Il medico che salvò le madri ma venne tradito dai colleghi
L'ungherese Ignàc Semmelweis a metà dell'800 scoprì la causa delle morti dopo il parto e ne dimezzò i casi suggerendo una semplice pratica igienica. La scienza lo comprese solo dopo la sua scomparsa

Che un medico debba lavarsi le mani prima di accostare un paziente oggi ci appare scontato: buon senso, più che deontologia. Nella Vienna di metà Ottocento, però, non era così: i sanitari passavano dai reparti di ostetricia agli obitori con estrema disinvoltura. Almeno finché non entrò in scena l’ungherese Ignàc Semmelweis. Ma al futuro «salvatore delle madri» occorreranno decenni per essere valorizzato. Per dire: la biografia italiana “Il morbo dei dottori. La strana storia di Ignàc Semmelweis” è uscita per Codice Edizioni nel 2004 (ovvero 139 anni dopo la sua morte), traduzione di un libro di Sherwin B. Nuland pubblicato l’anno prima negli Usa.
La riscoperta tardiva si spiega col fatto che, pionieristico nelle sue intuizioni, Semmelweis fu un «eroe imperfetto»: trascorse la seconda metà della sua vita emarginato dalla comunità scientifica del suo tempo, che a lungo osteggiò le sue scomode verità. Al punto che è stata persino coniata l’espressione «riflesso di Semmelweis» per indicare la tendenza diffusa nel mondo scientifico a rifiutare nuove ipotesi che contraddicono convinzioni radicate, pur in presenza di prove adeguate. Semmelweis morirà in solitudine, vittima dello stesso tipo di infezione che aveva cercato di combattere per l’intera esistenza. Oggi la sua figura è inserita nel registro “Memoria del mondo” dell’Unesco e l’Università di Medicina di Budapest porta il suo nome.
Ma andiamo con ordine. Nel 1846 Semmelweis è un giovane medico in servizio all’ospedale generale di Vienna. Scrive Nuland: «Nella Prima divisione dell’Allgemeines Krankenhaus moriva una madre su sei e molte altre ne sviluppavano i primi sintomi». Insomma: proprio nel reparto dove si sarebbe dovuto celebrare la vita aleggiava uno spettro di morte e le vittime erano condannate ad atroci sofferenze. La prima clinica dell’ospedale era riservata all’addestramento di medici e studenti di medicina; la seconda alla formazione delle ostetriche. Semmelweis notò un’anomalia statistica: nella prima clinica la mortalità materna oscillava costantemente tra 10% e 20%, con picchi spaventosi che superavano il 30%. Nella seconda era nettamente inferiore, intorno al 3-4%. Una situazione talmente nota che le stesse donne incinte di Vienna supplicavano in ginocchio di essere ammesse alla clinica delle ostetriche. Il giovane medico ungherese scrisse nel suo diario: «Tutto era inspiegabile, tutto era dubbio, solo il gran numero di morti era una realtà indiscutibile».
Peraltro, come osserva “Il morbo dei dottori”, «l’esperienza di Vienna non era certo unica; si ripeteva negli ospedali di tutta Europa e, pur se in misura minore, in America. La febbre puerperale era onnipresente». E, sottolinea la prestigiosa rivista scientifica The Lancet, «all’epoca era considerata una calamità inevitabile, attribuita a influssi miasmatici, perturbazioni atmosferiche o persino a shock emotivi delle partorienti».
