Nella Polonia che accelera sul riarmo e rispolvera vecchie ruggini con l'Ucraina
Il Paese svetta nelle classifiche sulla spesa per la difesa in funzione anti-russa. Ma a incrinare il rapporto con Kiev tornano i fantasmi della Seconda Guerra mondiale

Nuova tappa del nostro viaggio nell’Ue, con un doppio focus sui confini orientali dell’Unione, in particolare quelli di Polonia e Romania. Nelle precedenti puntate di “Europa bene comune”, abbiamo studiato le istituzioni Ue con un’intervista a Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo (5 marzo); abbiamo parlato di sicurezza e difesa e dei possibili effetti del riarmo europeo, sentendo il parere di Romano Prodi, ex presidente del Consiglio italiano e della Commissione Ue (15 marzo); abbiamo poi fatto tappa in Francia, dove è in atto uno scontro tra gli storici valori europeisti e una nuova ondata di nazionalismo che si nutre di populismo, con un’intervista all’ex ministra transalpina degli Affari europei Noëlle Lenoir (29 marzo); ci siamo occupati di immigrazione con l’ex ministro italiano degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi (12 aprile); quindi i reportage dai Balcani occidentali, con la testimonianza di Sava Janijc, abate del monastero ortodosso di Visoki Decani in Kosovo (26 aprile); poi siamo stati in Grecia, reduce dalla grande crisi economica, con un’intervista al presidente della Banca nazionale greca Yannis Stournaras (10 maggio); nella puntata del 24 maggio abbiamo analizzato i rapporti tra l’Ue e gli Stati Uniti, con il contributo del professore Sergio Fabbrini. Il 7 giugno è stata la volta della Germania, la “locomotiva ferma” d’Europa che corre a riarmarsi, con un’intervista al politologo Heribert Prantl. E il 21 giugno abbiamo visitato il Regno Unito e le due Irlande a 10 anni dal referendum che sancì la Brexit.
Dal nostro inviato a Varsavia
In una Varsavia arroventata, con punte di 40 gradi, la signora Ewa ha piazzato il suo sgabello a Nowy Swiat, l’elegante via in cui i turisti di giorno affollano le boulangerie francesi e di notte gli strip club. «Sto risparmiando per il gasolio in inverno» recita il cartello con cui prova a scuotere dall’indifferenza i passanti, vendendo loro ventagli e foulard. «La mia pensione da 2mila zloty (al cambio 465 euro, ndr ) non basterà per le bollette» spiega. «No, no, le cose sono sempre state così, qui», aggiunge quando le chiediamo se le sue difficoltà siano arrivate dopo la guerra in Ucraina.
Il volto affaticato di Ewa è quello dell’altra Polonia, la parte della popolazione che non beneficia dei tassi di crescita impetuosi del Pil – stabilmente oltre il 3% annui contro gli zero virgola italiani – e di una centralità geopolitica sconosciuta fino a pochi anni fa. Varsavia oggi è una capitale moderna che inaugura grattacieli in sequenza e il Paese attrae investimenti, pur con grandi differenze tra città e campagna. La Polonia partecipa ai vertici ristretti sull’Ucraina (quelli in formato E5) e si assume senza timori la responsabilità di coprire il fianco Est della Nato in chiave anti-russa.
L’esercito polacco è il terzo della Nato con oltre 200mila soldati ma il premier Donald Tusk punta ad arrivare a quota 300mila entro il 2035. La Polonia è già il Paese che spende di più nell’Ue per la difesa rispetto al Pil (il 4,7%) e punta al 5% come chiesto dagli Usa al resto dell’Alleanza atlantica. Qui si organizzano giornate di addestramento per civili: bastano otto ore per partecipare a uno dei progetti di wGotowosci (“in allerta”) il programma che ha preso il posto di “Addestramento con l’esercito”. Dal novembre 2025, quando è stato lanciato, sono 18mila i polacchi che hanno partecipato a un corso base a scelta sulla sicurezza, sul primo soccorso, sulla sopravvivenza oppure sulla difesa dagli attacchi informatici.
Dalla Polonia passa anche il punto più delicato del fronte Est della Nato: il corridoio di Suwalki (leggi Suwauki), dal nome dell’anonima cittadina vicino al confine con la Lituania. Un lembo di terra di 65 chilometri che separa l’exclave russa Kaliningrad e la Bielorussia: se, in un ipotetico scenario, Mosca ottenesse il controllo sul corridoio, avrebbe un accesso diretto a Kalingrad, passando dall’alleato Minsk. E al contempo taglierebbe i collegamenti terrestri tra i Baltici e l’Unione Europea.
