«Papa Leone a Lampedusa. Ma nell’isola dei migranti la fraternità viene mortificata»
Sabato la visita di Leone XIV nell’isola crocevia della rotta del Mediterraneo che racconta sbarchi, naufragi e morti in mare. L’arcivescovo Damiano: una terra che è simbolo di un dramma ma anche scialuppa di speranza. La denuncia: «L’accoglienza è stata militarizzata. La “fortezza Europa” demanda ad altri il lavoro sporco per respingere i barconi»

Un fazzoletto di terra in mezzo al Mediterraneo, più vicino alle coste dell’Africa che a quelle della Sicilia. Il lembo più a sud dell’Italia, «posto lì, fra le acque, come una scialuppa di salvataggio», spiega l’arcivescovo Alessandro Damiano. Ma anche come «una provocazione alle coscienze che non possono restare indifferenti davanti ai morti e alle sofferenze di chi affronta il mare in cerca di riscatto», aggiunge. Lampedusa, ovvero l’isola che è stata e continua a essere la testimone delle tragedie che si consumano nel Mediterraneo e della fraternità che salva e accoglie ma che «con il passare del tempo viene sempre più mortificata», denuncia il presule. Leone XIV la visiterà domani sabato 4 luglio. È la nuova tappa del suo pellegrinaggio sui passi dei migranti: quello che a inizio giugno lo ha portato alle Canarie, approdo della traversata atlantica, e che due settimane fa lo ha visto fermarsi a Sant’Angelo Lodigiano, la cittadina lombarda dov’è nata la patrona dei migranti, santa Francesca Cabrini. Dalle 9 del mattino il Papa sarà per poco meno di quattro ore nell’isola dove nel 2025 gli arrivi dal Nord Africa sono stati quasi 40mila, mentre le vittime nel Mediterraneo centrale 1.314. Venti chilometri quadrati che sono il crocevia della rotta mediterranea e che il primo Pontefice statunitense sceglie di abbracciare nel giorno in cui si celebrano i 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza americana.

Una visita lampo, come lo era stata quella di papa Francesco nel 2013, primo “viaggio” del suo pontificato. Leone XIV benedirà la targa con cui il molo Favaloro viene intitolato al predecessore. «Un gesto che è come una sentinella», afferma Damiano che da arcivescovo di Agrigento, nel cui territorio diocesano rientra Lampedusa, darà il benvenuto al Papa. Perché, racconta ad Avvenire, «ormai gli sbarchi sono militarizzati. Non avvengono più, come in passato, con l’aiuto dei pescatori o con l’accoglienza delle famiglie di Lampedusa che hanno sempre avuto una stretta prossimità verso coloro che fuggono da guerre, miseria o persecuzioni. Uno approccio così umano che è stato marginalizzato attraverso l’intervento sempre più deciso dei vari governi, tutti con il medesimo pensiero unico, indipendentemente dal colore politico. Di fatto la comunità è stata estromessa. I volontari danno fastidio. L’accesso al molo viene limitato. I migranti sono come nascosti. E finiscono nell’hotspot dell’isola che è molto migliorato con l’ultima gestione ma che in pratica risulta essere un luogo di detenzione prima del trasferimento sulla terraferma».

Eccellenza, Leone XIV a Lampedusa. Porta o cimitero d’Italia e d’Europa?
«Entrambi, purtroppo. L’isola è ormai una sorta di simbolo della speranza e del dramma che stanno dietro l’attraversamento di questo braccio di Mediterraneo. Si parla di migranti, quasi sia una etichetta. Ma ci chiediamo chi siano? Comprendiamo che sono donne e uomini che sfidano il deserto, che vengono segregati in lager, come quelli libici, dove subiscono violenze e abusi, che salpano su barche di fortuna con attese e sogni che in troppi casi finiscono sul fondo del mare? Il Papa ci chiede di ascoltare il loro grido, di non far finta di non vedere, di non voltarsi dall’altra parte, di non abituarsi a ciò che accade. Lampedusa interroga: è, sì, uno scoglio al centro del Mediterraneo ma non ha più confini. Perché l’isola ripete all’Italia e all’Europa che nelle acque del mare naufraga la dignità umana ogni volta che muore un bambino o un adulto. Tutti nostri fratelli e sorelle, creati a immagine e somiglianza di Dio».

