Addio a Wendell Berry, poeta e profeta della terra
Scrittore, poeta, attivista, uomo d’agricoltura, deceduto il 31 agosto a 92 anni. Cantore dell’America agricola, cristiano (protestante) e innamorato del Creato

L’aneddoto è significativo del personaggio, e meritevole da raccontare per capire al fondo il tipo, Wendell Berry, scrittore, poeta, attivista, uomo d’agricoltura, deceduto il 31 agosto scorso a 92 anni. Qualche anno fa chi scrive gli chiese un’intervista tramite il suo editore italiano, Lindau. E la trafila di quell’intervista dice molto della fedeltà ai propri valori di questo cantore dell’America agricola, cristiano (protestante), innamorato del Creato, e di ogni creatura – tanto che uno degli slogan che accompagnarono l’Expo di Milano 2015 era proprio suo («Mangiare è un atto agricolo»). L’intervista, dunque: la richiesta dall’editore Lindau arrivò al suo editore americano, che raggiunse al telefono uno dei vicini di Berry, in Kentucky – questi due amici e vicini abitavano un chilometro e mezzo di distanza. Il vicino raggiunse Berry di persona a casa e portò la richiesta. Arrivò in risposta uno scritto in bella battitura di macchina da scrivere, con tanto di intestazione del suo indirizzo. In questa distanza critica dalla modernità, pur dovendoci stare dentro, c’è molto di Wendell Berry, prolifico (40 i libri usciti dalla sua penna) scrittore, tra i più amati degli Stati Uniti del dopo guerra. Se in Italia il suo nome non ha mai “sfondato” nella notorietà, non così negli Stati Uniti dove perfino il presidente Obama volle nel 2011 consegnargli la National Humanities Medal in una cerimonia alla Casa Bianca.
In Italia Berry è stato noto soprattutto per la saga di Port William, paese agricolo in un Kentucky immaginario, dove ha raccontato non tanto una storia, quanto la vita di una comunità agricola, le tensioni con la modernità, i legami tra le persone, i dubbi e la fede dei suoi abitanti. In Un posto al mondo fa dire a una delle sue figure letterarie qualcosa che sa molto di sé: «L’insulto del mortale non è forse anche insulto dell’immortale, e quello della vita anche della vita eterna, e quello della Terra anche del Paradiso?». Se il “New York Times” lo ha definito «il profeta dell’America rurale» e la cultura di sinistra in Italia ne ha fatto un araldo del pensiero ecologico (cosa che, sia ben chiaro, corrisponde al vero), non sempre è stato messo in risalto un tratto preciso di Berry, il cristianesimo forte, convinto e pacifico. Una fede che si esprimeva tra le righe ben forte nei suoi romanzi, come in Hannah Coulter: «Qual è il filo che tiene insieme ogni cosa? Il dolore, ho pensato per un certo tempo. E di dolore ce n’è a profusione in quasi tutto il tragitto. Ma il dolore non è una forza, e non può durare a lungo. Ciò che ci sorregge è l’amore, perché l’amore è presente sempre, anche nell’oscurità, o soprattutto nell’oscurità, e a volte brilla come un filo d’oro in un ricamo». Una frase del genere la può pensare e scrivere solo chi ha avuto grande frequentazione con la Scrittura. Così come da una vaga concezione religiosa solo si può arrivare ad una professione di fede come segue (da Jayber Crow): «Grazie ai corsi del college e alle mie letture, conoscevo i molti nomi che stavano al fondo di una serie di domande: la Causa Prima, il Primo Motore, la Forza Vitale, la Mente Universale, il Primo Principio, il Motore Immobile e anche la Provvidenza. Anch’io avevo usato quei nomi. Ora capivo che tutti quei nomi non spiegano nulla. Immaginavo che il nome vero fosse Padre».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 




