Nell’inganno del tempo si giocano gli Us Open

È il torneo più lungo - 3 settimane - e riunisce generazioni che si sovrappongono.
Nel prologo Federer ha regalato l’illusione più struggente: essere “forever young”
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September 1, 2026
Nell’inganno del tempo si giocano gli Us Open
John McEnroe e soprattutto Roger Federer hanno incantato nelle partite di esibizione agli Us Open / Epa
Settimana di prologo ai tabelloni principali degli US Open 2026: Roger Federer entra sull’Arthur Ashe Stadium, prende una racchetta in mano e gioca. E per qualche minuto sembra che il tempo abbia commesso un errore. Ha compiuto 45 anni, si è ritirato nel 2022, ma contro Andy Roddick il rovescio a una mano continua a disegnare traiettorie, il corpo, in modo felino, accompagna la palla con quella leggerezza che aveva trasformato il tennis in qualcosa di molto vicino all’arte. Vince 6-3. È un’esibizione, naturalmente. Ma il pubblico si alza in piedi e sui social ricomincia immediatamente il gioco impossibile: potrebbe ancora competere? Federer, nei giorni precedenti, aveva richiamato pubblico sull’Ashe persino per un allenamento con Lorenzo Musetti, altro grande interprete del rovescio a una mano.
Forever young , cantavano gli Alphaville. “Per sempre giovani”. Non importa qui il significato originario della canzone. Importa quella frase, perché sembra raccontare qualcosa del tennis contemporaneo e forse anche di noi. Lo US Open, del resto, ha modificato perfino il proprio rapporto con il calendario. Dal 23 agosto al 13 settembre sono ormai tre settimane di tennis: prima la Fan Week, con qualificazioni e doppio misto, dal 30 agosto, da ieri, il tabellone principale, fino alle finali del 12 e 13 settembre. Quasi che anche uno Slam non riuscisse più a stare dentro il tempo tradizionale delle sue due settimane. New York lo dilata, lo riempie di eventi, richiama i campioni del passato e mette accanto generazioni che fino a pochi anni fa non avremmo immaginato sullo stesso campo.
Il torneo vero è cominciato senza Jannik Sinner. Il numero uno del mondo ha scelto di non forzare il ginocchio destro che gli aveva già impedito di giocare Montreal e Cincinnati. Una rinuncia dolorosa ma razionale: il vantaggio accumulato in classifica gli permette di curarsi senza trasformare uno Slam in una scommessa sul proprio corpo. E senza Sinner scompare soprattutto una delle due coordinate che negli ultimi anni avevano reso quasi prevedibile la geografia del tennis maschile. L’altra torna proprio a New York. Carlos Alcaraz ha scelto il nuovo prologo del doppio misto per giocare le prime partite ufficiali dopo quattro mesi e mezzo. Accanto a Serena Williams, 44 anni contro i suoi 23, ha superato il primo turno prima di arrendersi nei quarti a Belinda Bencic e Flavio Cobolli. Un’immagine quasi perfetta per questo US Open: due generazioni lontanissime che dividono lo stesso lato della rete. Serena, quattro anni dopo quello che sembrava il suo addio a New York, ha così ricominciato proprio accanto all’uomo che rappresenta il presente del tennis mondiale. Il doppio misto, intanto, ha già assegnato il primo titolo di questa lunghissima New York. Karolina Muchova e Jakub Mensik hanno battuto in finale Bencic e Cobolli. Anche questo nuovo formato, concentrato nella settimana che precede i singolari, contribuisce a trasformare lo Slam in qualcosa di diverso, ovvero in un lungo racconto che comincia quando i protagonisti principali stanno ancora preparandosi.
Così il torneo maschile torna improvvisamente aperto. Alexander Zverev arriva con la consapevolezza conquistata a Parigi con il primo Slam della carriera; Ben Shelton ha ormai servizio e personalità per pensare in grande; Daniil Medvedev resta sul cemento uno degli avversari che nessuno desidera incontrare, nonostante i continui segnali di “disagio” che dispensa ad ogni torneo. E poi ci sono Cobolli, ormai stabilmente nei primi dieci, e Musetti, quindicesimo ma perché bloccato per molti mesi da un infortunio, dentro una generazione italiana che ha smesso di considerare la seconda settimana di uno Slam come un traguardo eccezionale.
