La nuova posizione su Kiev, i calcoli sul riarmo, il fattore Trump: Meloni verso il vertice Nato
Sì alle conclusioni del summit: all’Ucraina 40 miliardi sino al 2027. Ma Roma mette le mani avanti: sono su base volontaria. Al momento non è previsto un incontro con il presidente Usa. Asse con Erdogan sul "fianco Sud"

Il vertice del burden shifting, dello slittamento sull’Europa delle responsabilità inerenti la difesa del Vecchio Continente e del fronte Est, sarà anche il vertice in cui l’Italia mostrerà più visibilmente la nuova linea sull’Ucraina, con meno enfasi “militarista” e una narrazione - comprensiva delle conseguenti scelte politiche - più rivolta a favorire i negoziati con la Russia di Putin. Almeno così si evince dalla tela diplomatica che sta tessendo Roma in vista dell’Assemblea Nato di martedì e mercoledì, fissata ad Ankara a casa di Erdogan, il potente leader turco con cui ieri la premier Giorgia Meloni ha avuto un approfondito colloquio telefonico. Colloquio durante il quale, riferiscono fonti italiane, non si sarebbe parlato dello “spauracchio Trump”, sebbene sia forte il timore che il presidente Usa utilizzi il palcoscenico di Ankara per l’ennesimo affondo contro gli alleati, Italia compresa.
Al netto di Trump, però, come detto, ad Ankara andrà verificata soprattutto la postura italiana verso Kiev. Ieri i 32 Stati dell’Alleanza hanno approvato le conclusioni del vertice, comprensive del finanziamento da 40 miliardi all’Ucraina nel biennio 2026-2027, cui aggiungere 30 miliardi di prestiti Ue. Fonti italiane spiegano con una certa incisività che il contributo da parte delle cancellerie non sarà obbligatorio, ma libero e volontario. E che sino alle ultime battute l’Italia si è spesa per un impegno solo annuale, non biennale, per lanciare un messaggio a Mosca sulle possibilità di aprire un reale negoziato. Ma nel meccanismo con cui si costruiscono le dichiarazioni della Nato, per consenso e senza il palesarsi di “opposizioni”, ha prevalso la scelta dell’impegno biennale, allineato a quello europeo. La vaghezza sul contributo italiano alla Nato per aiutare Kiev viene giustificata con il forte contributo che invece Roma offre all’interno del pacchetto da 90 miliardi dell’Ue. Tuttavia il segnale non sfugge. E d’altra parte, è un dato di fatto che nel 2026 l’Italia non ha ancora varato un pacchetto di aiuti militari diretti, anche se, specificano fonti di governo, Roma ha intensificato l’impegno per la continuità energetica ucraina. Si aggiunga ancora il fatto che Roma non partecipa e non parteciperà agli acquisti di pacchetti di armi americane da destinare a Kiev, il cosiddetto meccanismo Purl. Al momento Meloni non ha sciolto la riserva nemmeno sulla partecipazione diretta all’incontro dei Volenterosi del 13 luglio a Parigi, alla vigilia della festa nazionale francese.
Evidentemente la posizione sull’Ucraina inizia a risentire dell’avvicinarsi delle elezioni. Così come l’intero capitolo del riarmo. Tecnicamente, l’adesione di Roma ai prestiti europei Safe non è all’ordine del giorno del vertice Nato. Ma è impossibile eluderlo. La linea italiana è: continueremo a crescere nella spesa militare, Safe è uno strumento finanziario come altri in corso di valutazione, ad Ankara ci si presenta con i compiti fatti. Tradotto in numeri: 2,8% di Pil in difesa, con punto di partenza l’1,6% di inizio legislatura. Una percentuale raggiunta sommando il 2,1% in spesa militare pura con lo 0,7% di spesa in sicurezza “in senso ampio”. Su questo secondo capitolo, l’Italia può arrivare fino all’1,5%. La sensazione è che Roma le prossime spese le voglia concentrare in questa direzione, più digeribile dall’opinione pubblica. Ma ci sono progetti europei e interstatali da far partire, progetti dell’industria “pesante”, e per questo motivo Ue e Nato sembrano preoccupati dal tasto “pausa” cliccato dalle autorità italiane.
Ma la strada sembra imboccata: si continuerà a spendere, ma senza urtare l’elettorato. Il punto è vedere come reagirà Trump, già durissimo nelle ultime settimane sulle capacità di spesa di Roma. Ma l’Italia sembra avere pronta la risposta in caso di nuovo attacco del presidente Usa: l’aumento generalizzato della spesa militare, si spiega, già premia di fatto e in modo massiccio l’industria e la produzione americana. D’altra parte poi l’impegno del 5% nel 2035 non è venuto meno, sebbene, si specifica, il 2035 non è esattamente dietro l’angolo...
Con il tycoon, spiegano fonti italiane, non ci sono colloqui o bilaterali in vista. E poi, si specifica, al G7 francese la sala era molto piccola, ad Ankara invece ci saranno spazi ampi che consentiranno ai due di scegliere se incrociarsi, come e perché. Di certo Roma smentisce nettamente ogni ipotesi di bilaterali a livello tecnico per rivedere i trattati che regolano l’utilizzo delle basi italiane. Insomma la previsione è che ci saranno pochi sorrisi, tra i due ex alleati di ferro Trump e Meloni.
Con il padrone di casa, Erdogan, l’allineamento sembra essere forte. Nel colloquio tra Meloni e il leader turco, è emersa la comune volontà di “difendere” la Nato e di indirizzarne le attenzioni sul “fianco Sud”. La cooperazione tra Italia e Turchia guarda soprattutto alla Libia. Negli ultimi giorni c’è stata sia una missione diplomatica di Roma a Washington sia una visita dei Servizi italiani a Bengasi. È di ieri inoltre la notizia della visita del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in Somalia, ricevuto dal presidente Hassan Sheekh Mohamud.
Nello shifting che farà nascere la cosiddetta «Nato 3.0» gli Usa assegnano a Roma un ruolo molto definito proprio sul fianco Sud, insomma. Ma non sono imposizioni, spiegano ancora fonti italiane. Lo scenario che si sta realizzando, con lo spostamento delle attenzioni americane verso l’indopacifico, risale a Obama. Ma Roma come gli altri Paesi Nato sono certi che gli Usa non si disimpegneranno dall’Europa. Diversamente, si ragiona, non sarebbe più la Nato.
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