20 nuovi datacenter in Lombardia: e a Pavia scatta la rivolta dei cittadini contro l'"ecomostro"
di Marco Birolini, inviato a Lacchiarella (Pavia)
Reportage da Borgarello, che si oppone a un sito nella confinante Certosa. La sindaca Samuele: «No a un ecomostro vicino alle case e a una Rsa». A Lacchiarella è nato un comitato per fermare la costruzione dei capannoni

«Pianura padana: risaie e pioppeti» recita il cartello sull’A7 scendendo da Milano verso Pavia. Ma proseguendo di questo passo andrà aggiornato, inserendo nell’elenco anche i data center. Qualcuno è già spuntato a sud della metropoli (a Siziano uno dei più importanti), ma la vera invasione deve ancora cominciare. Gli avamposti ambientalisti l’hanno però avvistata in tempo, e hanno iniziato ad alzare metaforiche barricate (senza escludere a priori quelle vere) contro gli oltre 20 progetti previsti in Lombardia nel breve e medio termine.
«Ma in realtà Terna (la società che gestisce la rete elettrica, ndr ) ha già ricevuto 400 richieste di allaccio in tutta Italia, più della metà delle quali provenienti dalla Lombardia» avvisa Enrico Duranti, ecologista di vecchia data che qualche mese fa, insieme ad altri cittadini, ha fondato il Comitato Ciarlasco per la difesa del territorio. È stato lui a inceppare l’ingranaggio burocratico avviato per dare semaforo verde al mega data center disegnato sui prati di Lacchiarella: «Ho scoperto che il progetto non figurava nemmeno nell’albo pretorio del Comune e ho interpellato il Ministero dell’Ambiente, dove si sta svolgendo la procedura di Valutazione di impatto ambientale. La gente non solo non era stata consultata, come dovrebbe, ma nemmeno informata. Risultato, da Roma hanno riaperto il procedimento dando la possibilità a tutte le parti in causa di presentare osservazioni». Il Comitato è andato oltre, spedendo una diffida: il data center avrà potenti generatori a gasolio da accendere in caso di blackout ma, essendo previsto lo stoccaggio di oltre 4 mila litri di combustibile, si ricadrebbe sotto le prescrizioni della Direttiva Seveso III, varata per disciplinare gli insediamenti produttivi a rischio di incidente rilevante. Un “dettaglio” non considerato dalla proponente Apto, che secondo il Comitato è un vizio non sanabile. Insomma, se non è un disco rosso, è quantomeno giallo. Ma in ballo c’è anche un altro progetto della multinazionale K2, che sorgerebbe a poche centinaia di metri. Un assedio che sta scatenando una rivolta nell’Alto Pavese: ovunque nascono comitati per fermare la calata degli enormi “depositi digitali” destinati a ospitare server e super computer al servizio dell’Intelligenza artificiale.
«La prima preoccupazione riguarda l’inquinamento atmosferico – sottolinea Duranti – perché quando i generatori entrano in funzione le emissioni nocive sono inevitabili: un bel problema, visto che viviamo in una zona dove l’aria è già pessima. I generatori, secondo il progetto, potrebbero bruciare 700 litri di gasolio all’ora. Ma c’è anche la questione delle isole di calore: uno studio del fisico Sergio Manera calcola che un grosso data center possa generare un aumento di temperatura fino a 5 gradi nel raggio di 2 chilometri». Il tema si intreccia con quello dei blackout: nei periodi estivi, con i picchi di consumi, si porrà (in questo periodo in zona c’è già stata qualche avvisaglia) il problema della “fame” di energia. Secondo i dati raccolti dal comitato Ciarlasco, il sito di Lacchiarella potrebbe assorbire qualcosa come 300 megawatt al giorno, e consumare in un anno l’equivalente di 700 mila famiglie, all’incirca 2 milioni di persone. Per coprire il fabbisogno, Terna costruirà una nuova stazione elettrica, che però si mangerà una fetta ulteriore di suolo, con nuovi tralicci a deturpare la campagna. Prefabbricati e acciaio in quantità innescherebbero anche una seria questione paesaggistica e ambientale: la zona di Lacchiarella, come tutto l’alto Pavese, è di grande pregio naturalistico. Oasi e fontanili potrebbero essere messi a rischio dalla costruzione dei data center, enormi monoliti alti quasi venti metri, senza finestre: i pesanti “stivali sul terreno” dell’IA, per nulla virtuali e anzi parecchio ingombranti.

