I "fantasmi" di Lampedusa: i migranti che nessuno vede ma che continuano ad arrivare e morire
Chi sbarca nella frontiera d'Europa entra in un "tunnel" immaginario: dallo sbarco all'hotspot fino al trasferimento in Sicilia. La denuncia: ormai l'isola è militarizzata

Tutti sanno che ci sono, che ogni giorno, quando il mare è calmo e c’è bel tempo, ne arrivano a decine. Almeno due o tre sbarchi. Ma nessuno li vede. Sono i “fantasmi di Lampedusa”: i migranti che attraversano il Mediterraneo su barchini in vetroresina o gommoni bianchi stracarichi di vite e speranze. Partono dal Nord Africa, dalla Libia e dalla Tunisia. Provengono per la maggior parte da Egitto, Bangladesh, Somalia, Pakistan e dall’Africa subsahariana. Non sbarcano più direttamente al molo o sulle spiagge, in modo autonomo. Oggi le loro imbarcazioni stracariche di uomini, donne e bambini vengono intercettate prima, in alto mare, a largo dell’isola di Lampedusa, dagli Sos lanciati da Alarm Phone o dai droni che sorvolano quel tratto di mare. A quel punto partono le motovedette della guardia costiera e della guardia di finanza che le scortano a poche miglia dalla costa.
«Li vedi che entrano in porto la mattina presto, quando non c’è ancora nessuno in giro o aspettano il buio, la sera tardi. E così ogni giorno, quando c’è il mare calmo, sappiamo che stanno arrivando», racconta Giuseppe, pescatore oggi in pensione. Tutti i pomeriggi e lì sul molo vecchio. Proprio di fronte alle banchine da cui partono le motovedette italiane. Parla del più e del meno con i suoi amici, trascorre il tempo a ricordare le uscite in mare, le battute di pesca e di quando si imbattevano in quei barconi della disperazione. Gli aiuti, i soccorsi e le tragedie. Erano i primi anni ‘90. Poi la grande crisi migratoria e il grande naufragio del 3 ottobre 2013. In quegli anni l’isola si era abituata a convivere e aiutare i migranti appena sbarcati. Donne, uomini, bambini venivano accolti come meglio si poteva. Una vera e propria comunità di frontiera, sempre pronta ad aiutare, soprattutto i più piccoli. Gli ultimi grandi sbarchi risalgono al 2023 quando in un solo giorno arrivarono 5mila migranti.
Oggi i tempi e le modalità degli sbarchi sono cambiati. «Nessuno li vede più, arrivano in porto scortati dalle motovedette, poi vengono trasferiti all’hotspot di Contrada Imbriacola con i pullman della Croce Rossa e da lì escono il giorno dopo o al massimo dopo due giorni per essere imbarcati sui traghetti che li portano in Sicilia, a Porto Empedocle, e poi da lì vengono smistati a seconda delle disposizioni delle prefetture».
«Li vedete di più voi al Nord», aggiunge Antonello, vigile del fuoco, sposato con una donna tunisina, «molto bella» aggiunge con orgoglio. L’isola è cambiata: l’avamposto più a sud d’Europa, la porta d’ingresso per migliaia di migranti, oggi mostra un’altra fotografia. Qui gli stranieri, gli ultimi, i disperati che partono dalle coste del Nord Africa vengono “nascosti” e subito dopo trasferiti. Oggi non se ne vedono. Una volta era diverso. «I primi grandi barconi sono arrivati nel ’91, poi c’è stata la grande crisi del 2011-2015 – racconta Antonello –. Sa quanti ne abbiamo raccolti dal mare? Uomini, donne e bambini completamente bagnati e infreddoliti. Li portavamo a casa, davamo vestiti puliti e da bere e mangiare». Lampedusa e i lampedusani sono sempre stati in prima linea: nessuno si tirava indietro, anzi. Ogni casa, ogni famiglia era pronta ad accogliere.
Anche Luigi, che oggi gestisce il noleggio di scooter e auto per i turisti, se lo ricorda bene. «Si vedevano dovunque, dormivano nelle tende sulla spiaggia, li aiutavamo come potevamo, soprattutto le madri con i bambini più piccoli. Adesso non ne vediamo neanche l’ombra».
Punta il dito contro quella che, non usando mezzi termini, Francesca Saccomandi di Mediterranean Hope definisce la «militarizzazione dell’isola». «Ormai Lampedusa è una frontiera presidiata. Quello che succede sull’isola è molto poco visibile», spiega l’operatrice del programma rifugiati e migranti della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei). A Lampedusa hanno dato vita al Forum Lampedusa Solidale, una rete di associazioni, movimenti ecclesiali, organizzazioni di volontariato, parrocchiani, donne e uomini della società civile disposti a impegnarsi nella realizzazione di un modello alternativo di accoglienza e solidarietà. «Oggi Lampedusa è come un tunnel. Le persone migranti sono di fatto all’interno di questo immaginario canale che inizia al molo Favarolo prosegue poi nell’hotspot, nascosto nel mezzo dell’isola, che non è visibile né accessibile a nessuno , e poi finisce al molo commerciale dei traghetti per arrivare in Sicilia – aggiunge Saccomandi –. E questo è un po’ come è costruita oggi questa isola di frontiera. È anche vero che nell’ultimo periodo gli arrivi sono diminuiti: un anno fa a quest’ora c’erano molte più persone che arrivavano. Oggi invece abbiamo uno, due, tre arrivi al giorno con decine di persone».
In effetti il Cruscotto statistico del Viminale, che registra ogni giorno il numero di sbarchi sulle coste italiane, parla chiaro: dal 1 gennaio gli arrivi sono più che dimezzati. 14mila arrivi al 26 giugno contro gli oltre 29mila di un anno fa. Bangladesh, Somalia e Sudan sono le prime tre nazionalità dichiarate al momento dello sbarco. L’ultimo grande arrivo a Lampedusa si è registrato alcune settimane fa durante i giorni di beltempo e mare calmo con oltre 300 persone soccorse e portate sull’isola nel giro di 24 ore. «Ma meno sbarchi non significa meno morti», sottolinea Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni. E lo ripetono anche i pescatori Lampedusani: «Nessuno lo dice ma noi sappiamo che tutte le volte che c’è burrasca, c’è sicuramente un naufragio».
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