È la forza della fragilità a convertire lo sguardo
Francesco si convertì incontrando i lebbrosi: nella fragilità più respinta scoprì Cristo, e l’amaro divenne dolcezza
Se a cento persone diverse chiedessimo quale sia stato, a loro giudizio, il momento decisivo della conversione di Francesco d’Assisi, la quasi totalità si troverebbe d’accordo nel rispondere che quel momento coincise con l’ascolto, da parte sua, della voce del Crocifisso nella chiesetta di San Damiano. Ma è proprio lui a smentirci, poiché nel suo Testamento Francesco giudicò peccaminosa la propria condotta giovanile e definì momento capitale della conversione l’incontro con i lebbrosi: «Quando ero nei peccati – disse – mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e feci misericordia con essi. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza dell’anima e del corpo.
E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo». Un uomo giovane, poco attento ai veri problemi degli altri, a un certo momento della sua vita conobbe dunque Cristo, il Figlio di Dio, e ciò grazie a un incontro. Per lui, ricco, centrato su se stesso, era troppo amaro vedere i lebbrosi: gli facevano ribrezzo... Fu il Signore a condurlo tra loro. L’incontro con il volto più raccapricciante dell’emarginazione, gli fece scoprire il volto di Cristo; capì, pian piano, che quei corpi sfigurati erano il corpo stesso di Cristo.
Quando Francesco cominciò a guardare quei malati con occhi nuovi, a considerarli persone come le altre? Fu, non v’è dubbio, in un momento in cui era lui stesso ad essere fragile. Dopo l’anno di prigionia trascorso a Perugia (1203-1204), fu «colpito da una lunga malattia». Fu quello il momento di volta... Quando anche lui si trovò ad essere debole, quando scoprì la sua fragilità, quei malati lo colpirono più di prima. Cavalcando un giorno nei dintorni di Assisi, gli capitò d’imbattersi in uno di
loro: aveva sempre avuto in orrore i lebbrosi, ma nella circostanza, facendo violenza a se stesso, scese da cavallo, baciò la mano di quell’uomo – forse piagata dal morbo – e gli offrì un denaro; non solo, accettò il bacio di pace che quel lebbroso gli porgeva. Fu un momento decisivo. Ciò porta con sé un grande insegnamento: tutti, infatti, incliniamo a leggere la fragilità, il momento in cui ci scopriamo deboli, come una fase esclusivamente negativa, da nascondere e respingere. Invece, è proprio in un momento di fragilità che Francesco fu capace di vedere le cose in modo diverso. Quando si sentiva forte, quando, a cavallo, passava per le strade di Assisi vestito con abiti di lusso, i lebbrosi gli apparivano come l’antitesi esatta del proprio mondo.
Quando si scoprì fragile, la debolezza lo portò a vedere le cose da un altro punto di vista. Straordinario Francesco, capace d’interpellarci sempre! Non dovremmo, infatti, anche noi guardare alla nostra debolezza, ai nostri momenti di fragilità, con occhi nuovi, a cogliervi la possibilità di vedere cose prima non viste? San Paolo dice: «Quando sono debole, è allora che sono forte» ( 2Cor 12,10). Ne saremo capaci? E, prima ancora, lo vogliamo davvero?
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