La folla, i genitori, il brano sulla morte di Lazzaro: l'addio di Schio a don Francesco e Alberto
di Naike Monique Borgo, Schio (Vicenza)
«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» ha detto il sacerdote durante l'omelia, evocando le domande di Marta e Maria. Poi ha aggiunto: «Abbiamo bisogno di risurrezione e di vita perché il dolore ci ha straziato». Il saluto commosso dei papà, che hanno perso il figlio sacerdote e il ragazzo animatore in un incidente

Un abbraccio di consolazione invece del segno di pace. È quanto ha chiesto don Enrico Gaetan nell’omelia per il funerale di don Francesco Andreoli, salesiano di 36 anni, e Alberto Fioretto, animatore 16enne di Schio. Entrambi morti in un incidente giovedì 25 giugno a Malo, in provincia di Vicenza, mentre precedevano animatori e giovani del Grest diretti a Gardaland per una giornata di svago.
Il palazzetto dello sport di Schio non è riuscito a contenere le oltre 5mila persone accorse per condividere un lutto che si è respirato nelle strade della città. Sono state due comunità – quella cittadina e quella salesiana – a ritrovarsi in questo giorno difficile per il saluto cristiano presieduto dal Rettor Maggiore dei Salesiani, don Fabio Attard, e concelebrato da circa 80 preti. La consolazione è stata il filo conduttore dell’omelia «perché la consolazione di Dio passa attraverso la nostra consolazione», ha detto don Gaetan.
«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» ha detto il sacerdote, ricordando il brano evangelico della morte e risurrezione di Lazzaro. Il salesiano ha ripreso le domande incredule delle sorelle Marta e Maria e ha aggiunto che si è trattato di un «grido umanissimo. Abbiamo bisogno di risurrezione e vita perché il dolore ci ha straziato!» ha sottolineato don Gaetan. «Il dolore e la morte sembrano prendere il sopravvento ma è solo temporaneo, perché vincono la vita, l’amicizia, l’amore», ha sottolineato. L’invito per tutti è stato quello di non fermarsi al dolore, ma di ripartire in una risurrezione corale, perché «quando ci sentiamo voluti bene risorgiamo – ha continuato - quando vogliamo bene a qualcuno lo facciamo risorgere».
Il papà di Alberto ha letto stralci di lettere ricevute in questi giorni, aggiungendo a braccio che il suo Berto «ha vissuto poco, ma ha vissuto in fretta. Ha vissuto due vite. Mi pare impossibile che un bambino abbia conosciuto tante persone e si sia fatto voler bene da così tante persone». Nella lettera degli amici più stretti di Alberto è emersa l’amicizia forte, al punto tale che continua: «ci portiamo dentro la tua forza di volontà e la voglia di osare sempre il massimo – le parole lette - Anche se il nostro quartetto diventerà un trio, resterai sempre nei nostri cuori».
Anche il papà di don Francesco ha preso la parola, convinto che quel figlio «si è già fatto sentire. Aveva un’empatia particolare. Stupiva e faceva sorridere – ha continuato papà Andreoli - Lasciava le persone disarmate, ma le rendeva capaci di aprirsi subito entrando in una relazione immediata che diventava, però, profonda e feconda. Era un innamorato di Dio con il cuore di don Bosco. Siamo grati per aver goduto di tutto questo». Una fede che è stata composta per tutta la celebrazione.
In ogni gesto ed in ogni parola è risuonato il ricordo dell’essenza dell’oratorio: salvare anime, portarle a Dio. Nella fede. Proprio come loro hanno dimostrato con le loro vite. “Ogni mia parola, ogni mio sorriso donerò per sempre”, le parole messe in musica da un confratello salesiano per l’occasione, prese dal testamento spirituale di don Francesco che hanno accompagnato il video conclusivo preparato dagli animatori di Schio.
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