La pace separata è un'illusione

Tra Gaza e Libano, le tensioni regionali mostrano i limiti delle intese bilaterali: gli accordi che dividono rischiano di accentuare instabilità e rivalità, rendendo più difficile una soluzione condivisa e duratura
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July 4, 2026
La pace separata è un'illusione
Nella Striscia di Gaza dopo un bombardamento/ FOTOGRAMMA
Nella storia delle relazioni internazionali, le cosiddette “paci separate” non hanno portato mai nulla di buono.  Nel 1977, il presidente egiziano Anwar Sadat, prima degli accordi di pace di Camp David del 1978, dichiarò alla Knesset di non essersi recato a Gerusalemme per «un accordo separato tra Egitto e Israele», perché «qualsiasi pace separata tra Egitto e Israele, o tra qualsiasi Stato arabo antagonista e Israele, non porterà una pace permanente basata sulla giustizia in tutta la regione». Aggiunse, inoltre che «anche se la pace tra tutti gli Stati antagonisti e Israele fosse raggiunta, in assenza di una giusta soluzione del problema palestinese non ci sarà mai quella pace giusta e duratura su cui il mondo intero oggi insiste».  Parole sante, ma poi? Camp David portò alla regolarizzazione delle relazioni diplomatiche tra Egitto e Israele con un vero e proprio Trattato di pace, relegando la questione palestinese a una vaga dichiarazione d’intenti e a un programma di passi successivi non realizzati.
Esempi più recenti di paci separate sono i cosiddetti “Accordi di Abramo” (in realtà, accordi assai secolari e assai poco religiosi di normalizzazione, con il patriarca cinicamente “chiamato” a testimone di un intreccio di ricatti politici e di interessi militari, di intelligence ed economici) tra Israele ed Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Marocco, a discapito di ogni prospettiva di fine dell’occupazione dei territori palestinesi e men che meno di percorsi di indipendenza statale della Palestina. Una svendita in grande stile (modello fine stagione) dei Palestinesi, lasciati al loro destino, come testimoniano tragicamente i 75.000 morti di Gaza e il milione di coloni illegali in Cisgiordania.
La pace dei “normalizzatori” è separata anche nel senso di una netta separazione, quanto all’abbandono, di fatto, della Palestina, tra i monarchi che le governano e i popoli che li abitano. Mai come in questo caso la politica estera appare, per citare Robert Putnam, come un “two-level-game”, una partita a due livelli, l’uno internazionale, l’altro “domestico”. Le piazze arabe non hanno affatto “normalizzato” con Israele, specie dopo Gaza.  Persino nel conflitto tra Russia e Ucraina è emersa l’eventualità (micidiale per la causa della pace, se non giusta, almeno equa) che alcuni partner occidentali possano negoziare separatamente con Mosca senza il pieno coinvolgimento di Kyev. In questi casi c’è una sottile linea divisoria tra pace separata e tradimento propriamente detto. In questa categoria di paci divisive rientra la dichiarazione d’intenti firmata da Israele e Libano sotto l’egida americana lo scorso 26 giugno. Sotto la parvenza di una sovranità limitata su ridotte porzioni di territorio attualmente saldamente sotto occupazione israeliana, il governo libanese compie, in realtà, un appeasement, un accomodamento nei confronti di Tel Aviv che rischia di legittimare una realtà di strisciante colonizzazione e di permanente conquista della terra dei cedri. È una pace separata, anch’essa, perché, appunto, separa: non coinvolge, infatti, un attore libanese come Hezbollah, scomodo finché si vuole, ma dal quale non si può prescindere se si persegue una reale stabilizzazione e non si vogliono creare le premesse di una nuova guerra civile. È una pace separata perché la pace esterna (che non sarà tale) rischia di mettere a repentaglio la pace interna, e cioè il delicatissimo equilibrio interconfessionale tra le componenti della complessa società libanese basato sugli accordi di Taif del 1989. È una pace separata perché non include i più di 3500 molti dal 2 marzo, gli ottocentomila rifugiati libanesi ed accetta il fatto compiuto, senza alcuna richiesta di risarcimento, della distruzione di interi villaggi, terreni e impianti nel sud del Libano. D’altronde, quella di Israele è una guerra totale, che non separa le vicende di Hezbollah da quelle della assai più ampia popolazione sciita e perfino cristiano-maronita.
Dal lato israelo-americano, è una (presunta) pace separata anche perché persegue l’obiettivo, impervio ed irraggiungibile, nelle condizioni attuali, di scorporare definitivamente il Libano dal Memorandum l’intesa tra Stati Uniti ed Iran, che invece al suo articolo 1 contempla espressamente non solo «la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano» ma anche l’impegno «a garantire l’integrità territoriale e la sovranità del Libano». Il che implica, se le parole non sono semplici segni su un pezzo di carta, il ritiro completo di Israele dal Libano. Infine, è una tragica e cinica pace separata anche il famigerato Board of Peace, che ha reso Gaza una terra di nessuno. Secondo Rubio, il Board, da organizzazione intergovernativa che doveva soppiantare il Consiglio di Sicurezza, deve adesso essere considerato alla stregua di una semplice ong, una «organizzazione internazionale non governativa» (non si sa se con scopi di lucro o meno). La Repubblica italiana, dunque, ha ora il rango di osservatore statale presso l’equivalente di un ente privatistico.  I compromessi, in diplomazia, si possono fare, ma a condizione che non si scenda sotto un livello di decenza. E soprattutto se non producono l’effetto di premiare i più forti, gli aggressori, le forze di occupazione e i fautori della guerra permanente.

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