Nel marzo 1847 Jakob Kolletschka, amico e collega di Semmelweis, morì dopo essersi ferito con un bisturi durante un’autopsia. Semmelweis notò che i sintomi erano identici a quelli delle partorienti decedute, il che fece insorgere nel medico il sospetto di un nesso fra le autopsie e le infezioni nel reparto maternità. All’epoca studenti e professori iniziavano la giornata sezionando i cadaveri delle donne morte il giorno prima, poi passavano direttamente nelle sale parto, senza lavarsi le mani. Semmelweis ipotizzò che “particelle cadaveriche” invisibili (ovvero i batteri) venissero trasferite alle partorienti. Di lì a poco impose così un protocollo rivoluzionario: prima di entrare in sala parto ci si doveva lavare le mani, immergendole in una soluzione di cloruro di calce. Ebbene: la mortalità nella prima clinica crollò in poco tempo al 2%. Nonostante i numeri inequivocabili, la comunità medica viennese accolse Semmelweis con ostilità. C’è (in parte) da capire i colleghi di Semmelweis: come vi sentireste se, indossando un camice, vi accusassero di essere veicoli di morte? Non solo: perché Semmelweis venisse preso sul serio mancava una teoria scientifica che spiegasse il meccanismo di trasmissione; la batteriologia di Pasteur e Koch sarebbe arrivata solo decenni più tardi.
Nel 1850 Semmelweis lasciò Vienna per tornare nell’attuale capitale ungherese, dove assunse la direzione del reparto di ostetricia dell’ospedale Szent Rókus, dove di nuovo introdusse il lavaggio delle mani, riducendo sensibilmente la mortalità delle madri. Nel 1855 ottenne la cattedra di Ostetricia teorica e pratica all’Università di Pest. Nel 1861 pubblicò il trattato “Eziologia, concetto e profilassi della febbre puerperale”, sintesi dei lunghi anni di lavoro. Considerato una pietra miliare dell’epidemiologia (Armando l’ha ripubblicato nel 2022, a 45 anni dalla prima edizione, col sottotitolo “Come lavora uno scienziato”), all’epoca lo studio fu sostanzialmente ignorato dai contemporanei. A quel punto Semmelweis - animato da comprensibile frustrazione - iniziò a scrivere lettere di fuoco ai più noti ostetrici europei; ma il tono veemente delle missive compromise ulteriormente la reputazione dell’autore. Il quale, per tutta risposta, affermò: «Non mi interessa il riconoscimento accademico; il mio scopo è un impatto pratico, affinché il bambino possa conservare la propria madre». Negli ultimi anni Semmelweis mostrò segni di grave instabilità mentale, tant’è che nel luglio 1865 i colleghi lo fecero internare in un istituto psichiatrico presso Vienna. Tentò (invano) di fuggire. Finché il 13 agosto 1865, a soli 47 anni, morì di setticemia.
Solo dopo la morte di Semmelweis la comunità medica comprese il valore delle sue intuizioni; a fine Ottocento la febbre puerperale divenne una rarità negli ospedali che adottavano protocolli igienici adeguati. Per BBC History Semmelweis «aveva ragione con vent’anni di anticipo. La sua tragedia fu quella di aver scoperto il “come” senza poter spiegare scientificamente il “perché”». Lo scrittore Louis-Fernand Céline – che dedicò a Semmelweis la tesi di laurea in Medicina nel 1924, poi trasformata nel 1936 in romanzo biografico (Adelphi è arrivata alla 26ma edizione!) – afferma con amarezza che la storia del medico ungherese mostra «il pericolo di voler troppo bene agli uomini».
Sebbene ancora il suo nome non sia noto al grande pubblico, la riscoperta di Ignàc Semmelweis è in atto. Non da oggi. Nel 1969 l’Ungheria gli ha dedicato un francobollo commemorativo; nel 2008 è stato proclamato l’Anno Semmelweis dall’Accademia ungherese delle scienze. Gli attori Andrea Carabelli e Giampiero Bartolini l’hanno inserito nella loro performance comico-scientifica “Innovativi cioè vivi”. Ancora: nel 2023 un regista ungherese ha diretto un biopic su di lui. L’anno dopo, presso l’Ospedale Santa Maria delle Misericordia di Perugia, è stata inaugurata una statua di Semmelweis, a 200 anni esatti dalla nascita. E, con questa, sono ben 25 le statue erette in suo onore in ogni angolo del mondo, da Tokyo a Los Angeles. Oltre che, ovviamente, a Vienna.
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