Pif: «Il Papa resta un punto di riferimento anche per un ateo»

Il regista applaudito al Lecco Film Fest per il film "...che Dio perdona a tutti". «Sarebbe bello se i governanti leggessero il Vangelo, e non lo usassero»
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July 7, 2026
Pif: «Il Papa resta un punto di riferimento anche per un ateo»
Pif, alias Pierfrancesco Diliberto, al Lecco Film Fest / Foto Lecco Film fest
«Sarebbe bello se i governanti di questo mondo leggessero il Vangelo, e non lo usassero». È la provocazione, ma anche l'auspicio, che Pif affida ad Avvenire a margine della sua partecipazione al Lecco Film Fest, dove sabato sera ha raccolto applausi e momenti di commozione prima della proiezione del suo ultimo film …che Dio perdona a tutti!. L'attore, regista e autore, cresciuto tra le scuole delle suore e dei Salesiani, dove ha ricevuto battesimo, prima comunione e cresima, racconta un percorso personale che lo ha portato a interrogarsi sulla fede: «Essere cristiani senza farsi domande è inutile. Da quando dubito, sento Dio più vicino». Ospite del festival promosso da Confindustria Lecco e Sondrio e organizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo, Pierfrancesco Diliberto riflette sul rapporto tra cinema e Vangelo, spiega perché considera Papa Francesco e Papa Leone XIV punti di riferimento anche per chi non crede e racconta come proprio un incontro con il Pontefice abbia trovato posto nel suo film.
Nel suo film è protagonista un Papa ispirato a Francesco. È vero che, in un certo senso, tutto è nato da un'esperienza con TV2000?
«Sì, in qualche modo è vero. Ci ho pensato proprio mentre montavo il film. Ero stato ospite di don Marco Pozza in un programma di TV2000 in cui vari personaggi della cultura, dello sport e dello spettacolo commentavano un passaggio del Padre Nostro. Alla fine c'era un'intervista con Papa Francesco e poi fu organizzata un'udienza con tutti gli ospiti. Quel dialogo con il Papa era rimasto con me. Non era certo un rapporto personale, ma avere la possibilità di parlargli così direttamente è qualcosa che non capita spesso. Mi è successo due volte e, mentre montavo il film, ho pensato che quel frammento dovesse entrarci, perché raccontava qualcosa di autentico del percorso che stavo facendo».
Perché ha sentito l'esigenza di affrontare oggi il tema del cristianesimo e della fede? È una ricerca personale o avverte che c'è un bisogno collettivo?
«Sicuramente c'è stata una mia esigenza personale. Il rapporto con la Chiesa è cambiato profondamente rispetto al passato. Oggi le chiese forse si riempiono meno, e capisco che un sacerdote possa viverlo come un problema, ma paradossalmente mi sembra una situazione più sana. Prima spesso si andava in chiesa perché si doveva andare. Anch'io ero cristiano perché era quasi inevitabile esserlo. Oggi, invece, se ti allontani e poi ti riavvicini, lo fai dopo esserti posto delle domande. È una scelta più consapevole. Non hai più l'obbligo di essere cristiano: lo sei perché riprendi in mano il Vangelo, perché ti confronti con quello che dice e decidi se credere davvero».
Lei ha detto provocatoriamente che ai cattolici consiglierebbe "una settimana di agnosticismo". Perché?
«Perché il dubbio è fondamentale. Io sono agnostico e auguro ai cattolici di vivere almeno una settimana da agnostici, così da costringersi a porsi delle domande. La fede, secondo me, deve basarsi anche sul dubbio. Se ti rimetti a leggere il Vangelo con uno sguardo nuovo, inizi una ricerca. Ed è proprio quella ricerca ad avere valore».
Una ricerca che forse non ha mai una conclusione definitiva.
«Esatto. Mi piacerebbe che, se un insegnante portasse questo film a scuola, lo presentasse come un film che spinge a cercare Dio. Poi ciascuno lo troverà nel Dio che gli è stato insegnato, oppure in un percorso diverso, o magari continuerà semplicemente a cercarlo. Ma educare un ragazzo o una ragazza alla ricerca di Dio fa bene all'anima. La ricerca continua è già qualcosa di importante».
Oggi sembra che molti abbiano sostituito Dio con altri idoli, a partire dai social.
«Sì, ma c'è qualcosa di ancora più preoccupante. Ci sono uomini molto potenti che finiscono per credere di essere loro stessi Dio. E questa è la bestemmia delle bestemmie».
Lei è tornato a leggere il Vangelo per questo film. Che cosa l'ha colpita di più?
«Forse dovrei rileggerlo ancora, perché è un testo che avevo studiato ma che non avevo mai affrontato davvero per lavoro, da agnostico tendente all'ateismo. La cosa che mi viene da dire oggi è questa: sarebbe bello se i governanti del mondo leggessero il Vangelo. E soprattutto che lo leggessero senza usarlo. Perché troppo spesso il Vangelo viene evocato come uno strumento identitario o politico, mentre il suo messaggio va in tutt'altra direzione».
In questo contesto lei ha citato sia Papa Francesco sia Papa Leone XIV come punti di riferimento. Perché?
«Perché il Papa continua a rappresentare una voce morale, anche per chi è un ateo. Papa Francesco è stato spesso criticato perché dialogava con i non credenti, ma è proprio questa capacità di uscire dai confini della Chiesa a renderlo un punto di riferimento universale. Parlava a tutti, non solo ai cattolici. Ora c'è Papa Leone XIV. All'inizio sembrava una partenza più prudente, ma raccogliere l'eredità di Francesco non era semplice. Francesco ha lasciato un'impronta fortissima, soprattutto sui temi della pace, delle periferie, dei migranti, del dialogo e dell'attenzione agli ultimi. Leone, con uno stile diverso, meno istintivo e più misurato, non sta rompendo con quel magistero: lo sta portando avanti con il suo linguaggio in quella direzione. Quello che trovo incredibile è vedere politici che si dichiarano cristiani arrivare perfino a spiegare al Papa come dovrebbe interpretare il Vangelo o come dovrebbe parlare di religione. Una volta sarebbe sembrata una follia. Oggi invece succede normalmente e queste persone vengono applaudite. In questo delirio il Papa resta una delle poche voci autorevoli capaci di richiamare il Vangelo senza piegarlo agli interessi della politica».
Accompagnando il film ha incontrato molte comunità cattoliche. Che esperienza è stata?
«La prima sorpresa è stata scoprire di avere superato l'esame. Nessuno si è alzato indignato. Magari qualcuno avrà pensato qualcosa, ma non me lo ha detto. C'è persino una scena della Via Crucis che temevo potesse suscitare polemiche. Invece ci sono state grandi risate. Alla fine mi sono accorto che il più bigotto ero io».
E adesso quali sono i prossimi progetti?
«Vorrei continuare a fare sia televisione sia cinema. Mi piacerebbe essere più veloce nello scrivere, ma credo che le due esperienze si arricchiscano a vicenda. Quello che imparo facendo televisione lo porto nel cinema e viceversa. Torno in autunno con Caro Marziano su Rai 3 e poi, nel prossimo anno, inizierò a scrivere una nuova sceneggiatura. Il cinema è un mestiere che si impara soprattutto facendolo: la vera scuola resta il set».

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