Il progetto di don Domenico per i minori soli usciti dal carcere: «Non abbandoniamoli»
Don Cambareri, cappellano dell’Ipm
di Bologna, con "Habitat" aiuta i giovani a muoversi nel mondo. Una volta liberi
«camminiamo accanto a loro, hanno potenzialità sorprendenti»

Finito un incubo, ne stava per iniziare un altro. Per Khaled la porta dell’Istituto penale per minorenni di Bologna si è aperta lo scorso 12 marzo. Dopo sei mesi in carcere, si è ritrovato nuovamente in mezzo alla strada. Senza nessuno ad accoglierlo. E senza documenti. Stava per essere portato in un Cpr, per essere rimpatriato. Ma alla fine è rimasto in Italia. Adesso è in attesa di ottenere il permesso di soggiorno, ha trovato una casa e da poco anche un lavoro.
La sua vita è cambiata grazie ad “Habitat”, un progetto nato grazie a don Domenico Cambareri, il cappellano dell’Ipm di Bologna. Il sacerdote, insieme a una ventina di volontari si prende cura dei ragazzi che escono dal carcere. L’imperativo è non abbandonarli una volta fuori. Si danno da fare per trovare loro un alloggio e aiutarli a reinserirsi nella vita sociale e lavorativa. Perché «il percorso educativo non può interrompersi all’improvviso» una volta terminata la pena.
«Quel giorno la polizia mi chiamò – ricorda il sacerdote, che ha seguito Khaled durante il suo percorso nell’Istituto penitenziario –. Venni contattato perché comparivo come disponibilità all’accoglienza. E perché avevano notato il suo percorso molto positivo all’interno dell’Ipm. In quei mesi è andato a scuola, ha imparato l’italiano, ha frequentato un corso edile e anche uno da parrucchiere. E così la questura ha deciso di affidarlo alla nostra associazione».
Habitat, sottolinea il sacerdote, «vuole rispondere a un bisogno di giustizia che ho raccolto nel corso degli anni. Una volta che i ragazzi hanno scontato la pena e si sono impegnati nel percorso di recupero, molti di loro, per varie ragioni, si trovano terribilmente soli. Spesso, infatti, non hanno alle spalle una rete familiare sul territorio».
Ed è proprio quello che stava per accadere a Khaled. La sua storia è comune «a tantissimi altri che rimangono nell’ombra», sottolinea don Cambareri. Nel 2025 è partito dall’Egitto, dove è nato e cresciuto. Quando è morto suo padre, la situazione nella sua famiglia è diventata insostenibile. I suoi zii volevano appropriarsi di tutto. Dalla casa ai risparmi. E hanno cominciato a usare anche la violenza. Così ha deciso di andare via. Ha raggiunto la Libia, dove è rimasto 74 giorni. Poi è arrivato in Grecia, viaggiando su un barcone. Da lì, si è messo in cammino lungo la rotta balcanica ed è giunto in Italia, a piedi, a Trieste. Le autorità lo hanno portato in una comunità a Firenze, da cui però è scappato per andare a Milano. Dopo soli cinque giorni è stato arrestato, con l’accusa di aver fatto da palo a una rapina.
E adesso, dopo i sei mesi in carcere, la sua vita ha preso tutta un’altra direzione. Sta lavorando come operaio a Milano e ha trovato un alloggio.
Per il cappellano, è la dimostrazione che «quando si cammina accanto a questi ragazzi, possono emergere potenzialità sorprendenti». Spesso, riflette il sacerdote, noi li accusiamo dopo averli abbandonati. E questo è da vigliacchi. Se vogliamo invece che sviluppino un senso etico, responsabilità e consapevolezza, dobbiamo accettare la fatica di stargli vicino. La recidiva esplode soprattutto quando nessuno si occupa di loro».
Questa è la missione di Habitat. L’iniziativa è partita ufficialmente lo scorso ottobre, grazie al sostegno di Jobel, il progetto di Intesa San Paolo e Caritas italiana, che sta puntando sulla formazione, sul sostegno allo studio e sull’orientamento al lavoro per giovani detenuti o in carico alla giustizia minorile. «In questo modo siamo riusciti ad avviare dei progetti attraverso i quali creiamo concretamente collegamenti con le aziende del territorio – spiega il cappellano –. Ma ci occupiamo anche dei loro bisogni fisici, perché spesso si tratta di ragazzi che vivono situazioni sanitarie estreme. E contemporaneamente li coinvolgiamo nella sensibilizzazione sociale, facendoli partecipare a convegni e incontri anche nelle scuole».
Oltre a Khaled, sono cinque i ragazzi che attualmente vengono seguiti. Tra di loro, italiani di seconda generazione ed ex minori stranieri non accompagnati. Per adesso dormono in canonica con don Domenico. «Il sogno, però – si augura il sacerdote - è quello di avere una struttura interamente dedicata a loro, una casa che possa accoglierli nel modo più adeguato».
Il gruppo più operativo dell’associazione è formato da sette persone. Due sono professionisti. Alessandro Masella si occupa di coordinare le attività dei ragazzi. Insieme a don Cambareri è il loro punto di riferimento. Anna Rita Pinna è invece una pedagogista. «Cerchiamo di costruire insieme a loro una routine giornaliera che molto spesso non hanno acquisito a causa di una famiglia disfunzionale – racconta Pinna -. E poi proviamo a regolamentare la loro emotività che a volte è fortemente disregolata e propende verso la rabbia, per via dell'incapacità di comprendere e di esprimersi». Insomma, non è un «progetto calato dall’alto – aggiunge Masella -. Ma fondato sulle esigenze dei ragazzi».
I primi risultati sono già molto incoraggianti. Uno di loro si è laureato in Scienze dell’Educazione. Un altro sta facendo un tirocinio come meccanico. Un altro sta lavorando in un’impresa edile. Un altro in un panificio. Un altro ancora sta valutando alcune proposte che gli sono arrivate.
Ma «i miei ragazzi – conclude il cappellano -, come tutti, hanno innanzitutto fame di relazioni, di amicizia, di vicinanza, di presenza». Bisogni che i volontari di Habitat hanno deciso di mettere al centro del loro progetto.
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