
Ancora difficile immaginare l’uscita dall’emergenza in Nepal. Il bilancio delle vittime delle devastanti inondazioni glaciali sull'Himalaya ha superato la soglia dei 1.000 morti. Sono quasi 4.500 i dispersi (inclusi stranieri di altre 30 nazioni: 583 in Nepal e 261 in Cina). Le squadre di soccorso cinesi e nepalesi stanno cercando con ogni mezzo di liberare i possibili superstiti dal fango e dai detriti scavando e perforando in una corsa contro il tempo e in condizioni estreme. Il Paese è in parte paralizzato per la chiusura di strade e aeroporti per lasciare il più possibile possibilità di circolazione ai mezzi di soccorso, ma nella devastazione del Langtang, mentre in molti sopravvissuti iniziano a manifestarsi le conseguenza psicologiche del dramma: un’altra emergenza a cui il Nepal non può far fronte da solo. Dopo l'appello del premier nepalese Balendra Shah a un'azione coordinata riguardo gli eventi climatici, ieri è arrivata una forte dichiarazione del ministro degli Esteri che ha annunciato l'intenzione del governo di Kathmandu di chiedere «compensazioni legali» ai Paesi dove lo “tsunami himalayano” ha avuto origine perché - ha segnalato Shisir Khanal - non si è trattata di un'inondazione ordinaria, ma di «un disastro di proporzioni che esulano completamente dalla memoria collettiva del Nepal». (S.V.)
Il Nepal che conosco è una valle verde con un fiume che scorre nel mezzo. I tetti in lamiera blu colorano le montagne e i sentieri, come serpenti, si spingono silenziosi nella fitta vegetazione. Il Nepal che ho conosciuto è un silenzio allegro: un vento che canta tra le preghiere sospese nell’aria e, ovunque, un vociare di bambini che giocano a rincorrersi scalzi sulla terra. È difficile immaginare quell’acqua calma capace di una tale furia. E che quella stessa acqua, capace di dare origine alla vita, possa in un attimo cancellarne ogni traccia. Il Nepal che conosco è una valle solcata dall’Arun, il fiume che nasce in Tibet. Una gola profonda ai piedi del Makalu, la quinta montagna più alta della Terra. Una regione nascosta, colorata dalle orchidee e immersa nel frinire degli uccelli, tra farfalle e culture diverse. Villaggi remoti, aggrappati ai pendii, lontani dai flussi del turismo di massa. Luoghi che distano 190 chilometri dal Langtang Lirung, la vetta di oltre 7.000 metri dalla cui parete, a circa 5.200 metri di quota, si è staccata una porzione di ghiacciaio, dando origine all’alluvione. A separarli, una successione di cime innevate, distese lungo il confine tra Nepal e Tibet. Sono valli divise, senz’altro. Eppure oggi le sento più vicine che mai.
La montagna fa anche questo: separa e unisce. In Nepal ci sono stata per documentare la vita di chi abita quei luoghi remoti, dove il tempo lento sembra regalare tranquillità. Ma dietro quei sorrisi sinceri si nasconde una povertà cruda: il buio, quando il sole non basta; il freddo, quando la legna scarseggia; la fame, quando il raccolto non dà frutto. La montagna costringe ogni gesto a diventare essenziale. Le donne e gli uomini che abitano questi antichi villaggi conoscono la fragilità dell’abitare. I bambini camminano per ore su sentieri sconnessi per andare e tornare da scuola; gli anziani coltivano patate e allevano galline finché la schiena lo permette; le donne si prendono cura della vita quotidiana, mentre gli uomini portano gli yak ai pascoli estivi d’alta quota o viaggiano verso il confine tibetano per scambiare il cardamomo con il sale. Eppure, in questi luoghi, la fatica non cancella la dignità del vivere.
L’Himalaya è una catena montuosa spettacolare, antica testimonianza dello scontro tra le placche continentali. È magnifico, senza dubbio. Ma non è soltanto un paesaggio da contemplare. È una terra abitata, fatta di villaggi, pascoli e sentieri, dove le conseguenze del cambiamento climatico arrivano prima e colpiscono più duramente chi ha meno strumenti per difendersi. È giusto ricordare che la bellezza non protegge dalla precarietà e che fenomeni simili possono ripetersi. I ghiacciai soffrono anche sulle Alpi, ma è faticoso accettare che il prezzo della crisi climatica ricada su chi vi ha contribuito meno. La protagonista di Solidi , documentario che ho realizzato in questi luoghi, si chiama Kinsang. Lei, come molte persone che vivono in queste montagne, spesso non ha alternative: non può trasferirsi altrove, non ha il denaro né i mezzi per farlo. Se una tragedia simile colpisse il Nepal che conosco, Kinsang non avrebbe scampo. Chi potrebbe prevederla? Chi la avvertirebbe? Quanti resterebbero senza l’unica strada che li collega al resto del mondo?
Ma più di ogni altra cosa mi chiedo: chi è responsabile del futuro di queste terre? Chi direbbe a Kinsang, se riuscisse a mettersi in salvo, che la sua casa, con le pannocchie di mais appese sotto le gronde, non esiste più? Che le galline che conosceva una per una sono morte? Che non ha più un posto in cui tornare, perché la terra stessa non c’è più? Chi le direbbe che il suo mondo è finito? Quanto accaduto non va descritto come una «lontana tragedia», vissuta da «popolazioni abituate al rischio». È qualcosa che parla a tutti. Valli dalla conformazione simile esistono anche sulle nostre montagne. E Kinsang, lucida e vivace a ottantacinque anni, potrebbe essere la nonna di ciascuno di noi. La sua famiglia, come le nostre, pensa a proteggere i figli, a tornare a casa, a salvare il raccolto. Il Nepal non è così lontano, quando abbiamo imparato a riconoscerci nei suoi volti.
Fotografa e autrice di documentari sul rapporto tra comunità, ambiente e montagna
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