C'è un Piano nazionale per l'economia sociale: ecco cosa prevede
di Giancarlo Salemi, Roma
Gli enti del Terzo settore verranno riconosciuti come Servizi di interesse economico generale, al ministero dell'Economia sarà creata una direzione generale "ad hoc". Il viceministro Leo: benefici sul piano tributario. Il mondo della cooperazione: ora uno scatto in avanti, l'attuazione delle misure sia efficace

Ci siamo. Dopo anni di attesa, l’Italia ha finalmente una strategia nazionale per lo sviluppo dell’Economia sociale. Ad annunciare il via libera nel Consiglio dei ministri all’informativa sul Piano nazionale è stato il viceministro dell'Economia, Maurizio Leo, che ha lavorato in stretta sinergia con la viceministra del Lavoro, Maria Teresa Bellucci, e la sottosegretaria Lucia Albano, che ha la delega del settore. «Questo piano – ha spiegato Leo – servirà a individuare gli enti appartenenti all’economia sociale, incentivando la costruzione di politiche pubbliche in grado di promuovere lo sviluppo di questo settore». La strategia individua in particolare quattro grandi categorie di soggetti preposti al raggiungimento degli obiettivi europei: il Terzo settore, la cooperazione, lo sport dilettantistico e gli enti religiosi. Un «arcipelago della solidarietà e del lavoro» che in Italia conta quasi 400mila organizzazioni, 1,53 milioni di addetti e oltre 4,6 milioni di volontari.
Il piano, un documento programmatico di 38 pagine su cui erano stati chiamati in primavera a esprimersi in una consultazione pubblica i vari soggetti attivi nel settore, avrà una durata decennale con una revisione di medio termine dopo i primi cinque anni, seguendo la raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 27 novembre 2023. Vengono introdotte importanti novità strutturali. La prima riguarda la creazione di una direzione generale presso il ministero dell'Economia, che avrà il compito di coordinare il sostegno alle imprese sociali, assumendo la co-progettazione e il partenariato come strumenti ordinari di gestione. Sul fronte economico e fiscale, le novità sono sostanziali. Gli enti dell’economia sociale verranno riconosciuti come Servizi di interesse economico generale (Sieg). «Beneficeranno di interventi agevolativi sul piano tributario, sia in termini amministrativi che di minore imposizione», ha chiarito il viceministro Leo. Viene inoltre ribadito un principio cardine: la non imponibilità degli utili destinati a patrimonio indivisibile e il loro reinvestimento in finalità sociali non costituiscono un aiuto di Stato illegittimo, come specificato anche in una lettera dalla Commissione Europea. Il piano prevede poi risorse per semplificare l'accesso al credito, percorsi di formazione e interventi di valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico e privato per finalità sociali, dall'housing sociale al recupero dei beni confiscati alla mafia.
Il mondo della cooperazione ha accolto positivamente il varo del documento, pur richiamando la necessità di tradurre presto le linee guida in risorse effettive. Simone Gamberini, presidente di Legacoop, ha espresso soddisfazione per il recepimento di alcune proposte storiche, come il chiarimento sulla disciplina dei Sieg e il potenziamento degli strumenti finanziari per gli investimenti. Tuttavia avverte che non c'è tempo da perdere: «Adesso serve uno scatto in avanti, l’economia sociale non può più attendere. Il Governo trasformi gli indirizzi annunciati in provvedimenti concreti». Proprio questo comparto, certamente il più numeroso nell’economia sociale, ha fatto sapere a più riprese che servirebbe una legge quadro che definisca chiaramente la governance e le risorse disponibili, anche in vista del prossimo quadro finanziario europeo 2028-2034.
Anche Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, vede un passo avanti verso una politica economica che si arricchisce della lezione della dottrina sociale della Chiesa. «Il Piano è anche un modo per garantire la parità di trattamento – sottolinea – perché non si possono trattare soggetti diversi con le stesse regole». Da parte sua Luigi Bobba, presidente di Terzjus e già sottosegretario al Lavoro, mette l'accento sulla sussidiarietà: «Con questo Piano si valorizza la funzione assolta giornalmente da cooperative, enti del Terzo settore, associazioni, fondazioni, enti religiosi e società sportive, capaci di rispondere ai bisogni collettivi generando partecipazione e fiducia. Mettere questa esperienza al centro di una strategia nazionale significa riconoscere i corpi intermedi come protagonisti della crescita civile ed economica del Paese». Il cammino sembra tracciato. Se l'attuazione sarà efficace, il Piano d'azione potrebbe segnare un definitivo cambio di paradigma, riconoscendo legalmente ed economicamente l’economia sociale come la “terza colonna” – accanto al settore pubblico e a quello privato – della nostra economia reale.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 




