
Pubblichiamo qui un estratto della prefazione di Benedetta Centovalli ai Diari di Flannery O’Connor a cura di Fernanda Rossini e Alessandro Matone, in uscita oggi per Ares (pagine 112, euro 14).
«Voglio vivere – non funzionare». Flannery O’Connor. Sono diari di lotta i due quaderni con la copertina marmorizzata, due classici Sterling Notebook, che Flannery O’Connor tiene durante gli anni di studio prima a Milledgeville poi a Iowa City e che sono riuniti per la prima volta in un’edizione italiana a cura di Fernanda Rossini e Alessandro Matone.
Il primo quaderno, scoperto da Mark Bosco e inedito in Italia, corre lungo quaranta giorni, dal 29 dicembre 1943 al 6 febbraio 1944, e si intitola Higher Mathematics I (Matematica avanzata), per non destare la curiosità di lettori indesiderati (in primis la madre). Mary Flannery lo scrive a Milledgeville mentre frequenta il Georgia State College for Women, e sono una trentina di pagine. Qui facciamo la conoscenza con una giovane diciottenne che cerca sé stessa nei fogli di un diario. La famiglia si era stabilita per motivi economici da Savannah a Milledgeville, nel cuore della Georgia, nella Cline House, West Green Street, di proprietà della famiglia della madre Regina Cline. L’adorato padre Edward era morto di lupus eritematoso il primo febbraio del 1941 quando Mary Flannery aveva solo quindici anni e il mondo le era crollato davanti agli occhi. Nel 1942 si diploma alla Peabody High School e prosegue gli studi al College, continuando a vivere in casa Cline.
Quello che la divora è il bisogno di riempire il vuoto di amore lasciato dal padre, e indirizzare il dolore per quella perdita dandogli un qualche senso e insieme non venire meno all’impegno preso con lui di fare qualcosa di buono con la propria vita. Un vuoto che si amplifica nella difficoltà a trovare una corrispondenza affettiva nei suoi coetanei. Flannery si avverte «carente in questo settore»: «Sento che Dio ha svuotato la mia vita a proposito, perché io possa riempirla in qualche altro modo meraviglioso»; «Non ho avuto nulla con cui riempire quel buco se non la mia immaginazione […] Ogni volta che faccio cadere qualcosa giù nel profondo, posso sentirlo colpire il fondo con un suono metallico». All’amica “A.” scriverà l’11 agosto 1956: «Direi che le privazioni sono per noi tutti una vera benedizione, se siamo disposti ad accettarlo». È un giovane fuoco che arde senza pace. E la fede resta l’àncora a cui aggrapparsi attraverso la preghiera. Non c’è spazio che per la lotta.
Disegna vignette per le riviste del College e si lega a un sergente di Marina, John Sullivan, che frequenta casa Cline. Tra i due giovani nasce un’intesa che non arriva a sbocciare. Dopo la partenza di Sullivan, resterà tra di loro un rapporto epistolare destinato a spengersi con la notizia della sua entrata in seminario alla fine della guerra. Sarà la prima di una serie di relazioni affettive senza seguito. Se amare è il riconosciuto motore dell’esistenza, non le resta che dirigerlo verso Dio e la scrittura.
Mary Flannery si sente «imbranata, impacciata e confusa», ma vorrebbe essere invece «uno Spirito Fantastico, Sofisticato, Brillante». Dovrà lavorare sodo per diventarlo. Parla di qualcosa di nuovo che «potrebbe erompere […] con tale forza da distruggere i muri – come la dinamite». Ma insieme avverte la presenza del “muro sociale”, della gabbia delle convenzioni in cui si vede intrappolata e da cui cercare di fuggire (come Whitman, di cui legge e commenta una biografia importante). Non si riconosce in una società che corre verso il razionalismo e la secolarizzazione, nel Sud che soffoca e modella. Un animo in ebollizione che sbatte le sue ali da tutte le parti (leggiamo di un primo prematuro cenno all’artrite), che sogna e che spera, che pensa di essere sulla soglia di un proprio cambiamento (anche la diversa montatura degli occhiali è parte di un’evoluzione, come andare al cinema e le nuove letture).
Mary Flannery si è allenata a rilanciare il dolore della perdita in sfida, in amore di sé: «Se amassi qualcuno tanto, o più di quanto amo me stessa e quella persona dovesse andarsene, sarei troppo infelice per volere andare avanti», cioè per lavorare. Sono le prime prove del proprio riconoscimento nella scrittura e della creazione di uno scudo contro la tentazione del dolorismo. E nel diario si passa dalla matita all’inchiostro (13 gennaio 1944): ogni immagine, ogni riflessione è tutt’altro che casuale; ogni annotazione è frutto di una scelta e di un pensiero rivolto alla propria iniziazione alla scrittura.
Vuole con tutte le sue forze diventare una scrittrice, essere realista, progettare un romanzo, trovare qualcosa che le dia forma (19 gennaio 1944). L’attività di caricaturista non la soddisfa abbastanza, anche se potrebbe essere utile economicamente. La scrittura invece la conquista del tutto: «I miei poteri epistolari mi ammaliano. È un peccato che non possa ricevere le mie lettere»; «Ho scritto tutto il giorno e ho finito – e sono felice». Festeggia il primo mese di diario giornaliero il 27 gennaio. Sogna la pubblicazione di quello che scrive. È combattuta tra nascondere queste pagine o trovare un destinatario («Chi mai le leggerà?»). Cerca una disciplina («devo infilare a forza la mia mente svagata dentro la sua tuta da lavoro e metterla in moto»), lotta contro la pigrizia, l’eccessiva attrazione per il cibo, racconta la sua battaglia dei toast con lo zio a colazione e la sua cura affettuosa per la madre, torna indietro alla sua nascita e all’amore dei genitori per lei, ai suoi primi felici tre anni di vita, descrive la sua scrivania affollata di carte e di libri, più simile a un bidone della spazzatura, e la sua stanza stretta tra un Cristo benevolo sopra il camino e il diavolo appeso di fianco alla porta.
Corteggia il fatto che queste pagine possano essere il suo “cominciamento” di artista, il suo ritratto dell’artista da giova ne, e il quaderno di apprendistato si chiude in data 6 febbraio con una lettera carica di ironia e la tentazione di fare saltare tutto quello che c’è sulla sua scrivania. Lei ha un temperamento ribelle, radicale. L’uovo di anatra di cui racconta divertita in un appunto non riesce a fingere di essere un normale uovo di gallina (si veda qui a p. 32). Nascere non è poi un fatto così naturale. E la vita potrebbe rivelarsi crudele.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






