Hadjadj: «La salvezza è alleanza, non salvataggio»
Il filosofo francese rilegge il racconto biblico del diluvio come una storia di responsabilità, libertà e speranza

Filosofo e scrittore, Fabrice Hadjadj insegna filosofia e letteratura a Tolone e il 24 agosto sarà tra i protagonisti del Meeting di Rimini, dove interverrà all’incontro “Per l’umano e per l’eterno: l’amor che genera”, insieme ad Anna Chiara e Gigi De Palo, Gabriella Gambino e Monica Santamarina. Uno degli spunti di partenza sarà il libro Noè. Cominciare alla fine del mondo (Libreria Editrice Vaticana, pagine 112, euro 12,00), in cui Hadjadj propone una rilettura del racconto biblico del diluvio, mettendo al centro il tema della distinzione come principio della creazione, dell’arca come luogo di custodia della diversità e dell’alleanza come promessa di speranza.
Nel suo libro, Noè è definito un «guastafeste» perché rifiuta di conformarsi allo spirito del suo tempo e invita a stabilire dei limiti. Che tempo è questo di Noè?
«Per elaborare il mio racconto mi sono basato sulla Bibbia, naturalmente, ma anche sulle più antiche interpretazioni rabbiniche, in particolare quella di Rashi di Troyes. Innanzitutto, c’è l’affermazione dello stesso Gesù in Matteo (24, 8-9): “In quei giorni che precedettero il diluvio, loro mangiavano e bevevano, si sposavano e davano in matrimonio, fino al giorno in cui Noè salì sull’arca; e non sospettarono nulla, finché non venne il diluvio e li portò via tutti”. Alcune traduzioni sostituiscono “gli uomini” con il termine “loro”. Eppure, qui, il “loro”, con il suo carattere indefinito, mi sembra molto importante. Gli uomini di “quei giorni che precedettero il diluvio” erano diventati impersonali, si abbandonavano a quella che era, più che una festa, una sorta di sbornia in cui stavano già iniziando ad annegare. Qual è il messaggio fondamentale della Genesi a loro riguardo (6, 12)? “Ogni essere vivente aveva corrotto la propria via sulla terra”. Non solo gli uomini, quindi, ma ogni “essere vivente”, allontanandosi dal proprio cammino, divergendo dalla propria natura. Ecco perché, nel Midrash, i rabbini ne deducono: “Questo insegna che la generazione del diluvio fece accoppiare animali domestici maschi con animali selvatici femmine, e maschi di animali selvatici con femmine di animali domestici, e tutti gli animali maschi con le donne, e gli uomini con tutte le femmine di animali…” Ecco cosa accadeva ai tempi di Noè: la commistione tra umano e non umano, selvatico e domestico».
Ecco perché lei sottolinea che Dio crea distinguendo le cose, mentre gli uomini del diluvio finiscono per confondere tutto, e descrive l’arca come uno spazio che preserva la diversità…
«In nome dell’amore e della pace, tendiamo a parlare solo di unità, al punto da confondere la vera comunione con la fusione o l’osmosi. Ma la comunione è un’unione nella diversità. Lo stesso mistero della Trinità ci parla di un’unità assoluta della sostanza in una distinzione assoluta delle persone. Prima della prima parola creatrice, c’è il caos, l’informe e il vuoto. Dio crea parlando, ma anche sradicando l’uniformità iniziale, cioè separando: la luce dalle tenebre, le acque di sopra dalle acque di sotto, gli esseri viventi secondo la loro specie, l’uomo e la donna. Quando l’Eterno chiede a Noè di costruire l’arca, gli fornisce un progetto di costruzione, la cui architettura consente non solo la sopravvivenza, ma anche il ripristino delle differenze reali, sia orizzontali che verticali: “Disporrai quest’arca in compartimenti… costruirai un piano inferiore, un secondo e un terzo…”».
Dove vede oggi una confusione simile a quella del diluvio? Si tratta di una crisi ecologica, culturale, spirituale o di tutte queste cose insieme?
«Questo testo è un racconto, non un saggio. Il mio obiettivo è stato quello di aprire la Genesi, di ampliarne l’interpretazione, non di ridurla e applicarla alla nostra epoca. Naturalmente anch’io appartengo alla mia epoca, non ho potuto fare a meno di far emergere alcune risonanze, ma un narratore è lì innanzitutto per annunciare, non per denunciare. Non credo che ci troviamo in una crisi e nemmeno in una fase di decadenza. La decadenza presuppone che prima tutto fosse migliore. Il Vangelo, attraverso la parabola del buon seme e della zizzania, presenta la storia come un doppio sviluppo intersecato di bene e male. Tutte le dimensioni sono coinvolte: ecologica e culturale, materiale e spirituale, antropologica e cosmica. È del resto ciò che si vede nelle apocalissi sinottiche (come nell’Edipo re, d’altronde): uno squilibrio della natura impossibile da separare da un declino della cultura».
