Il grido dei desaparecidos messicani irrompe all'Assemblea generale Onu
Attivisti e familiari scrivono perché gli Stati membri diano seguito alla storica decisione del Comitato Onu e creino un comitato indipendente di indagine. «Questo è l'aiuto che ci occorre, non altre truppe»

«Il Messico è l'epicentro della violenza dei cartelli. E' inaccettabile per gli Stati Uniti condividere migliaia di chilometri di confine con un territorio controllato da nemici. Siamo pronti a impiegare la forza per difendere i nostri interessi». Dal podio di Palazzo di Vetro, appena qualche giorno fa, Donald Trump non ha mancato di rilanciare la minaccia di un intervento oltreconfine nell’ambito della versione Donroe della guerra alla droga. L’impianto resta quello nixoniano del “nemico esterno” pronto a inondare di stupefacenti gli States. Il tycoon lo ha portato all’estremo soprattutto in America Latina, tornata il “cortile di casa”. Lo dimostrano gli attacchi alle cosiddette “navi dei narcos” nei Caraibi e nel Pacifico nonché la cattura del venezuelano Nicolás Maduro, sotto processo a New York per traffico di cocaina. Il presidente, in realtà, alterna le dichiarazioni muscolari a plateali ammissioni di obiettivi di tutt’altro genere. Ovvero la conquista delle risorse strategiche dei Paesi finiti nel radar di Washington. Caracas, con il suo petrolio, docet. Con il Messico, partner commerciale da mezzo miliardi di dollari – il 14 per cento in più rispetto all’anno precedente -, Trump, però, ha un rapporto ambivalente. Le accuse verbali cicliche non intaccano una sintonia politica di fondo tra il capo della Casa Bianca e Claudia Sheinbaum, esponente di punta – almeno ufficialmente - del quasi estinto progressismo latinoamericano. Non a caso, i dazi sull’export di Città del Messico – metro di misura dell’approvazione trumpiana – sono radicalmente più bassi rispetto alle principali nazioni socie. Il duello retorico rischia di eclissare la vera sfida per la sicurezza del Messico e dei suoi abitanti. Una partita in cui – scorciatoie demagogiche a parte – la comunità internazionale potrebbe giocare un ruolo attivo. Il 19 marzo scorso, il Comitato Onu contro le sparizioni forzate ha attivato, per la prima volta, l’articolo 34 della Convenzione fondativa in risposta all’emergenza desaparecidos. La crisi è in atto da un ventennio cioè da quando l’allora presidente conservatore Felipe Calderón aveva deciso di schierare l’esercito in funzione anti-narcos. Una linea seguita dalle tre successive amministrazioni, di differente coloro politico. Nel frattempo, il numero di scomparsi è cresciuto esponenzialmente: negli ultimi due anni –in base allo studio di “A donde van los desaparecidos” - la media quotidiana – già altissima – è quasi raddoppiata, passando da 25 a 40. Il totale, dal 2006, oltrepassa quota 135mila. La decisione storica delle Nazioni Unite, comunicata a tutti gli Stati firmatari il 12 maggio successivo, si basa su “fondati indizi” che le sparizioni forzate – commesse da gruppi criminali, con la complicità o nell’indifferenza delle autorità o direttamente da queste ultime - costituiscano crimini contro l’umanità. «In 14 anni di studio, il Comitato Onu ha toccato con mano l’enormità del fenomeno di fronte al quale le politiche di prevenzione da parte dello Stato sono stati insufficienti o inefficaci. Il 99 per cento dei casi di scomparsa resta impunito e non ci sono meccanismi effettivi di indagine – spiega Micheal Chamberlin, attivista tra i più noti e fondatore di “Consultora solidaria” -. Le procure mancano di autonomia e non si investiga il possibile coinvolgimento dei funzionari pubblici con i responsabili delle sparizioni”. Di fronte a una simile tragedia, «il vero aiuto di cui il Messico ha necessità è che nell’ambito dell’Assemblea generale, si crei una commissione indipendente di cui facciano parti rappresentanti degli Stati, della società civile ed esperti». Decine e decine di difensori e organizzazioni per la difesa dei diritti umani e gruppi dei familiari degli scomparsi lo hanno chiesto alle delegazioni riunite in questi giorni a New York. La speranza è che la Terza Commissione dell’Assemblea si pronunci tra ottobre e novembre. «Questo – conclude Chamberlin - è il tipo di intervento internazionale che occorre al Paese, non armi o truppe straniere».
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