La cultura di oggi e la paura della morte: la lezione di san Francesco
di Irene Funghi
In vista del Festival francescano di Bologna, il presidente della manifestazione, fra Giampaolo Cavalli, riflette su
una cultura che tende a considerare la fine dell’esistenza terrena come un fallimento. «In realtà si tratta
di un compimento»

La incontriamo tutti i giorni nelle immagini dei notiziari, in televisione o nei nostri telefoni, ma nessuno ha il coraggio di guardarla in faccia. Fa paura, la si nasconde. Spesso, a tenerla a distanza sono anche i cattolici. Eppure, uno di loro circa ottocento anni fa l’aveva chiamata «sora nostra morte corporale». Cosa è cambiato da allora? «La lettura che san Francesco ne dà è una lettura evangelica e identica, perciò, a quella che i cristiani ne danno oggi. Sicuramente, però, oggi più di allora facciamo fatica a sentirla sorella, perché è uscita dai radar della nostra quotidianità. Prima i cimiteri si trovavano anche intorno alle chiese, al centro, quindi, della vita della comunità. Ora il momento della morte non è più visto come quello del compimento della vita, ma spesso come un incidente, una sfortuna che a un certo punto arriva. Questo significa che tutto il percorso che lo precede lo vuole allontanare, perché è visto come un fallimento. Guardarlo come un compimento, lo colloca, invece, all’interno della vita e dice che c’è qualcosa di più della vita fisica, capace di darle senso e orientarla». A parlare è il frate minore Giampaolo Cavalli, presidente del Festival francescano, che quest’anno dal 24 al 27 settembre a Bologna, nell’ottavo centenario dal transito del santo di Assisi, affronterà il tema “Sorella morte: il passaggio che riscrive la vita”.
Cosa produce la rimozione della morte nella cultura contemporanea?
«Questo tempo ci regala l’illusione dell’onnipotenza, di poter andare oltre tutti i nostri limiti e poter governare tutte le nostre debolezze. Non c’è mai stata un’epoca con una capacità trasformativa dell’ambiente e di progettazione come quella odierna. Tanti strumenti, che oggi sono a disposizione di tutti, ci regalano l’esperienza di andare oltre i nostri confini. La scienza e la tecnologia studiano nuovi modi per allungare la vita, la possibilità di viaggiare e spostarsi velocemente ci danno una percezione diversa delle tappe dell’esistenza. Vorremmo che la vita rimanesse sempre come lo è tra i 25 e i 45 anni e, quando l’età avanza, ci attrezziamo per continuare a fare ciò che altrimenti non riusciremmo più. Davanti a tutto ciò, il momento della morte rimane l’unico limite che, in qualche modo, non siamo in grado di superare».
Le promesse di benessere, però, non sono per tutti.
«Il fatto che accedere a un certo tipo di medicina o a una continuità assistenziale sia un privilegio di chi se lo può permettere crea una discriminazione grandissima. Dall’altra parte, tra i ricchi e i potenti, si va affermando il sogno di una vita che non finisce mai. Ci si centra molto su di sé, il mondo diventa piccolo e prende piede l’egoismo. Avere una vita senza fine, che poi è una vita senza orizzonte, in più, vuol dire anche avere una storia senza compimento. Compimento che è un valore importante di ogni progetto e, se la vita è il più bel progetto, il senso di questo progetto sta anche nel suo compiersi».
La gente come sta accogliendo il festival?
Per le strade di Bologna, tra chi vede i cartelloni con su scritto a caratteri cubitali “Sorella morte”, alcuni si spaventano, giudicando il tema troppo faticoso. Ma accanto a chi lo fugge, nella società di oggi c’è anche chi la morte la idolatra: da una parte c’è il riferimento, che talvolta possiamo vedere nei giovani, a una simbologia funebre e mortifera che porta all’annullamento della vita, dall’altro c’è chi guarda alla morte come via di potere, di affermazione e possibilità di riscatto individuale. Basta pensare ai tanti episodi di guerra o femminicidio, in cui la morte diventa il luogo dell’affermazione della propria potenza sull’altro».
Niente a che fare, dunque, con la visione di san Francesco e della Chiesa. Come tornare ad annunciarla?
«Penso che l’annuncio della vita eterna passi attraverso una condivisione del tempo con le persone e che si concretizzi in tanti gesti di cura. Sicuramente, è importante anche avviare una riflessione per trovare le parole per annunciarla oggi, ma queste parole abbiamo bisogno di trovarle insieme ed è ciò che faremo durante il festival, dove avremo modo di dire che Gesù è il Signore della vita».
Tra le proposte del festival, c’è anche la volontà di ripensare a come definire di ciò che viene dopo la morte.
«Inferno, Purgatorio e Paradiso sono parole che un tempo appartenevano esclusivamente alla sfera del sacro. Oggi si sono rivestite di altri contenuti che a volte travisano l’origine di questa simbologia. Ogni epoca, anche la nostra, svolge una funzione ermeneutica rispetto alle parole e ai simboli, che si arricchiscono di contenuti più ampi. Anche l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, quindi, andrebbero ricollocati in un linguaggio simbolico, che, forse, oggi non ci appartiene più. Dobbiamo chiederci, allora, come raccontare e annunciare da cristiani questa verità, in un contesto dove sembra che la vita non finisca mai, ma il cui ideale, al tempo stesso, non va confuso con il Paradiso e la vita eterna».
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