Lei scrive che costruire l’arca significa anche decostruire gli idoli.
«I papi Francesco e Leone XIV hanno parlato del “paradigma tecnocratico”, che rappresenta l’attuale forma di idolatria. Che cos’è l’idolatria? Formalmente, è il fatto di rendere a una creatura il culto che spetta solo a Dio. Perché gli uomini non sono mai atei: quando fingono di esserlo, iniziano automaticamente a divinizzare qualsiasi cosa. Può trattarsi di una squadra di calcio, di una dieta dimagrante, del proprio giudizio. L’idolatria consiste anche nell’affidarsi all’opera delle nostre mani (o piuttosto delle mani di una moltitudine di schiavi che teniamo nascosti). Facciamo realizzare una statua, un dispositivo, un’intelligenza artificiale, e ci si sforza di credere che quel prodotto sia più grande di noi e che risolverà tutto, come se la vita fosse un problema in attesa di una soluzione, e non un mistero che attende la nostra preghiera (lode o supplica). Con l’idolo, si tratta sempre di liberarci della dimensione drammatica della vita, della nostra stessa responsabilità e della nostra dolorosa verticalità».
Attraverso un commento rabbinico, lei mostra un Dio che non solo non dimentica gli animali, ma non dimentica nemmeno coloro che sono annegati nel diluvio. Cosa rivela questa immagine?
«Fino in fondo all’abisso, fino al nostro ultimo istante, Dio fa di tutto per venire a cercarci. Ma vuole il nostro consenso. La salvezza non è un salvataggio passivo, è un’alleanza. Dio non è solo un assicuratore o un pompiere, è un padre e uno sposo. Vuole la nostra libertà. Vuole dei figli, non dei sudditi. La sua grazia ci dona la possibilità di dire sì, fino in fondo. Ma è sempre possibile, fino in fondo, dire no. Così, nella tradizione ebraica, durante la Pasqua, gli anziani digiunano in memoria della morte dei primogeniti d’Egitto (uomini e bestiame). Fanno penitenza per la salvezza del popolo nemico. Si nota qualcosa di analogo nel bellissimo adattamento cinematografico dell’Odissea di Christopher Nolan: Odisseo non si sente degno di tornare a casa dopo la distruzione di Troia. Certo, lui ne è direttamente responsabile: quella distruzione è avvenuta grazie all’astuzia del suo cavallo di legno e al sacrilegio di una falsa offerta ad Atena. Resta il fatto che egli continui a pensare non solo ai propri soldati morti senza sepoltura, ma anche alla sorte dei Troiani e dei loro focolari. Aspira a una redenzione comune. Si chiede: “Perché a me è stato concesso il ritorno, e agli altri no?”».
All’inizio del suo libro scrive che gli uomini del diluvio non parlano più veramente: producono una «marmellata di sillabe», mentre Noè conserva «le parole dell’origine». La crisi del linguaggio precede la crisi del mondo?
«La storia di Noè precede quella di Babele, dove la lingua è un tema esplicito e centrale. Con Babele ci troviamo di fronte a una standardizzazione tecnologica del linguaggio: tutti comunicano, ma nessuno entra in comunione, perché la parola non è altro che un codice che deve consentire di costruire una torre che disprezza ogni trascendenza. La pena è dunque la confusione delle lingue e la dispersione dei popoli, e questa confusione e questa dispersione sono positive, poiché hanno una funzione correttiva. Con l’episodio del diluvio, in relazione all’idea che ogni essere vivente si sia allontanato dalla propria via, evoco ciò che è l’opposto della standardizzazione tecnologica: una confusione sentimentale. Oggi, queste due deformazioni opposte della parola procedono di pari passo. Siamo esseri di parola. Perdiamo il senso del mondo insieme al senso della parola. Quando parlo della perdita della parola, tuttavia, non penso a un abbassamento del livello letterario. Penso alla perdita del vocativo. Penso al fatto che parlare, prima di dire qualche cosa riguardo a qualcos’altro, prima di fornire un’informazione, consista nel permettere un incontro».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