Nel torneo femminile l’incertezza è invece quasi una condizione naturale. Aryna Sabalenka resta numero uno; Elena Rybakina è seconda, Jessica Pegula terza. Ma Iga Swiatek sembra avere ritrovato se stessa dopo mesi complicati: ha vinto a Toronto ed è tornata a giocare con quella capacità di comprimere spazio e tempo che nei suoi giorni migliori impedisce all’avversaria persino di organizzare il punto. Coco Gauff arriva invece dal successo di Cincinnati. A 22 anni ha avuto il coraggio di modificare profondamente il servizio, il colpo che l’aveva tradita proprio a New York un anno fa, e ora sembra raccogliere il risultato di quella scelta. Dietro di loro ci sono Pegula, Rybakina, Anisimova, Andreeva, Muchova. Qui cercare una favorita significa soprattutto scegliere quale equilibrio possa durare per quindici giorni.
Ma, appunto, intorno a questi US Open corre un’altra storia. Serena Williams è tornata sull’Arthur Ashe a 44 anni, quasi quattro dopo quello che sembrava il suo addio. E il ritorno non si fermerà al misto: insieme alla sorella Venus, 46 anni, ha ricevuto una wild card per il doppio femminile. Le due non giocavano insieme in uno Slam proprio dagli US Open del 2022 e a New York hanno già vinto due volte, nel 1999 e nel 2009. Ventotto anni dopo il suo primo titolo nel misto agli US Open, Serena continua dunque a giocare nello stesso luogo. Gaël Monfils compirà quarant’anni il primo settembre, durante il torneo. È nella sua stagione d’addio, ma continua a essere atleta prima ancora che monumento di se stesso. Ha giocato anche il misto con la moglie Elina Svitolina. Stan Wawrinka, 41 anni e campione qui nel 2016, sembrava invece destinato a salutare New York da fuori: l’USTA gli aveva negato la wild card e la decisione aveva provocato proteste. Poi, dopo un forfait, l’invito è arrivato. Anche lui avrà un’ultima volta.
Forse non è casuale che tutto questo accada proprio nel tennis. Pochi sport rendono altrettanto visibile il tempo. Non c’è soltanto il cronometro biologico dell’atleta. C’è quello infinitamente più piccolo dello scambio: una palla viaggia a duecento chilometri all’ora e il giocatore dispone di frazioni di secondo per trasformare percezione, previsione e movimento in una risposta. La giovinezza offre velocità; l’esperienza prova a recuperare quei millisecondi anticipando ciò che accadrà. Invecchiare significa perdere qualcosa nel corpo e tentare di guadagnarlo nella conoscenza. La tecnologia ha però modificato anche questa equazione. Preparazione atletica, nutrizione, medicina sportiva, biomeccanica, recupero e analisi dei dati stanno allungando le carriere. Il quarantenne nello sport del Novecento apparteneva quasi sempre al passato. Nel 2026 può ancora entrare in campo.
Eppure la spiegazione tecnica non basta a raccontare l’emozione con cui New York ha accolto Federer. Perché probabilmente quel pubblico non chiedeva davvero che tornasse a giocare. Chiedeva qualcosa di impossibile: che non fosse passato il tempo. È la stessa ragione per cui vogliamo rivedere Serena, concedere un’ultima partita a Wawrinka, accompagnare Monfils fino all’ultimo torneo. Attraverso loro cerchiamo forse di trattenere anche una parte della nostra vita. Federer che colpisce ancora quel rovescio ci restituisce per qualche secondo gli anni nei quali noi lo guardavamo giocare. Il campione non è soltanto qualcuno che abbiamo ammirato: diventa un punto di riferimento nella nostra biografia. La fisica classica ci insegna che il tempo possiede una direzione. Non possiamo riportare un sistema esattamente allo stato precedente cancellando tutto ciò che nel frattempo è accaduto. Ma la memoria umana funziona diversamente. Sovrappone istanti lontani, avvicina epoche, restituisce per qualche secondo ciò che non esiste più, perché vorremmo che fosse per sempre.

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