Per anni, la Nato non vi ha dato peso. Tutto è cambiato dopo l’invasione della Crimea da parte della Russia, nel 2014. E ovviamente ancor di più dopo la guerra in Ucraina. Negli ultimi 12 anni sono aumentate le esercitazioni militari nell’area, da una parte e dell’altra. Camminando per la città, saltano all’occhio i cartelloni pubblicitari dell’ Odlotowe Suwalki Air Show , definito dai manifesti «l’evento più spettacolare e unico nel suo genere nella Polonia nord-orientale»: in sostanza una parata di aerei militari che il 27 giugno hanno sfrecciato tra acrobazie e fumogeni per i cieli della città in quella che sembra anche una dimostrazione di forza rivolta ai vicini. «Non ho paura di quello che potrebbe accadere, non ci penso» afferma però Malgosia che fa la cameriera in una pizzeria di Suwalki. La ragazza racconta invece un’altra prospettiva della vita di frontiera: «Mia nonna è lituana, tra di noi ci capiamo, ci sono tanti scambi, abbiamo la stessa cultura. Qui sto bene». Con gli altri vicini, nessun contatto.
I legami più stretti sono però quelli con Kiev. Varsavia ha fatto la sua parte nell’accoglienza degli immigrati ucraini (e a conti fatti solo di questi). In Polonia i cittadini stranieri occupati erano 1,14 milioni a fine 2025, in crescita sull’anno precedente (lo riporta l’ultimo Foreigners performing work in Poland) . Di questi, 771.800 (ossia il 67,6%) sono ucraini: parliamo del 5% della forza lavoro polacca. E così a Varsavia capita di trovare perfino aziende di Kiev in franchising , come la caffetteria in cui lavora Viktoria, 21enne nata a Leopoli, città un tempo polacca, arrivata a Varsavia dopo la guerra. «Studio all’università e lavoro qui per mantenermi» spiega. «La mia famiglia è rimasta in Ucraina – aggiunge – , ogni tanto torno a trovarli ma io voglio restare qui dove ormai ho tanti amici».
Sotto la patina però i rapporti tra Varsavia e Kiev sono più complicati, come dimostra il caso delle onorificenze, esploso un paio di settimane fa, quando il presidente nazionalista polacco Karol Nawrocki ha revocato l'onorificenza dell'Ordine dell'Aquila Bianca a Volodymyr Zelensky. La ragione? Il presidente ucraino aveva deciso di intitolare un'unità militare all’Upa, organizzazione nazionalista che durante la Seconda Guerra mondiale combatté contro l'Urss ma si alleò anche con i nazisti e uccise molti civili polacchi ed ebrei. La revoca dell’onorificenza non è stata, come prevedibile, ben accolta da Zelensky che ha ricordato come sia rimasta, tra gli altri, a Benito Mussolini e Gerhard Schroeder (l’ex cancelliere tedesco amico di Vladimir Putin).
Negli ultimi giorni, i giornali polacchi, con toni diversi, hanno continuato a dare parecchio peso alla vicenda dell’Upa (“Il pantheon dei criminali” titolava ad esempio la prima pagina del giornale di destra Nasz Dziennik ). Che a tirare fuori la questione sia stato Nawrocki non deve sorprendere: l’attuale presidente, indipendente ma sostenuto dal partito di destra Pis (quello che ha governato prima di Tusk), in precedenza aveva guidato l’Istituto della memoria nazionale. E rappresenta l’anima nazionalista del Paese – espressione soprattutto delle campagne che hanno pagato il prezzo degli aiuti al grano ucraino – contrapposta a quella europeista e moderata del partito di centro-destra Piattaforma civica del premier Tusk. Una coabitazione (direbbero i francesi) che avrebbe potuto bloccare il Paese. E invece i due hanno trovato una soluzione pratica: Nawrocki, passione per il pugilato e le armi, parla con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, provando a garantirsi gli aiuti militari e a scongiurare un possibile disimpegno americano. Anche chiamando Fort Trump la prossima base militare degli Usa nel Paese. L’ex presidente del Consiglio europeo Tusk rassicura invece l’Ue che, non a caso, ha chiuso nel 2024 la procedura di infrazione aperta nel 2017 per possibili violazioni dello stato di diritto. Nella Polonia bifronte, si prova a tenere insieme tutto.
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