Usare la Rai come arma elettorale è l'ultima tentazione della politica

Dopo le dimissioni in massa dalla Vigilanza restano recriminazioni e accuse reciproche e permane lo stallo sul nome del presidente. La presidente uscente Floridia (M5s): è tutto fermo, noi non indicheremo nessun componente. Montaruli (FdI): le opposizioni non vogliono togliere le mani dalla tv pubblica. Il nodo del regolamento Ue sui media, lo scenario del voto che incombe su palinsesti e programmi
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July 3, 2026
Usare la Rai come arma elettorale è l'ultima tentazione della politica
Barbara Floridia, presidente dimissionaria della Commissione Vigilanza Rai in quota M5s / Ansa
Il paradosso è che tra il prima e il dopo lo tsunami che ha spazzato via la commissione di Vigilanza Rai è davvero difficile trovare differenze. Stesse recriminazioni, stesse accuse reciproche, stesso stallo sul nome del presidente del Cda. Il futuro, forse, quello potrebbe cambiare, ma solo perché è più incerto: in bilico tra una promessa di cambiamento mai mantenuta e il possibile ritorno allo status quo. Sullo sfondo resta quel regolamento Ue che invece potrebbe davvero ribaltare il tavolo (in meglio). L’European media freedom act, in vigore già da un anno. Che non è una direttiva e quindi non ha bisogno di essere recepita per via parlamentare ed è fondato su quattro semplici pilastri: indipendenza dal potere politico, procedure di nomina dei vertici trasparenti e aperte, finanziamenti stabili e prevedibili, rispetto dell’indipendenza editoriale e del pluralismo.
La domanda è cosa succederà adesso. Formalmente i presidenti di Senato e Camera dovranno prendere atto delle dimissioni in massa dei commissari e chiederanno ai capigruppo di indicare nuovi membri. Barbara Floridia, presidente dimissionaria del M5s, è però molto netta: «In accordo con il resto delle opposizioni non indicheremo nessun componente», dice ad Avvenire. Certo, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana potrebbero anche forzare la mano, come accaduto per la commissione Covid. Ma qui si parla di un organo previsto per legge e una scelta d’imperio sarebbe davvero uno smacco per la dialettica parlamentare, peraltro già molto provata. L’unica prospettiva gradita alle opposizioni, in questo momento, è che il centrodestra faccia marcia indietro su Simona Agnes, il nome proposto dal Cda come presidente, sul quale lo stallo permane ormai da due anni. Effetto della riforma voluta da Matteo Renzi, che impone una maggioranza di due terzi per la ratifica del presidente designato dai consiglieri, ma senza che il quorum scenda nel caso di più fumate nere (neanche per l’elezione del capo dello Stato la procedura è così ingessata). C’è poi un’altra condizione: che la commissione venga ricomposta con gli stessi membri e la stessa presidenza, Floridia, appunto. Allo stato, però, più che una possibilità reale, sembra fantapolitica.
Nella vicenda il nodo del regolamento Ue pesa come un macigno. Le opposizioni accusano gli avversari di aver bloccato la riforma che lo integrerebbe. «È tutto fermo da un anno – continua Floridia –: Giorgetti ha tenuto i lavori in stallo da ottobre scorso a oggi solo per un parere del ministero dell’Economia. Ma il punto è anche nel merito: la proposta del centrodestra, pur facendo un giro molto largo, finisce comunque per garantire all’esecutivo il controllo della governance dell’azienda».
Accuse rigettate con forza dal fronte opposto: «Contrariamente a quanto sostengono dal campo largo, noi ci siamo resi parte attiva per la riforma, presentando una nostra proposta che è al vaglio del Senato», argomenta Augusta Montaruli di FdI, anche lei ex membro della commissione, «ci atteniamo a quella e, nel rispetto delle regole democratiche, sarà il Senato a vagliare il testo. Gli unici che hanno messo le mani sulla Rai e non vogliono lasciarle sono le attuali opposizioni, che di fronte a un nome proposto dal Cda non hanno mai voluto dare un proprio parere».
Non entra nel merito delle dimissioni l’attuale Ad della Rai, Giampaolo Rossi, che però tiene a dire la sua su Agnes. «Simona sarebbe stata una straordinaria presidente di garanzia per la Rai – si rammarica Rossi –. In questi anni ne ho apprezzato la competenza, la serietà, l'obiettività e il senso di attaccamento a questa azienda. Sono convinto che sarebbe stata un presidente di gran lunga superiore a molti presunti presidenti di garanzia del passato nella storia della Rai».
Fin qui lo stato dell’arte, ma il tema è anche quanto tutto questo potrebbe incidere sulle prossime elezioni. Se non risolto a breve, il caso entrerà prepotentemente in campagna elettorale e sarà gravido di recriminazioni. Il centrosinistra potrà accusare la maggioranza di voler usare la Rai come arma elettorale e il centrodestra proseguirà il battage sull’egemonia culturale della sinistra che non vuole accettare la fine del monopolio sull’azienda avuto finora. Copione già scritto, insomma, ma appunto nulla di nuovo.

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