«Così le guerre si "eternizzano" e sfuggono al controllo di chi le ha scatenate»

Mario Giro, ex viceministro degli Esteri e mediatore della Comunità di Sant’Egidio: «Nel conflitto moderno, aggredito e aggressore cominciano a somigliarsi in un ciclo continuo di vendette»
Google preferred source
July 4, 2026
«Così le guerre si "eternizzano" e sfuggono al controllo di chi le ha scatenate»
Mario Giro
«Prima ancora che immorale, la guerra armata è inutile e obsoleta. A dimostrarlo sono i fatti», così il professore Mario Giro, mediatore della Comunità di Sant’Egidio e già viceministro degli Esteri, ci introduce a un’analisi sul limite in sé di ogni conflitto. Un limite che ci riporta alla necessità di riabilitare la parola “compromesso”, soprattutto nel momento drammatico che l’ordine mondiale sta attraversando. Il tema è anche al centro del suo libro appena pubblicato “Pace in tempo di guerra”, edito da Guerini e Associati.
Professore, la guerra ha ancora una qualche utilità?
I fatti dicono di no. Dal 1945, dopo Hiroshima e Nagasaki, nessuno ha più vinto una guerra. Gli americani hanno perso dal Vietnam in poi, le guerre del Golfo sono state inutili, i russi hanno perso in Afghanistan e ora non stanno vincendo in Ucraina. La guerra è uno strumento superato che non ottiene mai i risultati prefissati dalle parti, nemmeno quando è mossa da intenti umanitari o democratici.
Nel libro definisce i conflitti attuali come una “guerra eternizzata”. In che senso?
Il Medio Oriente ne è l’esempio lampante: una guerra a fasi da decenni, che più dura, più avvelena l’aria e polarizza le mentalità. È una guerra che non vuole finire perché gli stessi protagonisti vivono ormai di quella mentalità. È un conflitto infinito che non risolve nulla: non dà sicurezza agli israeliani, non dà uno Stato ai palestinesi, non produce democrazia. In uno scenario del genere, perdono tutti.
Come si riabilita l’idea che il compromesso non sia tradimento, che negoziare con il “nemico” non significhi legittimarlo?
Osservando la realtà. La guerra crea solo morti e allontana le parti. L’illusione della vittoria è che l’altro scompaia, ma nessuno dei due scomparirà: russi e ucraini, israeliani e palestinesi dovranno trovare il modo di convivere. A Gaza, per esempio, abbiamo visto Israele farsi trascinare dal mostro che Hamas aveva tirato fuori col pogrom del 7 ottobre, finendo in un massacro inutile che non ha portato più sicurezza per nessuno.
Secondo lei, è la guerra in sé il vero nemico?
Sì, perché la guerra diventa un meccanismo che sfugge persino al controllo di chi l’ha scatenata: è facilissimo cominciarla, difficilissimo terminarla. Inoltre, danneggia tutti. A un certo punto, aggredito e aggressore cominciano a somigliarsi perché usano gli stessi metodi e finiscono per confondersi in un ciclo continuo di vendette. La guerra toglie il libero arbitrio agli uomini. Per questo va interrotta il prima possibile.
È il meccanismo per cui anche l’Ucraina perde via via consensi?
Il tema centrale non è l’opinione pubblica, ma la sofferenza del popolo ucraino che si sta dissanguando. Anche nell’ultima enciclica, non si critica la giusta resistenza all’aggressore, ma la logica della vittoria. Quando la vittoria diventa l’unico obiettivo, la guerra si perpetua all’infinito e l’ingranaggio ti prende e non ti lascia più.
Perché l’Occidente è stato cieco quando in questi scenari non c’era ancora la guerra ma già non c’era più la pace?
Ci siamo lasciati andare al conformismo e a uno spirito di competitività. Ci siamo disinteressati di cosa accadeva altrove, cullati dal benessere come sonnambuli. Abbiamo smesso di renderci conto che il destino di tutti è comune, iniziando a credere all’illusione che ci fossero destini separati.
Lei scrive che siamo come sotto effetto di droghe. Ci si può disintossicare dalla guerra?
Bisogna cominciare dal linguaggio. Dobbiamo smettere di usare termini bellici: abbiamo iniziato a usarli già per le migrazioni prima ancora che per i conflitti. Va superato questo bipolarismo dell’odio che caratterizza la politica internazionale, dove ci si divide rigidamente tra amici e nemici. È necessario riportare la cultura generale verso la tradizione umanistica del dialogo.
In questo contesto, parla di “imparzialità attiva” della Chiesa.
La Chiesa è rimasta l’unica arca di umanità che resiste allo sdoganamento della guerra. Concretamente, imparzialità attiva significa ascoltare le ragioni di tutti – perché in guerra tutti hanno le loro ragioni– e cercare un compromesso attraverso il dialogo. Significa rinunciare alla logica del «io ho ragione e il nemico va distrutto», che è l’essenza della polarizzazione.
Quale ruolo può giocare la diplomazia informale, come quella di Sant’Egidio, in questo stallo istituzionale?
La diplomazia informale, se lavora in sinergia con quella istituzionale e non contro, ha il vantaggio di una maggiore flessibilità. È politicamente “meno minacciosa e meno costosa” per i soggetti coinvolti. Sant’Egidio propone di cercare il dialogo, ma non impone soluzioni, perché quelle imposte dall’alto spesso falliscono. Per funzionare devono venire dalle parti in lotta. Il nostro vuole essere un accompagnamento rispettoso, che responsabilizza le parti senza sovrapporsi a loro. Il nostro messaggio per tutti è: la pace è sempre possibile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire