Lefebvriani, ecco cosa possono fare preti e laici per tornare in comunione con Roma
di Matteo Liut
Il Dicastero per la dottrina della fede diffonde un documento in cui spiega le procedure per la riconciliazione di persone provenienti dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X

La porta resta aperta. Anche dopo lo strappo consumato a Écône, anche dopo le consacrazioni episcopali celebrate senza mandato pontificio, anche dopo la dichiarazione di scomunica. Nel giorno in cui la frattura con la Fraternità Sacerdotale San Pio X torna a presentarsi con la gravità di un atto scismatico, la Santa Sede mette nero su bianco anche la via per chi desidera rientrare nella piena comunione della Chiesa cattolica. Il Dicastero per la dottrina della fede ha infatti diffuso una prassi per la riconciliazione dei sacerdoti e dei laici provenienti dal mondo lefebvriano: un documento operativo, trasmesso attraverso le nunziature, che non cancella la serietà della rottura ma mostra che l’obiettivo ecclesiale resta il recupero della comunione.
Dopo il decreto sulla scomunica, accompagnato da una Nota esplicativa, che ufficializzava la gravità della spaccatura, il nuovo testo del Dicastero assume un significato particolare: non si limita a disciplinare un problema canonico, ma intende offrire un percorso concreto a chi, tra sacerdoti e fedeli, non vuole restare nello scisma. Per un sacerdote che lasci la Fraternità San Pio X, la prassi prevede anzitutto la disponibilità ad accettare il Concilio Vaticano II e la legittimità del novus ordo Missae, pur restando eventualmente legato all’usus antiquior. Il primo passo è trovare un ordinario – cioè un vescovo diocesano, un superiore maggiore o un responsabile di un istituto di diritto pontificio – disposto ad accoglierlo ad experimentum, cioè in maniera temporanea. Il sacerdote dovrà poi scrivere di proprio pugno al Papa una lettera di presentazione e di richiesta della remissione delle censure, allegando il certificato di ordinazione sacerdotale, la Professio fidei e la Formula adhaesionis firmate e datate. Sarà l’ordinario a trasmettere la documentazione al Dicastero, dichiarando la disponibilità ad accoglierlo nella propria diocesi o nel proprio istituto. Ricevuti gli atti, il Dicastero redigerà il rescritto di remissione delle censure, firmato dal prefetto e dal segretario della Sezione dottrinale. L’accoglienza avverrà per un periodo di prova di almeno un anno e non superiore a tre, al termine del quale potrà seguire l’incardinazione (cioè l'ufficializzazione dell'appartenenza alla diocesi o all'istituto religioso). Se il periodo di prova non andrà a buon fine, l’ordinario dovrà restituire il rescritto al Dicastero con una relazione sulle ragioni della mancata incardinazione.
Particolare attenzione viene riservata ai laici. Il documento esclude ogni automatismo: la Nota esplicativa legata alla scomunica dichiara che anche i laici che diano adesione formale alla Fraternità ricadono nello scisma, ma, aggiunge il nuovo documento, l’imposizione di una pena a fedeli laici appartenenti o vicini alla Fraternità San Pio X «non può essere presunta in modo automatico», va valutata caso per caso. La responsabilità soggettiva richiede piena avvertenza e deliberato consenso. Per questo vengono distinti i laici che fanno parte del Terz’Ordine della Fraternità o partecipano abitualmente alle sue celebrazioni condividendone formalmente le posizioni dottrinali, da coloro che l’hanno frequentata solo per motivi liturgici o spirituali, oppure che, pur consapevoli delle tensioni con Roma, non rifiutano il Magistero o l’autorità del Romano Pontefice.
Per i laici formalmente coinvolti, il rientro richiederà la presentazione all’ordinario del luogo della Professione di fede e della Formula di adesione. Sarà poi il vescovo a stabilire tempi e modalità dell’accoglienza, eventualmente servendosi del rito dell’ammissione alla piena comunione della Chiesa cattolica per coloro che sono già validamente battezzati. Per chi invece ha frequentato la Fraternità solo per ragioni liturgiche o spirituali, senza aderire formalmente alle sue posizioni, basterà rivolgersi a un sacerdote in piena comunione con la Chiesa, manifestando la decisione di non frequentare più in futuro la Fraternità San Pio X.
Il confronto con quanto avvenne nel 1988 è inevitabile. Allora, dopo le consacrazioni episcopali compiute da Lefebvre contro la volontà di Giovanni Paolo II, nacque la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, con il compito di collaborare con i vescovi e con i dicasteri romani per facilitare la piena comunione di sacerdoti, seminaristi, comunità e singoli religiosi legati alla Fraternità, consentendo loro di conservare le proprie tradizioni spirituali e liturgiche. Quella Commissione fu istituita proprio per accompagnare quanti, pur legati al rito romano preconciliare, non volevano rompere la comunione con il Successore di Pietro.
Oggi però Roma non replica quello schema. Nel 2019 papa Francesco ha soppresso la Commissione Ecclesia Dei, trasferendone le competenze alla Congregazione – oggi Dicastero – per la dottrina della fede, perché le comunità legate alla forma straordinaria avevano ormai trovato una propria stabilità e perché le questioni aperte erano divenute soprattutto dottrinali. La nuova prassi si colloca dentro questa scelta: niente organismo speciale, ma un percorso ordinario, affidato al Dicastero e agli ordinari locali, nel quale il nodo decisivo non è solo liturgico ma riguarda l’accettazione del Concilio Vaticano II, del Magistero e della legittimità della riforma liturgica.
La crisi, dunque, non viene minimizzata. Le nuove consacrazioni hanno riaperto una ferita che richiama quella del 1988 e che tocca la comunione ecclesiale nel suo punto più importante: il rapporto con il Vescovo di Roma. Ma il documento del Dicastero indica che, anche davanti allo scisma, la disciplina ecclesiale non è pensata come un vicolo cieco. È una soglia: severa, perché richiama la gravità della rottura; aperta, perché offre a sacerdoti e fedeli un cammino possibile per tornare alla piena comunione della Chiesa.
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