Casadei: «La complessità e le sfumature vanno difese»
In un saggio uscito per Mimesis il professore analizza le trasformazioni della narrativa italiana del XXI secolo, tra social, autofiction, nuovi linguaggi e IA

Il titolo dell’ultimo saggio di Alberto Casadei, Narrazioni mutanti. Sulla letteratura italiana del XXI secolo (Mimesis, pagine 270, euro 24,00), vuole sottolineare i rapidi cambiamenti che sono in corso nella letteratura da qualche decennio, e soprattutto dall’avvento dei social e della comunicazione immediata di micro-testi attraverso il Web. Nel 2007 Casadei, ordinario di Letteratura italiana all’Università di Pisa, aveva pubblicato presso il Mulino un volume dal titolo Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo. In un certo senso questo nuovo libro potrebbe essere visto come una continuazione di quello, poiché mostra come la produzione letteraria si è evoluta nel frattempo, con quanti tipi di narrazioni abbiamo a che fare e quanto sono cambiati concetti come quello di tradizione.
Che cosa sta cambiando in particolare?
«Direi che in generale la cosiddetta autonomia del testo è stata sopravanzata dal bisogno di una sua spendibilità immediata: quasi tutte le opere di maggior successo, quando non rientrano in una moda o in un genere specifici, ci conducono a una “storia vera” o dichiarata come tale, persino se ufficialmente si tratta di autofinzione, ormai sin troppo sbandierata».
L’ibridazione tra i generi è una costante di molta della più innovativa produzione narrativa degli ultimi decenni. Attraverso quali modalità essa si realizza?
«L’ibridazione e la stratificazione sono tecniche adoperate da molti anni, e più intensamente nel XXI secolo, per superare tanto la separatezza dei generi quanto l’indebolimento delle opere meramente “scritte”. Ormai le connessioni fra visualità (in tutte le sue accezioni) e letteratura sono onnipresenti, specie nell’enciclopedia culturale degli scrittori under 40, e pure la mescolanza di narrativa, saggistica e poesia è praticata, per esempio di recente da parte di un romanziere rigoroso come Walter Siti. In questo contesto, ho tenuto conto di vari casi specifici, come le opere di Davide Orecchio, dove si ibridano documenti che sembrano riportare autentiche biografie o schede saggistiche, e viceversa sono creati appositamente per porre in discussione i nostri pre-giudizi sui personaggi. Queste opere stratificate si oppongono alle nuove “forme semplici” (per esempio un meme) che dominano nel contesto social, e raggiungono persino un grande successo, però di solito sono pensate per una fruizione rapida e a-problematica».
Quali opere le sembrano particolarmente rappresentative delle tendenze in atto?
«Per esempio ho esaminato la serie dei Personaggi precari di Vanni Santoni, che si limita a scrivere poche frasi per raccontare un individuo, ma proprio perché a questo si riducono le nostre vite nel gran mare di Internet. Poi ho seguito le varie tappe di scrittori già attivi negli ultimi anni del Novecento, come Giulio Mozzi, del quale ho indagato i presupposti di un testo difficilmente incasellabile e comunque potente quale Le ripetizioni. Un altro autore scomodo, però capace di scrivere pagine acute sul presente, Giuseppe Genna, ha pubblicato nel 2017 un romanzo importante, History, nel quale le prospettive di fusione uomo - intelligenza artificiale vengono affrontate in modo originale. E ancora altri testi poco inquadrabili, come i racconti-aforismi di un’autrice scomparsa (ultracentenaria!) qualche mese fa, Carla Vasio, o i saggi narrativi di Laura Pugno, o le affabulazioni sulla nostra realtà vacillante di Valentina Maini, costituiscono a mio parere opere su cui vale la pena di tornare».
Nel suo libro lei parla di “realismo weird”. Di cosa si tratta?
«Se il weird viene tradizionalmente definito come una forma del fantastico, nata nel XIX secolo, in cui l’ignoto e l’orrore si fondono, la categoria di “realismo weird” può sembrare incoerente, dato che di solito il weird è associato a romanzi e racconti che sono tutt’altro che realistici, come quelli di Lovecraft. Invece, adottando una valenza più larga di questo concetto, sulla scorta di un acuto teorico qual è stato Mark Fisher, possiamo vedere che, specie negli ultimi decenni, sono molto aumentate le opere che esibiscono un contesto in apparenza verosimile e tuttavia accolgono eventi che una volta avremmo definito fantastici. Ma mentre di solito la presenza soprannaturale spingeva a una reazione, adesso invece si convive con gli elementi “strani”, appunto weird, ineliminabili dalle nostre esistenze. L’esempio più chiaro in questo caso si può rintracciare in un film assai inquietante, Il sacrificio del cervo sacro del greco Yorgos Lanthimos. Il realismo weird ci costringe a interrogarci sui limiti delle nostre certezze».
Sono ancora possibili nel nuovo millennio le opere-mondo, cioè romanzi capaci di restituire un’immagine e un’interpretazione della realtà nel suo complesso e ai suoi vari livelli?
«Sì, sono possibili, ma anche le opere-mondo, nell’accezione di Franco Moretti, o i cosiddetti romanzi massimalisti, stanno mutando alcune caratteristiche. Io provo a esaminarne diverse, soffermandomi su due filoni, uno più improntato a Kafka, l’altro a Sterne. Autori che pubblicano nuove opere-mondo ce ne sono parecchi, a partire da Bolano, Foster Wallace, Danielewski per arrivare a Vollmann, Cartarescu o, in Italia, a Moresco e Griffi. Non sempre l’esito è pari all’ambizione, però in generale le nuove opere-mondo servono soprattutto per segnalare che il racconto ricavabile da un testo, specie se smisurato, conduce a minare ogni tipo di ordine che ci siamo creati a scopi difensivi».
Oggi si sente parlare di romanzi scritti con l’Intelligenza Artificiale.
«Credo che, se impieghiamo l’IA come agente creativo, otterremo sempre prodotti medi e anzi direi che la vera creatività ora si individua proprio perché un’IA non scriverebbe un testo come quelli che abbiamo menzionato. Ma sono convinto che in futuro l’interazione sarà indispensabile e arriveremo a forme di sinergia che potenzieranno la nostra stessa percezione dei fatti artistici».
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