Italia unita e antichi feudi: la strana rivoluzione della Sicilia
Salvatore Lupo indaga sulle rivolte meridionali nel lungo periodo dal 1816 al 1926. Le vicende dell’Isola segnate dal legame tra regime borbonico, picciotti e separatismo

Come ricostruisce Salvatore Lupo nel suo Rivoluzione meridionale (1816-1926), edito da Donzelli (pagine 360, euro 28,00), a inizio Ottocento il partito siciliano del principe Carlo Cottone di Castelnuovo rappresentava i proprietari terrieri feudali, un ceto che si era opposto ai tentativi antifeudali di riforma perseguiti a Napoli, prima della Rivoluzione francese, dai Viceré illuminati e, tra il 1806 e il 1810, dai governi napoleonici. Quando, però, nel 1812, il Castelnuovo fu messo al governo dell’isola dagli inglesi che la “proteggevano” dall’invasione di Napoleone (occupante il resto del Regno di Napoli), accettò (assieme al re Ferdinando IV esule a Palermo) l’introduzione di una Costituzione sul modello inglese che aboliva la feudalità. L’abolizione della feudalità in Sicilia fu estesa dai Borbone, restaurati nel 1816 sotto il nome di Regno delle Due Sicilie, dalla Sicilia a tutto il Regno: attraverso la vendita degli ex beni e terreni feudali (anche ecclesiastici) a un danaroso nuovo «ceto borghese moderno, in grado di promuovere il progresso economico».
Ma l’autore, dopo avere individuato le origini rivoluzionarie del fenomeno, riconduce al retaggio del vecchio sistema feudale dell’Antico Regime borbonico le nuove «squadre di picciotti in armi» al servizio dei nuovi padroni e il loro puntare (nella Sicilia palermitana) al separatismo da Napoli, imbarcando anche «elementi criminali». Il peccato della nuova borghesia siciliana (nata dall’abolizione inglese della feudalità) fu quindi, secondo Lupo, il non essersi completamente sbarazzata di essa e di aver fatto la rivoluzione del 1848 in combutta con aristocratici ed ecclesiastici. Innestandola sul mito della «nazione siciliana», un mix di feudalesimo e di potere ecclesiastico derivante dalla Legazia apostolica siciliana: il titolo che papa Urbano VIII, all’epoca della Prima Crociata, aveva concesso ai re normanni di Sicilia e, a partire da allora, mantenuto da tutti i successivi monarchi che avrebbero governato l’isola.
Nulla da dire invece sui non riducibili al potere feudale, come i commercianti liberali inglesi attivi in Sicilia nel settore del vino e i loro imitatori palermitani di origine calabrese (i Florio). Quanto all’agrigentino Francesco Crispi, apparteneva a una famiglia della «minoranza di lingua albanese e di rito cattolico greco» (nella quale «erano da sempre diffuse idee anti-feudali») e, avendo studiato a Napoli, si era formato nella «dimensione italiana» del continente toccato (a differenza della Sicilia) da Napoleone.
A Napoli Crispi conobbe il liberale Carlo Poerio, amico di Luigi Settembrini (il fautore dell’avvento di una repubblica napoletana all’alba dei moti del 1848), e contribuì a far scomparire la rivoluzione siciliana all’interno di quella mazziniana e italiana, preparando quindi la discesa di Garibaldi, «massone» e «anticlericale», e la sua consegna del Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele II di Savoia che, nel 1861, divenne il primo re d’Italia e, nel 1864, si sbarazzò del titolo di Legato apostolico di Sicilia.
Si trattò, per Lupo, di una «rivoluzione disciplinata»: Garibaldi instaurò la dittatura a Palermo e a Napoli, ma non ci credeva; il fatto che nei plebisciti di annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte non ci furono «garanzia di segretezza del voto e reale pluralità di alternative» non è motivo sufficiente per parlare di grandi brogli; fu piuttosto un «vero liberalismo», il quale è vero che (con la Destra storica) guardò dall’esterno i problemi sociali, ma ciò avvenne (almeno in parte) in quanto inconsapevolmente ereditava l’atteggiamento di certi funzionari borbonici; atteggiamento non superato nemmeno da Crispi, quando fu al Governo tra il 1887 e il 1896 (nonostante egli agisse in nome di una Sinistra da lui presentata come socialisteggiante).
Non vanno infine dimenticati i due fratelli Spaventa, i quali fecero di Napoli «luogo di cultura raffinato e appunto moderno»: Silvio (che dopo l’Unità combatté la camorra da comandante della polizia) e il filosofo Bertrando. Quest’ultimo portò il pensiero di Hegel in Italia e (oltre quanto dice Lupo) fu maestro di Donato Jaja (su cui si sarebbe formato Gentile) e del marxista Antonio Labriola, il maestro di Croce, di Gramsci e (indirettamente) di Mussolini: il quale nel 1901 (da socialista neutralista) collaborò al giornale gramsciano milanese “Avanguardia Socialista”.
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