La Schuster’s List di Milano: storia della partigiana Rita

Eccidio di piazzale Loreto del 10 agosto 1944: emerge la cronaca su Giuditta Muzzolon, condannata a morte dai nazisti e graziata grazie all’arcivescovo
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August 9, 2026
La Schuster’s List di Milano: storia della partigiana Rita
Il cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano
Faceva caldo quel giovedì 10 agosto 1944, forse non come in questa estate di 82 anni dopo, ma a Milano si respirava comunque poco. In tutti i sensi, perché l’aria era soffocante - come dicono i giornali dell’epoca - ma soprattutto per la ferocia della dittatura nazifascista che proprio quella mattina, all’alba, aveva prelevato dal carcere di San Vittore 15 detenuti politici per fucilarli in piazzale Loreto. Ma tra quei poveri uomini, destinati al martirio, doveva esservi una donna, Giuditta Muzzolon, anche lei partigiana. Una storia, la sua, che inizia a Lonigo, in provincia di Vicenza, il 19 agosto 1897, ma che vive uno dei suoi momenti più tragici a Milano, in via Giuseppe Pecchio 11, a poche centinaia di metri proprio da piazzale Loreto, dove la Muzzolon - nota a tutti come “Rita” - svolgeva la mansione di custode dello stabile. Non un palazzo qualsiasi, quello di via Pecchio, ma un luogo di riunioni clandestine, ospitando l’appartamento del socialista Dario Barni, per cui la portinaia era diventata un “palo”, in grado di avvertire in caso di pericolo. Così come racconta Roberto Cenati, storico della resistenza, presidente dell’Anpi provinciale di Milano e del Comitato permanente antifascista dal 2011 e, poi, dell’Anpi Lombardia dal 2022 fino alle dimissioni nel 2024.
«L’eccidio del 10 agosto rimane - spiega Cenati - uno dei fatti più spaventosi avvenuti a Milano. Il tentativo della Gestapo, delle SS e dei fascisti fu quello di spaventare nella speranza che i milanesi non simpatizzassero più per la resistenza, ma ottennero esattamente l’opposto. Al comando della sicurezza era il famigerato capitano delle SS Theodor Saevecke, che dopo un attentato avvenuto l’8 agosto decise di terrorizzare la popolazione. Eppure, in quello pseudo-attacco ai nazisti - la cui responsabilità venne negata nel dopoguerra dai partigiani - era rimasto soltanto leggermente ferito l’autista di un camion in viale Abruzzi, mentre furono 6 i morti e 11 i feriti tra i milanesi».
In ogni caso, «partigiani sia cattolici sia comunisti e azionisti, di diverse provenienze e occupazioni, vennero prelevati da “San Vittore” e condotti in piazzale Loreto che, allora, era un punto nodale di passaggio per Sesto San Giovanni», prosegue Cenati, «L’esecuzione avvenne tra le 5:45 e le 6:10. I tram “bianchi”, ossia quelli che portavano gli operai verso le grandi fabbriche di Sesto, furono fermati e gli occupanti fatti sfilare davanti a questi poveri corpi, esposti, poi, fino a sera sulla pubblica piazza», compresi i resti di Libero Temolo e del suo compagno socialista della Pirelli, Eraldo Soncini, abbattuti poco lontano.
Ma se questa vicenda è nota, meno lo è il fatto che tra i 15 condannati a morte avrebbe dovuto esservi appunto la Muzzolon, incarcerata a “San Vittore”, perché era riuscita ad avvertire Barni poco prima che le SS italiane facessero irruzione nello stabile. Barni fuggì grazie al tempestivo avviso di “Rita” mentre Soncini, di passaggio, venne preso e incarcerato insieme alla custode che, seppure torturata, non parlò.
Chi la salvò, allora dalla fucilazione? L’arcivescovo di Milano, il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, come affermarono senza ombra di dubbio - nota ancora Roberto Cenati -, il figlio Natalino e la nuora di Giuditta. «Schuster, avrebbe detto, secondo i loro ricordi, che fucilare una donna era una cosa ancor più vergognosa. Quindi fece pressione sulle autorità e la Muzzolon venne graziata, anche se la sua avventura non finì perché il 5 ottobre 1944 fu deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück, essendovi immatricolata, l’11, con il numero 77316».
La domanda interessante, a questo punto, oltre la ricostruzione di Cenati, potrebbe essere quella di chiedersi come il porporato avesse in specifico deciso di intervenire per la condannata: certo perché donna, ma rimane che fu l’unica graziata. Infatti, il suo nome è indicato come 26esimo della lista, che riuniva quelli dei 15 che furono uccisi e dei 10 la cui condanna fu commutata alla detenzione, nel comunicato che fu affisso per le strade, tuttavia, già a fucilazione avvenuta.
Il cardinale, poteva aver avuto notizia della Muzzolon da suor Enrichetta Alfieri, detta “l’angelo di San Vittore”, che prestava la sua opera nel reparto femminile del penitenziario e che vi fu lei stessa incarcerata, nel ’44, per spionaggio. Ma questa è solo una supposizione di chi scrive e, però, si può forse notare che suor Enrichetta veniva spesso ricordata da monsignor Giovanni Barbareschi, torturato a San Vittore dai nazisti, come una donna di straordinario acume e capacità di collegamento tra chi era “dentro” e chi era “fuori” dal carcere in quegli anni neri in tutti i sensi. E chi, Schuster mandò, a benedire le salme in piazzale Loreto? Il 22enne Barbareschi, seppure non ancora prete: lo diventerà 3 giorni dopo, dicendo la sua prima Messa il 15 agosto, arrestato la sera stessa dalle SS. Ma questa è tutta un’altra storia. Giuditta Muzzolon, alla quale venne consegnata il 25 aprile 1968, una medaglia d’argento da Giuseppe Carrà, sindaco di Sesto San Giovanni, città in cui questa eroina morirà il 23 settembre 1976.

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