Rifiuto della guerra o disimpegno? In Svizzera il referendum sulla neutralità

Il voto di domenica 27 settembre è promosso dalla destra del Svp. Dietro le parole di “pace” l'ombra della Russia. E il rischio di scambiare il rifiuto della guerra con il disimpegno
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September 26, 2026
Una rete metallica, manifesto con foto di Lennon
Il manifesto della campagna per la neutralità in Svizzera, poi ritirato, con la citazione di John Lennon / ANSA
Uno Stato può essere «parzialmente neutrale»? Non più di quanto si possa essere «parzialmente incinta», ha detto recentemente alla radio svizzera il politologo viennese Ralph Janik a proposito della “quasi-neutralità” dell’Austria. Eppure, di fronte a flagranti violazioni del diritto internazionale, molti governi cercano di non essere né neutrali né in guerra. Fino a che punto uno Stato può opporsi a una guerra senza diventare belligerante? Questa settimana la Svizzera offre un caso rivelatore. Dall’invasione russa dell’Ucraina, il più grande partito svizzero, la Schweizerische Volkspartei (Svp), su posizioni di destra, ha fatto dell’inserimento nella Costituzione di una definizione molto più rigida della neutralità una priorità politica. Il 27 settembre gli elettori svizzeri voteranno sull’iniziativa «Salvaguardare la neutralità svizzera», lanciata da Pro Schweiz e sostenuta dalla Svp. Dal 1848 la Costituzione impone alle autorità federali di «salvaguardare la neutralità della Svizzera», senza definirla. Se approvata, l’«iniziativa sulla neutralità» aggiungerebbe un articolo dettagliato che stabilisce ciò che la Svizzera deve — e soprattutto non può più — fare: mantenere una «neutralità permanente e armata», limitare la cooperazione militare e vietare le sanzioni contro gli Stati belligeranti, salvo quelle decise dalle Nazioni Unite.

«Niente guerra». E affari in Russia?

Quattro giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, il governo svizzero adottò le sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia. Poco dopo Christoph Blocher, figura storica della destra svizzera, ebbe un ruolo decisivo nel lancio dell’«iniziativa sulla neutralità». Il miliardario Blocher è anche il principale finanziatore individuale della campagna per il Sì: oltre 2 milioni di franchi donati su 3,84 milioni dichiarati. La campagna per il No ne ha invece dichiarati 1,67 milioni. In decenni Blocher ha trasformato la Svp nel maggiore partito svizzero e ha costruito la fortuna familiare attraverso il gigante chimico Ems-Chemie, oggi controllato dalle figlie. La famiglia Blocher ha importanti interessi industriali in Russia attraverso Ems-Chemie, tra cui due stabilimenti Eftec. Il 4 settembre, Republik ha pubblicato «Gli affari dei Blocher in Russia», un’inchiesta che ha suscitato clamore in Svizzera e oltre.
Blocher, ex ministro della Giustizia non rieletto dal Parlamento nel 2007 — evento eccezionale nella politica svizzera — afferma che, anche se perderà il 27 settembre, continuerà a battersi per la sua concezione rigorosa della neutralità. I manifesti del Sì proclamano «Niente guerra. Sì alla neutralità svizzera» sotto una colomba della pace. Un volantino con il volto di John Lennon e la scritta «Give Peace a Chance!» è stato ritirato dopo contestazioni sui diritti d’immagine. Ma chi voterebbe «per la guerra»? Il referendum di domenica infatti non riguarda la scelta fra guerra e pace. Riguarda piuttosto due concezioni diverse della neutralità.

La neutralità è uno strumento, non un valore

I sostenitori dell’«iniziativa sulla neutralità» affermano che la Svizzera debba mantenere una rigorosa distanza dalle parti in conflitto. Ma il diritto della neutralità non impone equidistanza morale o politica. Sanzionare uno Stato che viola il diritto internazionale non equivale a fargli guerra. Nel 1935, per esempio, la Svizzera neutrale adottò alcune delle sanzioni decise dalla Società delle Nazioni contro l’Italia dopo la sua invasione dell’Etiopia. La neutralità vieta la partecipazione militare; non impone il silenzio politico. Il ministero degli Esteri svizzero definisce la neutralità «uno strumento della politica estera svizzera». Democrazia, pace, dignità umana e Stato di diritto sono valori. La neutralità, invece, è un mezzo. Va giudicata per ciò che permette di fare, non trasformata in un idolo.
Contro gli Stati belligeranti, il nuovo articolo costituzionale permetterebbe soltanto le sanzioni dell’Onu. Ma nel Consiglio di Sicurezza un membro permanente può porre il veto a misure contro sé stesso. La Svizzera potrebbe quindi essere costretta ad aspettare le grandi potenze invece di agire autonomamente. Le grandi potenze hanno grandi eserciti; i piccoli Stati hanno confini la cui sicurezza dipende dal fatto che gli altri li rispettino. Per i piccoli Stati il diritto internazionale non è un ornamento morale. È un’assicurazione sulla vita. Le sanzioni non sono guerra, ma possono provocare ritorsioni: cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione e altre forme di conflitto ibrido. Il confine fra pace e guerra è sempre più poroso. Una dettato costituzionale dettagliato sulla neutralità rischia di irrigidire la risposta svizzera mentre i conflitti evolvono rapidamente.

Per una neutralità attiva

Per «neutralità attiva» intendo l’estensione di una pratica svizzera di lunga data: restare fuori dalla guerra, ma non fuori dal diritto internazionale; condannare le violazioni, adottare sanzioni non militari, offrire buoni uffici e parlare con tutti. Condannare una violazione sia che venga da Mosca, Washington, Pechino o altrove. Indipendenza significa anche saper dire di no ai propri amici. Certo, uno Stato sanzionato dalla Svizzera potrebbe rifiutarne una mediazione. Ma la credibilità consiste davvero nel non scontentare nessuno? Se vuole preservare la propria capacità di mediazione, la Svizzera ha bisogno di indipendenza di giudizio. A fine agosto, un’enorme bandiera bianca — 22 metri per 14 — sventolava da un’alta gru sulla riva del lago di Zurigo, installazione dell’artista spagnolo Fernando Sánchez Castillo. Sembrava fatta per la Svizzera. Una bandiera bianca può appartenere a chi rinuncia a prendere posizione. Oppure può significare: «Non ti sparo. Vieni, parliamo». Parlare con tutti. Fare guerra a nessuno. Ma non chiamare neutralità il silenzio.

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