Il "fair play" è la capacità di tornare umani dopo la battaglia

Il gesto di Berrettini che a Wimbledon rende onore a Wawrinka è un po' come la mano tesa da Epéo a Eurialo sconfitto, un segno di civiltà rispetto al codice di guerra di Achille che trascina il cadavere di Ettore
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July 4, 2026
Il "fair play" è la capacità di tornare umani dopo la battaglia
Matteo Berrettini dopo la vittoria contro lo svizzero Stan Wawrinka sul campo centrale di Wimbledon/ REUTERS
Qualche giorno fa, a Wimbledon, Matteo Berrettini ha fatto una cosa che sulle prime in pochi hanno capito. Invece di godersi la vittoria su Stan Wawrinka, si è girato di scatto e si è messo a correre. "Ma dove va?" si chiedevano in telecronaca. Andava a recuperare un asciugamano, ma non un asciugamano qualsiasi: l'ultimo sul Centre Court della carriera di Wawrinka che, in lacrime, stava salutando il suo pubblico. Il tennista svizzero era già arrivato al tunnel degli spogliatoi e Berrettini lo ha inseguito per consegnarglielo. "Nel 2014 mi ero intrufolato qui da juniores per vederlo giocare contro Federer" ha spiegato poi. "Volevo dargli l'ultimo asciugamano della sua ultima partita qui." Un gesto minuscolo e insieme enorme: la vittoria, per una volta, non serve a certificare una gerarchia, ma a onorare lo sconfitto. Quel gesto di puro fair play ha un antenato di duemilaottocento anni: un gesto altrettanto piccolo, nascosto nel ventitreesimo canto dell'Iliade. Per comprenderlo bisogna percorre un ulteriore strada e tornare all'estate del 1968 quando Salvatore Quasimodo, sessantasei anni e un Nobel alle spalle, sta lavorando ad Amalfi alla traduzione di frammenti scelti dell'Iliade. Una scelta paradossale: il poeta della folgorazione lirica, dell'ellissi, si confronta con il grande fiume dell'epica e con l’Iliade, poema composto da poco meno di sedicimila esametri. Eppure, quell'incontro appare necessario. Quasimodo che aveva attraversato da adolescente la Grande Guerra e poi conosciuto da adulto le macerie morali del Novecento, riconosce in Omero chi per primo aveva posto le domande decisive: che cosa accade agli uomini quando la violenza li possiede? E come si torna umani dopo averla attraversata?
Fra i frammenti che Quasimodo sceglie di tradurre, due appartengono proprio al canto ventitreesimo: i giochi funebri organizzati da Achille in onore di Patroclo. Non solo, dunque, i grandi duelli degli eroi o le grandi battaglie che hanno reso immortale il poema, ma anche due gare sportive, la lotta e il pugilato. Per capire perché, bisogna guardare dove Omero colloca quel canto, ovvero subito dopo il punto di massima violenza dell'intera Iliade. Nel canto precedente, il ventiduesimo, Ettore è morto, Achille ha avuto la sua vendetta, eppure la morte del nemico non placa la sua ira, la alimenta. Lega il corpo di Ettore al carro e lo trascina nella polvere sotto le mura di Troia. Non sta più combattendo un avversario: sta negando all'altro il diritto stesso di essere riconosciuto come uomo. È esattamente in quel momento che Omero ferma il racconto della violenza. Prima delle gare, però, c'è il lutto: Achille che piange l'amico perduto comincia, senza saperlo, un percorso che lo allontanerà dall'ira. Poi arrivano i giochi funebri, che non sono una pausa nella narrazione, ma il meccanismo che permette al racconto di proseguire. I Greci non immaginavano un mondo senza conflitto: lo consideravano appartenere alla natura umana quanto l'amore o la paura. Il problema non era eliminarlo, ma trovare forme che permettessero di viverlo senza produrre ulteriore distruzione. Lo sport nasce proprio da questa intuizione: un dispositivo capace di trasformare energie distruttive in un confronto accettato dalla comunità, dentro allo spazio di regole condivise.