Accanto ai comitati si stanno schierando diversi sindaci, per nulla convinti dai presunti benefici in termini di oneri urbanistici che andrebbero a incassare. «Non sappiamo che farcene di rotondine e aiuolette – tuona Alberta Samuele, combattiva sindaca di Borgarello – Da una parte si straparla di sviluppo sostenibile del territorio, dall’altra si accolgono questi progetti altamente invasivi. Ormai siamo circondati. Ma non ci servono capannoni, semmai occorre puntare su cultura, turismo e valorizzazione ambientale. C’è il complesso della Certosa di Pavia da rilanciare, pensiamo piuttosto a questo». Borgarello si trova esattamente sulla linea del fronte, perché a meno di 200 metri, dall’altra parte del naviglio pavese, potrebbe sorgere un altro grande data center. «Lo abbiamo scoperto nel Pgt di Certosa e ci siamo spaventati – dice la sindaca – perché vicino ci sarebbero le nostre abitazioni e una residenza per anziani, oltre a un’area verde molto frequentata. Abbiamo fatto notare che si tratta di questione di interesse sovracomunale e ora dovranno ascoltarci. Diciamo no a un ecomostro da 130 mila metri quadri davanti alle nostre case: i residenti potrebbero dover sopportare anche il ronzio continuo degli enormi ventilatori di raffreddamento della struttura, come già accade da altre parti».
All’ombra del data center finirebbe anche lo storico chiosco Stand Bike Cafè. «Sarebbe scriteriato costruirlo proprio qui – si sfoga il gestore Paolo Piretto – anche perché il nostro paese è sempre stato in prima fila nelle battaglie ecologiche. Dieci anni fa volevano costruire un grande centro commerciale proprio lì – dice indicando una zona a poche centinaia di metri in linea d’aria - ma cittadini e Comune lo hanno bloccato a suon di ricorsi amministrativi. E ora rischiamo di trovarci un data center ancora più vicino, solo perché tecnicamente ricadrebbe sul territorio del comune confinante. Sarebbe davvero una beffa».
La sfida è appena all’inizio, ma alcuni Comuni hanno già vinto alcune battaglie cruciali. A Sant’Alessio con Vialone, piccolo centro di mille anime, il pressing dei cittadini e dell’opposizione ha spinto la giunta a stoppare un progetto che doveva prendere corpo sul “campo dei Pomi”, di fronte a un complesso residenziale. A Zibido San Giacomo, la sindaca Sonia Belloli sta frenando lo sbarco del data center della multinazionale K2 perché, trattandosi di area agricola, occorre chiarire bene l’impatto sul territorio. Ma la campagna di conquista delle grandi compagnie potrebbe approfittare della scarsa coesione della politica, tra divisioni locali (anche all’interno della sinistra stessa) e incertezze nazionali. La Regione Lombardia è stata la prima a legiferare sul tema, incentivando l’insediamento dei data center in zone produttive dismesse e prevedendo il doppio degli oneri in caso di intervento su aree verdi. «Ma cosa volete che sia per le Big Company, che non hanno certo problemi di liquidità? – si chiede la sindaca Samuele – Serve piuttosto una pianificazione preventiva, per evitare gli errori fatti con la logistica, le cui strutture si sono diffuse in modo incontrollato. Tanto per cominciare, la legge regionale non prevede una distanza minima dalle abitazioni: un vuoto normativo da colmare il prima possibile».
Guai però ridurre la questione a una guerra locale, perché lo scenario è assolutamente globale. «Chiediamoci a cosa serve tutta questa Intelligenza artificiale – riflette la sindaca – rischiamo che l’uomo diventi strumento delle macchine. C’è voluto il Papa per scuotere le coscienze… E ora occorre fermarsi, finché siamo in tempo».
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