Trump prova a fermare Netanyahu, che prende tempo. E Gaza intanto resta sotto le bombe
di Luca Foschi, Ramallah
A Gerusalemme il vertice con Kushner e i mediatori non sblocca il piano per la Striscia: Israele lega il ritiro al disarmo totale di Hamas, mentre gli Stati Uniti chiedono di fermare i raid

L’ennesimo, fermo rifiuto israeliano vestito da blande concessioni “umanitarie”, che riportano la road map disegnata per Gaza al punto di partenza, permettendo al governo di Tel Aviv e alla Casa Bianca, sulle quali incombono le elezioni del 27 ottobre e del 3 novembre, di vantare risultati opposti, figli di due diverse narrazioni dello stallo. Nel frattempo Gaza può essere bombardata, e il ritiro dell’esercito israeliano dall’enclave è vincolato al pieno e incondizionato disarmo di Hamas. Sembra essere questo il risultato dell’incontro tenutosi oggi a Gerusalemme fra Jared Kushner, inviato speciale e genero del presidente americano Trump, e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Dopo aver incontrato in Egitto il nuovo leader di Hamas, Khalil al-Hayya, ieri Kushner è arrivato a Gerusalemme con il proposito di permettere l’avvio del piano di smilitarizzazione della Striscia, accolto il 30 luglio dal movimento islamico e rigettato perentoriamente da Netanyahu il 9 agosto. Al centro del rifiuto il principio del graduale ritiro dell’Idf dall’enclave, commisurato al parallelo e progressivo disarmo delle milizie palestinesi. Processo speculare disegnato in nove mesi di complessi e silenziosi negoziati da Nikolay Mladenov, Alto Rappresentante del Board of Peace, anch’egli presente durante i colloqui di Gerusalemme.
Al tentativo di mediazione di Kushner e Mladenov, riporta la Cnn, Netanyahu avrebbe risposto citando le imminenti elezioni come insuperabile impedimento all’accettazione del piano in 15 punti, indigesto per un elettorato ossessionato dalla sicurezza e potenzialmente letale per il governo, che negli ultimi tre anni ha cercato di aggirare, senza troppo successo, le responsabilità del fallimento securitario del 7 ottobre, scaricandolo sulle forze armate. Secondo quanto riferito a Ynet da una fonte israeliana presente all’incontro, Netanyahu è andato ben oltre la cautela operativa per giustificare il rifiuto, aggiungendo che non verrà concesso nulla che possa spianare la strada a uno Stato palestinese, punto d’arrivo, per quanto fumoso nella forma, della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n°2803 che in novembre ha dato dimensione ufficiale agli originari 20 punti di Sharm el-Sheikh. Nell’immediato, l’unica possibilità che il governo israeliano accetti il ritiro risiede nel completo disarmo della Striscia. A chiarire il concetto è stato nei giorni scorsi Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza e alfiere del sionismo religioso: "Io penso che nella Striscia debbano essere effettuate uccisioni mirate, eliminando 30 o 40 persone ogni notte. Non soltanto coloro che rappresentano una minaccia immediata. Ci sono persone lì che non meritano di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone".
Dopo tre ore di colloqui, riporta il quotidiano Haaretz, la sintesi avrebbe preso la forma di un “permesso” per il proseguo dei bombardamenti mirati nella Striscia, mentre le parti continueranno a cercare “un piano più ampio” per la pacificazione dell’enclave. Al contempo, dovrebbe cominciare la costruzione di infrastrutture sanitarie che impediscano l’ulteriore degradarsi della condizione sanitaria, minimo progresso da affiancare alla già nota edificazione delle caserme che dovranno ospitare i soldati della Forza Internazionale di Stabilizzazione. L’accordo prevede la creazione di due “gruppi di lavoro” dedicati a sanità e disarmo. Quest’ultimo dovrebbe essere monitorato da un generale americano. Colloqui “profondi e costruttivi”, avrebbe affermato Netanyahu, premiato dalla piena approvazione del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, anche se, ha affermato quest’ultimo, “siamo solo metà dell'opera. L'obiettivo principale della guerra era ed è tuttora la completa distruzione di Hamas, e questo non avverrà senza la piena conquista e controllo israeliano di Gaza, e la presenza di insediamenti israeliani”.
Dai microfoni di Fox News è giunto tuttavia il monito di Trump: “Israele non dovrebbe colpire Gaza”, perché Hamas “ha accettato di deporre le armi”. “Credo sia più appropriato per me stare fuori dalle elezioni israeliane, ma potrei dare il mio endorsement a qualcuno”, ha aggiunto il tycoon, conferendo una minacciosa sfumatura alla neutralità. L’ipotesi di esplicito endorsement all’opposizione, attualmente guidata nei sondaggi dal generale “centrista” Eisenkot, sarebbe un duro colpo per la campagna elettorale di Netanyahu, già in difficoltà, e si traduce quindi in un impulso al governo di Tel Aviv affinché permetta al piano per Gaza di procedere. Gli sviluppi nella Striscia e nell’intero quadrante regionale sono cruciali per la campagna elettorale repubblicana in vista delle elezioni di mid-term. Come mai vicini nell’aggressione all’Iran, ora Washington e Tel Aviv si dividono nella risposta da dare al sostanziale insuccesso della campagna militare, nei modi e nei tempi necessari per raggiungere un nuovo ordine regionale. “Ciò mostra che il Medio Oriente si sta ricomponendo, e che i Paesi saranno finalmente in grado di difendersi in modo significativo”, ha affermato domenica Trump commentando per la prima volta l’Accordo della Mecca, il patto militare difensivo sottoscritto il 7 agosto da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Ricomposizione, sembrano suggerire le cronache, ancora piuttosto lontana.
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