È in questo quadro che va letto il combattimento di pugilato fra Epéo ed Eurialo, che Quasimodo sceglie. Epéo entra con la sicurezza di chi conosce il proprio valore: non ha il prestigio di Achille né la nobiltà di Ettore, è un semplice falegname (sarà lui, per destino, a costruire il cavallo di Troia) ed è anche un guerriero abbastanza scarso, ma è il migliore con i pugni e lo dichiara apertamente, in modo spavaldo, davanti a tutti gli Achei: chi lo sfiderà uscirà con la pelle lacerata e le ossa rotte, dice, meglio che i suoi amici restino vicini, pronti a portare via di peso il suo avversario quando lui avrà finito di malmenarlo. Una minaccia da manuale, una specie di trash talk simile a quello di Muhammad Ali, atleta capace di vincere con le parole prima che con i pugni.
L'incontro viene raccontato con una fisicità che sorprende perfino oggi: i pugni colpiscono il volto, il sudore scorre a fiumi, le mascelle scricchiolano. Molti anni prima Vincenzo Monti aveva tradotto quel passaggio facendo udire al lettore «l'orrido crocchiar delle mascelle». Quasimodo sceglie invece una lingua più scarna, novecentesca: cambiano le parole, non cambia il nucleo della scena. Quando Epéo sferra il colpo decisivo, Eurialo cade e Omero lo paragona a un pesce che il vento del nord getta sulla riva, dove viene risucchiato subito dalle onde. Nel momento stesso della vittoria, il poeta sceglie l’immagine dello sconfitto, non quella del campione. Ed è qui che il racconto tocca il punto più alto. Epéo non si allontana, non celebra, non infierisce sul rivale appena battuto. Non fa nulla di simile a ciò che Achille aveva fatto al corpo di Ettore. Al contrario si avvicina a Eurialo, gli tende la mano, lo rialza. In un solo esametro, un'intuizione enorme: il senso dell'incontro non sta nel pugno che abbatte, ma nella mano che solleva. La vittoria stabilisce una gerarchia temporanea; quel gesto ristabilisce un'appartenenza comune, ricorda a tutti che il confronto non può cancellare l'umanità dell'altro. È il primo gesto di fair play di cui abbiamo traccia, lì sulla spiaggia di Troia, nell’accampamento degli Achei.
Se Achille che trascina Ettore accecato dall'ira è incapace di riconoscere nel nemico un essere umano, Epéo che rialza Eurialo, pur avendolo sconfitto, continua a riconoscerlo come tale. Fra questi due gesti non c'è solo una distanza morale, ma una distanza antropologica: quella che separa la guerra dalla civiltà. Per questo il ventitreesimo canto non è una parentesi, ma il ponte che porta alla conclusione del poema. Dopo aver visto vincitori e sconfitti riconoscersi, il lettore è pronto per il canto ventiquattresimo, forse la scena più commovente della letteratura occidentale: Priamo che attraversa il campo acheo per reclamare il corpo del figlio, non come re ma come padre. Quando incontra Achille, i due si trovano l'uno di fronte all'altro, per un istante le appartenenze si dissolvono: restano due uomini accomunati dalla stessa perdita. E piangono insieme.
Forse è proprio quella mano tesa, quell'unico esametro che capovolge tutto, ciò che spinse Quasimodo a scegliere quei frammenti del canto ventitreesimo. Per chi aveva attraversato il secolo dei totalitarismi, del male assoluto, della bomba atomica, la domanda decisiva non riguardava l'origine della violenza, che la storia aveva già mostrato con tragica chiarezza, ma la possibilità di ritornare ad essere umani dopo averla attraversata. Undici giorni prima di morire, Quasimodo diede il proprio assenso definitivo alla pubblicazione di quel volume. Come se, giunto al termine del suo viaggio, sentisse il bisogno di tornare alle sorgenti per verificare se quelle domande possedessero ancora una risposta. Non sapremo mai perché, fra migliaia di versi possibili, avesse scelto proprio quei frammenti, ma ci piace pensare che, in fondo, sia lo stesso motivo per il quale un tennista romano ha rincorso un rivale, sconfitto e in lacrime, lungo un tunnel di Wimbledon per restituirgli un asciugamano che non era solo un asciugamano. Prima di ogni avversario, ricorda Berrettini senza sapere di citare Omero, c'è sempre un uomo. E l’asprezza di un conflitto scompare ogni volta che qualcuno, dopo aver vinto, si volta indietro e tende una mano. O un asciugamano.

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