La scelta di Meloni: un silenzio “gelido”. Si punta a evitare i contatti con Trump

La strategia della premier è non dar peso al post, durissimo, di domenica del presidente Usa. La convinzione: a dispiacere è soprattutto la ritrosia nell’aderire al piano Purl per le armi americane
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July 6, 2026
La scelta di Meloni: un silenzio “gelido”. Si punta a evitare i contatti con Trump
Si parte per Ankara «a viso aperto», pronti a sostenere la posizione italiana nella Nato e ad affrontare un attacco in presenza di Donald Trump. Giorgia Meloni non ne fa più mistero: sa che potrebbe essere vittima di un altro «agguato», ovunque e in qualsiasi momento: stasera durante la cena informale offerta dal padrone di casa Erdogan, durante la foto di gruppo dei 32 leader dell’Alleanza, mercoledì mattina nell’ampia sala del complesso presidenziale che ospiterà i lavori, durante il giro di tavolo dei capi di governo, nei momenti a margine dedicati ai media… C’è l’imbarazzo della scelta, con l’aggravante di non poter contare sull’aiuto del segretario della Nato, Mark Rutte, che anzi con qualche sua esternazione su basi e affini potrebbe peggiorare la situazione.
L’unica strategia preventiva, già avviata dalla presidenza del Consiglio e dallo staff diplomatico, è quella di studiare minuziosamente programmi e agende dei leader in modo da evitare momenti di contatto, anche fortuito. D’altra parte domenica Donald Trump, con l’ormai famoso meme sui social , è stato chiaro: su Giorgia Meloni pende un “ordine restrittivo”, lui non vuole che lei si avvicini.
Fa male alla premier, la mette alla prova. Ma forse non come la scelta della foto che Trump domenica ha messo a sostegno del post: lui di spalle, Meloni con gli occhi sorridenti, quasi sognanti, mentre lo guarda. Il contesto è ancora quello del G7 di Evian dove - è il pensiero diffuso - lo staff del tycoon ha fatto partire una sorta di “ character assassination ” della premier.
Meloni ritiene però che la risposta dovrà arrivare al momento giusto. Non ora. È convinta che quanto oggi appare un danno, domani sarà un vantaggio. Mercoledì, quando potrà spiegare quelle che sono le vere ragioni dell’ira di Trump. Non solo il parziale attendismo italiano sul riarmo. Non solo la negazione delle basi per le azioni d’attacco contro Teheran. Ma anche il fatto di non aver ceduto al pressing Usa perché anche l’Italia aderisse al programma Purl, con cui i Paesi che aiutano l’Ucraina comprano pacchetti da 500 milioni di dollari di armi americane. Roma non ha aderito e non aderirà.
Dal punto di vista politico, invece, Meloni ritiene che la furia del tycoon sia legata al fatto che la premier non si è fatta mettere addosso i panni della nuova Orbán. Sotto tutti i punti di vista, dall’essere la quinta colonna Maga in Europa al porsi come “guastafeste” a Bruxelles.
Ma certo Meloni non può negare che per un certo tratto di strada questo ruolo l’ha svolto, specie quando si vagheggiava di una “internazionale Maga” con lei e Orbán in Europa e Milei in Sud America.
Ma a quel disegno Meloni si è sottratta progressivamente, sebbene ieri la parte più critica delle opposizioni sia tornata a ricordarle il suo errore d’impostazione con “the Donald”. Tuttavia, anche Pd («Attacchi inaccettabili» per Schlein), Avs, M5s e Iv («Frasi infami, ora Meloni si svegli» per Renzi) hanno messo in secondo piano gli aspetti polemici per difendere la premier. Ancor più forte è stata la difesa dei centristi di Azione. A rinverdire, per una volta, una tradizione che ormai sembrava perduta, quella di creare un minimo di unità intorno a un premier impegnato all’estero.

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