloro che tremano davanti a Dio”, o ultra-ortodossi. Divisi fra i riti askenazita e sefardita – cioè delle comunità ebraiche originarie da Europa centrale e da Penisola iberica e nord Africa – rappresentati rispettivamente da “United Torah Judaism” e “Shas”, per principio anti-sionisti, gli haredim hanno imparato a conservare per il momento il sogno teocratico e collaborare con lo Stato, mettendo a servizio della destra come della sinistra la loro esponenziale crescita demografica. Voti utilizzati per scongiurare la coscrizione, ricevere copiosi e detestati sussidi statali, e chiudersi nello studio dei testi sacri. Il tasso di fecondità è di 6,5 figli per donna, triplo rispetto al resto della comunità ebraica, più che doppio rispetto a quella araba, la quarta tribù.
Composta per circa l’85% da musulmani, la periferia sociale araba comprende anche i cristiani e i drusi. Questi ultimi, “conquistati” dalla nazione israeliana, distribuiscono il loro voto sul ventaglio dell’offerta laica sionista. I cristiani sostengono soprattutto “Hadash” e “Ta’al” (che insieme a “Balad” formano la “Lista Congiunta”), o la sinistra laica, mentre i musulmani trovano il loro centro di gravità elettorale in “Ra’am”, il partito islamico-conservatore di Mansour Abbas. Una tribù, quella composta dagli arabi, che secondo la “realtà profetica” del presidente Rivlin “resta esclusa” dal gioco democratico. Le altre tre, invece, diceva sempre Rivlin «sono assorbite in una battaglia per la sopravvivenza».
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