Nel Sud del Libano, dove la guerra con Israele sta mettendo alla prova l'alleanza tra gli sciiti
di Nello Scavo, inviato a Nabatieh
Nonostante le dichiarazioni di unità, le tensioni fra i due “schieramenti fratelli” Hezbollah e Amal si fanno sempre più evidenti. Nel Paese aleggia lo spettro dello scontro del 1988. Il nostro reportage

Il vecchio arriva al bazar di Nabatieh superando le macerie. Cerca la bottega che vende miele delle montagne. Gli serve «per addolcire il tè, e la vita». Poche bancarelle. Le donne riempiono in fretta le borse della spesa alzando gli occhi verso la collina, dove è appostata l’artiglieria israeliana. «Gli unici perdenti siamo noi», dice l’anziano che non vuole parlare di politica, ma si capisce che della politica è scontento. Mettere a rischio «la pace civile è una linea rossa», avevano dichiarato Hezbollah e Amal, i due principali partiti sciiti libanesi, scegliendo queste parole mentre sul Libano torna a incombere uno spettro che la comunità sciita conosce bene: se non una nuova faida tra i due movimenti, una crescente tensione nella loro base sociale, sottoposta alle conseguenze della guerra. Il 14 settembre le leadership delle due organizzazioni aveva diffuso un comunicato congiunto insolitamente esplicito. «Respingiamo ogni forma di incitamento all’odio e alla discordia», hanno dichiarato, chiedendo che le controversie vengano affrontate «attraverso il dialogo all’interno delle istituzioni». Il Libano, si leggeva ancora, «non può sopportare altra paralisi o tensioni». Nella tenaglia tra distruzione del Sud e pressione per il disarmo di Hezbollah, l’alleanza rimane solida. Ma che sia stata necessaria una nota sulla «pace civile» segnala che i leader fiutano il pericolo.
Hezbollah affronta la questione più difficile dalla fine della guerra civile nel 1990: il futuro del proprio arsenale e della struttura militare costruita parallelamente allo Stato. Amal, nata negli anni Settanta per iniziativa dell’imam Musa al-Sadr è invece profondamente inserita nelle istituzioni. Il fondatore scomparve in Libia nel 1978, durante una visita al regime di Gheddafi. Non tornò mai e il suo corpo non è mai stato ritrovato. Lo storico leader Nabih Berri presiede il Parlamento e media tra il “Partito di Dio”, governo e interlocutori internazionali. Hezbollah conserva un apparato militare autonomo, con comando, combattenti e arsenale propri. Amal, antica milizia della guerra fratricida trasformata in partito di potere, non dispone di una forza comparabile, ma conserva uomini armati e capacità di mobilitazione.
Le differenze sono emerse quando il segretario generale del movimento, Naim Qassem, dal suo nascondiglio ha evocato la possibilità che «la gente» scendesse in strada e rovesciasse il governo se le autorità avessero colpito “al-Qard al-Hassan”, il sistema finanziario che tiene in piedi il partito. Berri lo ha sconfessato: «Non sono d’accordo con lui. Non era necessario dirlo». E ancora: «In Amal non diciamo queste cose, non è il nostro linguaggio». Sono state necessarie due riunioni tra le leadership, ha spiegato Berri, per «correggere questa posizione». La partita non si gioca soltanto nel mondo sciita. Samir Geagea, capo delle Forze libanesi ed ex comandante della principale formazione armata cristiana durante la guerra civile, è tra i più decisi sostenitori del disarmo di Hezbollah. Il 6 settembre ha chiesto che le organizzazioni armate, «con Hezbollah in testa», consegnino le armi e che, se non lo faranno, intervenga lo Stato «in un modo o nell’altro». Alludendo anche a lui il presidente del Libano Joseph Aoun, cristiano maronita e già capo dell’esercito, ha più volte minacciato di «tagliare la mano» di chi vuole un’altra guerra civile.
La pressione viene soprattutto dal Sud. Interi villaggi rimangono devastati o inaccessibili, mentre Israele continua operazioni e demolizioni. Il comandante di Unifil, il generale italiano Diodato Abagnara, ha definito quelle osservate e documentate anche da Avvenire a Mansouri «un’altra violazione» delle risoluzioni Onu. qui che si misura il consenso. «Hezbollah non mi ha dato niente. Sono contro la guerra», dice un 45enne sciita di Khiam, la cui casa è stata distrutta. È un elettore di Amal. «Non è un problema degli sciiti – spiega –, il problema è Hezbollah. Non ci rappresentano». Ma la guerra congela i conti interni. «Tra Israele e Hezbollah – chiarisce un altro residente del distretto di Nabatieh –, direi Hezbollah. Ma non significa che li sostengo politicamente». A Nabatieh il confine tra ciò che il movimento armato sciita mostra e ciò che preferisce lasciare fuori dall’inquadratura diventa materiale. Per un paio d’ore veniamo accompagnati da uno dei «gialli», come vengono chiamati i militanti del gruppo armato sciita. Condizioni precise: nessuna immagine che permetta di identificarlo, niente geolocalizzazione. E come per giustificarsi indica il drone israeliano che dal mattino sorveglia l’altopiano. In auto ha voluto sedersi davanti, non alla guida. Non ha precisato il suo ruolo. Si presenta come una sorta di intermediario con il mondo esterno. Dal finestrino mostra Nabatieh dal proprio punto di vista: distruzioni israeliane, case colpite, cvili sfollati. Sul resto, silenzio. Nessuna risposta su disarmo, gli arsenali, né dei rapporti con Amal. Poche parole e mai un sorriso, dietro occhiali scuri da pilota di caccia americano, saluta consigliando di tenere d’occhio il cielo.
Nel capoluogo regionale la superiorità militare israeliana si legge nella disposizione delle rovine. Tra palazzi scalfiti dalle esplosioni compaiono edifici rasi al suolo o sventrati. Secondo le autorità locali incontrate sul posto, una ventina di civili sono stati uccisi nell’area dopo l’ultimo cessate-il-fuoco. Hezbollah e Amal chiedono allo Stato che «ricostruzione, risarcimenti e ritorno degli abitanti» diventino una priorità nazionale. Ma nelle zone devastate cresce il malcontento. A Zawtar al-Gharbieh i capifamiglia tornano superando i posti di blocco israeliani. È un ritorno mesto e breve: vanno a vedere ciò che rimane delle proprie case. Poi devono andarsene. È qui che gli interessi di Hezbollah e Amal possono divergere. Amal ha bisogno di uno Stato forte perché nello Stato risiede una parte essenziale del proprio potere. Hezbollah deve decidere quanto del sistema politico, militare, sociale e finanziario costruito in quarant’anni possa essere trasferito dentro quello Stato. I più giovani ne sanno poco. Gli altri ricordano cosa accadde quando la competizione degenerò. Tra il 1988 e il 1990 Hezbollah e Amal combatterono la «guerra dei fratelli»: dal Sud alla Valle della Bekaa fino alla periferia di Beirut, centinaia di morti e migliaia di feriti prima dell’accordo favorito da Siria e Iran. Nessuno sembra voler ripetere quella storia. Per questo il monito comune sulla «discordia» assume anche il peso di un avvertimento reciproco. Neanche il tempo di lasciarci alle spalle l’abitato di Nabatieh che le esplosioni riprendono. Sotto di noi, detriti sparsi ovunque, mercati vuoti, alberi di noci senza più braccianti per la raccolta. Dal fondovalle salgono lente due ambulanze. Una ha l’insegna di Hezbollah, l’altra quella di Amal.
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