Visita rapida, quella di Leone XIV, con soste significative.
«Sarà un itinerario spirituale dove morte e vita si intrecceranno e troveranno la loro unità nel mistero eucaristico, ossia nella Messa che chiuderà la permanenza del Papa nell’isola. Il primo momento sarà al cimitero. Leone XIV si raccoglierà in preghiera davanti alle tombe dei migranti morti in mare, anche a ricordo di tutti i dispersi fra le onde. In particolare, si fermerà accanto alla lapide di Yusuf, il bambino di sei mesi originario della Guinea, deceduto in un naufragio del 2020, che è divenuto l’icona delle vittime del Mediterraneo. Quindi la tappa alla Porta d’Europa, il monumento ai migranti: il Papa sarà accompagnato da due famiglie che racconteranno migrazione e integrazione. Poi l’incontro con quanti a Lampedusa hanno ritrovato la vita e con i sopravvissuti: termine che non apprezzo ma che dice come chi si sia salvato porti su di sé il peso di aver visto annegare un compagno di viaggio o un amico».
Il Papa giunge a Lampedusa dopo le Canarie dove si è inchinato sui migranti.
«Leone XIV dà voce a un dramma, chiede di sostenere chi è nel bisogno, invita a rispettare e tutelare ogni vita. E la visita nell’isola è stata preceduta da un suo grido nell’arcipelago della Spagna che ha toccato il cuore della gente agrigentina: “Convertitevi”. Giovanni Paolo II lo aveva rivolto nella Valle dei Templi agli uomini di mafia. Leone XIV lo ha indirizzato ai trafficanti di esseri umani. Poi anche il passaggio da Madre Cabrini per indicare il nesso fra migrazione e missione che accompagna la storia della Chiesa».

C’è chi sostiene che la Chiesa dovrebbe pensare di più alle anime e meno ai migranti.
«Nel Cinquecento ci fu bisogno dell’intervento di Paolo III per attestare, con una bolla pontificia, che gli indios americani erano veri uomini e non esseri inferiori, quindi possibili oggetti di schiavitù. Oggi serve un altro Papa per ricordare al mondo intero che i migranti sono parte della famiglia umana e la loro dignità non può essere calpestata oppure offesa».
Eppure il migrante può fare paura. E certa politica alimenta le paure.
«Scorgo una singolare ipocrisia. Se il fratello di colore arriva in aereo con il Rolex al polso o è un calciatore famoso, non fa paura. Se è segnato dalla sofferenza, sì. Basta con questa logica. Ciò che incute timore non è il migrante, ma il povero che ti mette davanti le contraddizioni del nostro benessere. E la “fortezza Europa” che cosa fa? Demanda ad altri il lavoro sporco. Chiede alla guardia costiera libica o tunisina di intercettare i barconi. In realtà, si tratta di brigantaggio del mare, fatto anche con le motovedette fornite dall’Italia. E poi le Ong impegnate nei soccorsi vengono viste come il fumo negli occhi. Noi credenti abbiamo un solo riferimento: le parole di Gesù che domanda di riconoscerlo nei più piccoli. “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito”».

Lei invita a guardarsi negli occhi con i migranti.
«Occorre non ridurre le persone a categorie e abbattere le barriere. Gli occhi raccontano la verità delle gioie e delle angosce. Provate a incrociare lo sguardo di una mamma africana appena sbarcata che tiene il figlioletto stretto fra le braccia. Ti dirà che ama la vita e crede nel bene».
Che cosa significa essere una Chiesa lungo la rotta dei migranti?
«Anzitutto, vuol dire mettersi a servizio dei più fragili. Cito la comunità di suore di varie nazionalità a Lampedusa che sul molo si fa presenza familiare anche attraverso la mediazione linguistica. E poi vogliamo tenere alta l’attenzione su ciò che avviene, anche su normative sempre più restrittive come il recente Patto europeo sulla migrazione che suscita molte perplessità».
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