Don Tonio Dell'Olio: «I piccoli disarmati pagano il prezzo più alto. Ecco perché ho aderito»
Il sacerdote che siede nel board di Pax Christi International: i bimbi non sono numeri e non c’è una sofferenza che valga più di un’altra. Gaza però può diventare un simbolo e un monito per tutti, in particolare per i potenti

Hanno toccato quota 7mila le adesioni all’appello lanciato da Eugenio Mazzarella su “Avvenire” nei giorni scorsi, affinché venga dato il Nobel per la pace ai bambini di Gaza. Le persone che hanno aderito alla petizione, scrivendo a petizione.gaza@avvenire.it sono di diversa estrazione sociale. In crescita, in particolare, consiglieri comunali, assessori e sindaci, spesso in prima linea negli anni scorsi nei movimenti e nelle associazioni che hanno sostenuto la causa palestinese. C’è chi semplicemente si firma con nome, cognome e luogo di residenza, chi molto più spesso lascia un messaggio di solidarietà con i piccoli della Striscia. La partecipazione coinvolge comunità da nord a sud, con parole di vicinanza e sostegno ai bambini provenienti anche da lettori che vivono all’estero.
«Un rovesciamento della logica con cui normalmente guardiamo alla guerra: non premiare i potenti che firmano accordi dopo aver combattuto, ma coloro che non hanno deciso la guerra e tuttavia ne pagano il prezzo più alto». Don Tonio Dell’Olio è un sacerdote, un costruttore di pace e di Premi Nobel se ne intende, visto che nel 1997 ne ha ritirato uno, per conto della Campagna contro le mine antiuomo. Dell’Olio siede nel board di Pax Christi International, con sede a Bruxelles, e ha aderito con convinzione alla petizione per la candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la pace.
Perché ha firmato?
Perché penso che la questione di Gaza non sia ancora esaurita, nonostante il silenzio calato su di essa. Questa candidatura serve a mettere al centro i bambini in guerra, a renderli protagonisti, a impedire che vengano ricordati soltanto come numeri: morti, feriti, amputati, orfani, sfollati. I bambini rappresentano la parte più innocente di una sofferenza infinita e d’altro canto non ne portano alcuna responsabilità. Come dice papa Leone, sono totalmente disarmati e, spero, anche disarmanti.
Tutti i bambini sono innocenti, in qualsiasi guerra: perché candidare quelli di Gaza?
Non c’è una sofferenza infantile che valga più di un’altra. Un bambino ucciso il 7 ottobre, un bambino ucciso a Gaza, in Ucraina, in Sudan o in qualunque altra guerra porta con sé lo stesso scandalo e la stessa domanda rivolta alla coscienza degli adulti. Proporre il Nobel per la pace ai bambini di Gaza, dunque, non significa escludere o dimenticare gli altri bambini vittime della guerra, né tanto meno contrapporre i morti palestinesi a quelli israeliani. Sarebbe moralmente insostenibile. Gaza può però diventare oggi un simbolo. I riconoscimenti simbolici funzionano proprio così: scelgono un volto, un luogo, una vicenda concreta per indicare una realtà universale. Per questo immagino il Nobel ai bambini di Gaza come un Nobel idealmente consegnato, attraverso di loro, a tutti i bambini vittime delle guerre, a cominciare senza esitazione dai bambini israeliani uccisi il 7 ottobre. Forse il significato più autentico di questa proposta sarebbe proprio questo: un Nobel contro la guerra, consegnato simbolicamente a chi della guerra non porta alcuna responsabilità e ne sopporta le conseguenze più atroci.
La candidatura dunque ha un significato solo simbolico?
Non solo. Questo conflitto ha portato a sopprimere una generazione intera. I bambini non sono stati vittime collaterali ma un obiettivo individuale, come sostengono diverse Commissioni d’inchiesta indipendenti. Il Nobel sarebbe anche un monito per gli adulti, e in particolare per i potenti: che mondo abbiamo costruito, se sono i bambini a doverci ricordare che cosa significa pace? Sarebbe un Nobel assegnato non a chi possiede la forza, ma a chi è completamente disarmato. Una sorta di proclamazione mondiale della forza dei senza forza. Direbbe che la pace non appartiene anzitutto ai governi, alle diplomazie e agli eserciti, ma a chi continua ad avere diritto a vivere, crescere, giocare, studiare, sognare.
Facciamo noi un sogno, padre Dell’Olio: come potrebbe essere impiegato il denaro del premio Nobel?
Dapprima per porre fine allo scempio. Oggi i bambini di Gaza lottano per nutrirsi, curarsi, istruirsi. Bisogna offrire loro un riparo. E poi occorre creare di palestre di convivialità nelle differenze, come diceva il mio maestro don Tonino Bello. Il Medio Oriente è il luogo cruciale in cui questo deve avvenire.
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