Le scuole italiane hanno iniziato a usare i metal detector, ma «la repressione non basta»

In quattro mesi, gli studenti sono passati 2.828 volte sotto gli scanner. Sette alunni su dieci sono d'accordo, ma il modello americano prefigura risultati negativi. Cisl: «È sconfitta per sistema educativo, risolve problemi di facciata»
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September 19, 2026
Le scuole italiane hanno iniziato a usare i metal detector, ma «la repressione non basta»
Carabinieri all' ingresso dell'istituto Morano del Parco Verde di Caivano / ANSA
L’anno scolastico è iniziato con un’altra aggressione di uno studente, appena tredicenne, ai danni della sua docente. Un alunno ieri ha portato in aula due coltelli con lame da venti centimetri nella sua scuola media di Roma, zona Centocelle, ferendo al fianco l’insegnante di Storia e Italiano. La donna è già tornata a casa dall’ospedale e dice di «aver perdonato il ragazzo», ma il caso ha riaperto ferite in tutta l’istituzione-scuola. Una domanda è ricorrente: come garantire la sicurezza in aula? Una risposta l’aveva già data a gennaio il ministero dell’Istruzione, concedendo ai dirigenti scolastici la possibilità di inserire all’ingresso degli istituti scanner per vietare l’ingresso di lame in classe. «Vogliamo un metal detector per proteggere la comunità scolastica. Chi parla di repressione non ha capito proprio nulla», commentava il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara lo scorso anno visitando una scuola nel Salernitano che aveva appena installato gli scanner. La novità di quest’anno scolastico è che sono gli studenti ora a sostenere la direttiva congiunta dei ministri dell’Istruzione e dell’Interno, Matteo Piantedosi, sui metal detector a scuola: sette su dieci, secondo un sondaggio di Skuola.net, approvano gli scanner per aumentare i livelli di sicurezza. «Ma è una sconfitta per il sistema educativo e per le famiglie – sostiene Ivana Barbacci, segretaria di Cisl Scuola –. Il problema della sicurezza è molto serio e il metal detector da solo non lo risolverà. Serve a mettersi a posto la coscienza, ma noi dobbiamo capire cosa covano nell’animo i nostri ragazzi».

I numeri dei metal detector in Italia

Nell’anno scolastico 2024/25, l’ultimo per cui il Ministero ha fornito dati ufficiali, le aggressioni a scuola sono state 51, in calo rispetto alle 71 del precedente. Ma sono numeri che non tengono conto della nuova direttiva sui metal detector. Che, secondo quanto diffuso stamani da Valditara, è stata applicata 2.828 volte in 276 scuole nell’arco quattro mesi (febbraio-maggio) permettendo il sequestro di «alcune decine di armi». Tra queste: coltelli, tirapugni, scimitarre, pistole ad aria compressa, sfollagente e machete. Ivana Barbacci conferma che «sono soluzioni piuttosto diffuse nelle scuole secondarie di secondo grado. Molti dirigenti mi hanno detto di aver già chiesto alle forze dell’ordine di intervenire all’uscita e di aver allestito percorsi all’ingresso per effettuare verifiche con metal detector portatili». Controlli di questo tipo sarebbero meno frequenti alle scuole medie, dove però non mancano le aggressioni: «Notiamo comportamenti violenti anche nella preadolescenza, ma il metal detector in questi casi non è sufficiente – continua Barbacci –. Serve perlopiù a risolvere i problemi di facciata». A Napoli, dove ieri uno studente di quattordici anni è stato fermato in aula con una lama da venti centimetri, è il prefetto Michele Di Bari ad appoggiare la linea dura. In una nota ufficiale, ha annunciato un piano per rafforzare i controlli in tutte le aree antistanti gli istituti dell’area metropolitana di Napoli: nei fatti, si tratta di altri controlli con il metal detector. Ma anche il prefetto ammette che la sicurezza non passa solo dall’attività repressiva: «È necessario affiancare ai controlli un’azione costante di ascolto e prevenzione», sostiene.

Il modello statunitense

Che l’introduzione dei metal detector non renda più sicure le scuole, del resto, lo suggerisce anche l’esperienza degli Stati Uniti, dove da almeno trent’anni gli scanner popolano migliaia di aule. Solo a New York, oltre 100mila studenti passano ogni giorno attraverso un metal detector per entrare in classe. Su circa tre milioni di scansioni effettuate, però, nel 2016 erano state intercettate solo 126 possibili armi in mano agli alunni, tra cui 73 coltelli. Numeri, in proporzione, molto più bassi rispetto alla sperimentazione italiana dello scorso anno. Si tratta di una fotografia solo parziale del modello americano, che ha dotato di metal detector circa una scuola su dieci, ma non si trovano evidenze di contesti in cui gli scanner abbiano fatto registrare un aumento della sicurezza in aula. Uno studio del 2010 pubblicato sulla rivista “Journal of school health” ha sintetizzato quindici anni di sperimentazione negli Stati Uniti. A livello nazionale, in scuole con medi problemi di sicurezza, il metal detector ha solo aumentato la percezione di insicurezza tra gli studenti, che «hanno associato la presenza di scanner a un calo del senso di protezione». Impressioni simili a quelle degli educatori che, nel 68% dei casi, non hanno ritenuti gli scanner uno strumento efficace. In Italia, secondo Cisl Scuola, lo strumento di prevenzione più efficace sarebbero piuttosto «i filtri esterni alla scuola»: «In passato c’erano dei corpi intermedi che costruivano categorie educative utili a formare gli studenti che entrano in aula – conclude Barbacci –. Oggi non c’è filtro tra quello che accade in strada, in famiglia e in classe. E la scuola è esausta».

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