Dal tavolo con le gambe "finte" partono tre sentieri di pace

L'opera dell'artista Alessandro Bergonzoni realizzata con le protesi per i mutilati dei conflitti aiuta a capire che per fermare la guerra serve ricostruire fiducia, cooperazione e rispetto dell’essere umano
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July 3, 2026
Dal tavolo con le gambe "finte" partono tre sentieri di pace
Il "Tavolo delle trattative”, l'installazione ideata da Alessandro Bergonzoni, durante l'incontro organizzato al Parlamento europeo di Bruxelles
Al Parlamento europeo di Bruxelles, in questi giorni, l’artista Alessandro Bergonzoni ha presentato il suo “Tavolo delle trattative” (vedi Avvenire di giovedì 2), un tavolo sorretto dalle protesi che i medici di Emergency sono costretti a impiantare in corpi martoriati, oggi soprattutto a Gaza. Un richiamo forte a immedesimarsi nella sofferenza delle vittime e a impegnarsi di fronte a questo dolore indicibile per arrestare tutte le cinquanta guerre in corso. L’opera è intitolata “Il Tavolo delle trattative” proprio per mostrare come la guerra si possa vincere solo con il ritorno alla fiducia e alla diplomazia. Dall’abisso in cui siamo caduti si può uscire solo ripensando politicamente e culturalmente il sogno della pace. Come farlo nel mondo martoriato di oggi è diverso da quanto si era immaginato durante la Guerra Fredda, quando il pacifismo, promosso da Albert Einstein e da Bernard Russel, era concentrato sulla prevenzione di una possibile guerra nucleare tra le superpotenze. Oggi l’anelito alla pace è diventato una responsabilità più ampia e complessa nella crisi del nostro tempo. Dobbiamo pensare a costruire tre forme di pace.
La prima è la pace con la natura, come già ci aveva ammonito papa Francesco. Per la prima volta nella storia, l’umanità è in grado di compromettere le condizioni stesse della propria esistenza. Stiamo facendo la guerra al pianeta e, facendo la guerra alla natura, facciamo la guerra anche al futuro delle nuove generazioni. È responsabilità di tutti proteggere la terra dai cambiamenti climatici, avendo consapevolezza che saranno i più deboli e meno attrezzati a pagare il prezzo più altro. La seconda è la pace tra gli Stati. Stiamo assistendo alla crisi dell’ordine internazionale nato dopo il trauma della Seconda Guerra Mondiale. L’idea della cooperazione, alla base di ogni progresso umano, viene sostituita dalla legge del più forte. Si indeboliscono le Nazioni Unite, cresce la corsa agli armamenti e torna l’idea che la sicurezza dipenda soltanto dalla forza. Trump, Putin e Netanyahu hanno costruito, come osserva Noah Harari, una nuova narrazione secondo cui ogni relazione umana si debba basare sul potere perverso del dominatore. Ma nessuna pace può fondarsi soltanto sull’equilibrio militare. La pace nasce dalla fiducia, dall’amicizia tra i popoli, dalla cooperazione e dalla costruzione di istituzioni condivise. Anche regimi e Paesi con istituzioni contrapposte devono potersi incontrare e dialogare, senza che nessuno debba ribaltare l’altro. Il cosiddetto “regime change” immaginato tanto da Putin in Ucraina quanto da Trump in Iran - o dallo stesso Iran in Medio Oriente - rappresenta la fine della stessa ragione della diplomazia, che risolve i conflitti con il dialogo e non con la violenza. La terza via della pace – la più difficile – è la preservazione della dignità della persona umana che Raphael Lemkin e Eleonora Roosevelt avevano immaginato con le due grandi Convenzioni sui diritti universali dell’uomo e sulla prevenzione dei genocidi votate dalle Nazioni Unite nel 1948. Non c’è pace – da Gaza a Tel Aviv, da Mosca a Pechino – senza la libertà delle persone.
Nel mondo di oggi questo percorso sembra entrato in crisi, perché non ci sono istituzioni che hanno la forza di guidarlo. Abbiamo però, tutti noi, un “potere dei senza potere”, come direbbe oggi Vaclav Havel, che può seminare una alternativa e ribaltare lo spirito negativo del nostro tempo. Vivere la crisi terribile di oggi con questo orizzonte ideale, senza mai farsi prendere dallo scoraggiamento, come fecero i resistenti al fascismo durante la Seconda guerra mondiale. L’utopia possibile si costruisce nei tempi difficili e dà forza alla resistenza morale. E poi c’è un compito alla portata di tutti nei nostri comportamenti: per “vincere la pace” nel mondo dobbiamo praticarla nelle nostre azioni quotidiane. Paradossalmente, come purtroppo qualche volta accade, si può anche usare la parola “pace” per seminare odio e parole malate, per esempio stando dalla parte dei palestinesi e promuovendo odio verso tutti gli israeliani, oppure stando dalla parte degli ucraini e istillando odio verso tutti i russi, cadendo così nel terribile abisso della colpa collettiva, contro cui prese posizione Etty Hillesum nelle pagine più belle del suo diario prima di morire ad Auschwitz. La pace si costruisce estirpando l’odio dentro di sé e non immaginando mai l’altro come un nemico contro cui combattere. Il “campo della pace” nasce dal nostro modo di vivere la democrazia e le relazioni con l’altro. Per questo la grande intuizione di risolvere i conflitti mettendosi sempre a discutere, con punti di vista diversi, intorno a un tavolo alla ricerca della verità può diventare un esercizio spirituale collettivo per ricostruire il futuro.
 Gabriele Nissim è il fondatore e il presidente della Fondazione Gariwo

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