Quei sei vescovi, punto di partenza per la Cina
A Canton un recente convegno ha ricordato le prime ordinazioni episcopali del 1926: è significativo perché la memoria continua a costituire un elemento chiave della narrazione di cui si alimenta l’identità collettiva del Paese

28 ottobre 1926, basilica di S. Pietro, solenne ordinazione episcopale. Ad essere ordinati sono sei vescovi cinesi – i primi dopo l’unico precedente di Gregorio Luo Wenzao alla fine del Seicento - e a presiedere è lo stesso Papa, Pio XI. È il punto di arrivo di un percorso complesso e difficile, giunto a termine per la determinazione di un piccolo gruppo di persone: i papi Benedetto XV e Pio XI, i cardinali Gasparri e van Rossum, rispettivamente segretario di Stato e prefetto di Propaganda Fide, monsignor Celso Costantini, primo delegato apostolico in Cina, e alcuni missionari europei, in particolare i lazzaristi Lebbe e Cotta.
Fu senza dubbio una svolta, come ha ricordato il convegno che si è recentemente tenuto a Canton presso l’Università Sun Yat-sen, per iniziativa del professor Xie Sijie (storico dell’età contemporanea ed esperto di storia della Chiesa e di storia d’Italia), promosso dal locale dipartimento di Storia. L’ordinazione di vescovi asiatici e africani è oggi un’ovvietà, ma non lo era cento anni fa. Sebbene fin dalla sua fondazione nel 1622, Propaganda Fide indicasse come obiettivo della missione ad gentes l’istituzione di Chiese locali, agli occhi di molti missionari i tempi non erano ancora maturi. Ma Benedetto XV capì che la Chiesa non poteva restare legata alle “nazioni cristiane” e cioè a quell’Europa che si era buttata nell’avventura fratricida della Prima guerra mondiale. Così, con la lettera apostolica Maximum Illud (1919), separò definitivamente il destino del cattolicesimo nel mondo dal colonialismo europeo.
Il passo successivo fu l’invio, nel 1922, del primo delegato apostolico in Cina, Celso Costantini, che già due anni dopo convocò il Primum Concilium Sinense a Shanghai. A distanza di altri due anni, il delegato apostolico accompagnò a Roma i sei candidati cinesi all’episcopato. Quell’ordinazione aprì la strada a molte altre: mentre, fino al 1926, tutti i vescovi in Asia orientale e sud-orientale erano europei, l’anno successivo fu ordinato il primo vescovo anche in Giappone e poi seguirono, negli anni successivi vescovi locali in Vietnam e Sri Lanka e, nel 1939, in diversi Paesi, tra cui l’Uganda, con il primo vescovo cattolico dell’Africa subsahariana. La Cina insomma aprì la strada ad una nuova stagione nella storia dell’evangelizzazione in tutto il mondo: l’esperienza della Chiesa in questo Paese ha avuto un’influenza determinante sulla Chiesa universale e sui processi di localizzazione del cattolicesimo a livello globale.
È particolarmente significativo che questo passaggio storico sia stato ricordato in Cina con un convegno in una sede pubblica. Nella Cina di oggi la memoria storica continua a costituire un elemento chiave della narrazione di cui si alimenta l’identità collettiva del Paese. La storia è fonte di legittimazione per i soggetti attivi nella società cinese contemporanea, compresa la Chiesa cattolica: ricordando momenti come questo e altri che hanno contribuito positivamente allo sviluppo della società cinese, si sottolinea l’integrazione del cattolicesimo nel tessuto sociale. L’ordinazione dei sei vescovi cinesi, al di là del suo intrinseco significato ecclesiale, smentì molti pregiudizi europei verso il popolo cinese. Scegliendo di iniziare dalla Cina un affidamento sempre più diffuso della guida di Chiese locali a vescovi locali, la S. Sede confermò la sua attitudine a considerare questo Paese una sorta di “laboratorio” in cui realizzare per la prima volta tappe decisive dell’evangelizzazione del mondo poi attuate anche altrove.
Il convegno che si è svolto a Canton il 13 giugno scorso e che ha ospitato le relazioni di una quindicina di studiosi cinesi, oltre ad alcuni studiosi europei, non è stato una mera celebrazione. Riflettere storicamente significa unire passato e presente e al convegno si è ricordato che quelle ordinazioni non furono solo un punto di arrivo ma anche di partenza. Oltre a presentare le biografie dei sei vescovi cinesi ordinati nel 1926 e il loro contributo personale al processo di localizzazione della Chiesa in Cina, diversi interventi hanno riflettuto sul modo adottato anche in seguito dalla Chiesa cattolica di intendere tale processo e affrontarne le sfide: in un momento in cui, nella Repubblica popolare, si parla tanto di “sinizzazione” delle religioni, diversi contributi hanno illustrato, in prospettiva storica, il percorso della Chiesa cattolica attraverso, ad esempio, le traduzioni in lingua cinese dei testi liturgici, del codice di diritto canonico e del lessico cattolico che, proprio dagli anni Venti, fu rinnovato di pari passo con la riforma delle strategie missionarie.
Questo anniversario cade quando da poco più di un anno è papa Francis Prevost. Come Pio XI raccolse il testimone da Benedetto XV e portò a compimento le speranze del suo predecessore, Leone XIV ha proseguito in questi mesi il lavoro avviato da papa Francesco, che a sua volta ha ripreso la strada percorsa da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. L’elezione di un papa nato negli Stati Uniti è stata inizialmente accolta in Cina con grande preoccupazione: molti temevano che avrebbe fatto gli interessi del suo Paese di origine e che si sarebbe allineato alla politica di Trump. Ma, con le sue parole e le sue posizioni, Leone XIV ha limpidamente confermato che la Chiesa cattolica è indipendente da tutti poteri politici. Così, all’apprensione iniziale è subentrata un’attesa fiduciosa. Questa a sua volta ha lasciato spazio, negli ambienti più informati, allo stupore e ad una sincera ammirazione per l’enciclica Magnifica humanitas e per il modo in cui affronta i problemi dell’IA. L’approccio del papa in questo ambito sta incontrando in Cina adesioni mentre cresce la sua popolarità sui social cinesi. Gravi difficoltà e problemi per i cristiani, come per altri credenti, rimangono senz’altro presenti anche oggi. A fronte di questo, quel singolare soggetto internazionale che è la Santa Sede e l’autorità morale del papa si rivelano oggi una risorsa più che mai preziosa. L’assenza, nella Magnifica humanitas, di specifici interessi politici e, viceversa, la presenza di un interesse sincero per tutta l’umanità possono spingere la popolazione cinese a guardare con occhi diversi la Chiesa cattolica.
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