«Quella volta che salvammo una donna migrante e poco dopo nacque Fatima. È stata la mano di Dio»
Il racconto di una vita da parte del comandante Roberto Mangione, che ha guidato la motovedetta CP322 della Guardia costiera nel Mediterraneo. «Noi abbiamo scelto di fermarci e soccorrere vite in mare. Non ci sono leggi che tengano»

«Di fronte a chi è in difficoltà, rischia di morire, ognuno di noi può proseguire o fermarsi. Indifferenti o attenti. È una libera scelta personale. Noi scegliamo di fermarci e salvare. Questo non lo decide nessun provvedimento di legge». A parlare è Roberto Mangione, comandante della motovedetta CP322 della Guardia costiera che per salvare nel Mediterraneo ha percorso 265mila miglia e soccorso 67mila persone. Lampedusa, soprattutto, ma anche altre zone e perfino nel mare Egeo, con una degli migliori barche per soccorrere, praticamente inaffondabile, perché se si capovolge poi si raddrizza in pochi secondi.
L’occasione per ascoltare la sua testimonianza è stato l’incontro “Naufraghi o fratelli? Il dovere diventa missione d’amore. Il coraggio della Carità sulle rotte della speranza” promosso dal “gruppo missionario” della parrocchia di San Gaspare del Bufalo a Roma. Un’occasione preziosa, quasi unica, viste le direttive dell’attuale governo che hanno fatto calare un muro di silenzio sulle pericolose e preziosissime operazioni di salvataggio che, invece, anni fa venivano documentate con video, foto, comunicati e interviste.
«Roberto è un pescatore di uomini», lo presenta il parroco don Emanuele. «Sono qui come fratello per condividere una parte della mia vita», gli risponde il comandante e prima di raccontarsi fa raccontare le immagini dei suoi uomini che soccorrono, si tuffano in mare, abbracciano bambini e neonati. “Siamo la Guardia costiera italiana, non preoccupatevi, state fermi, state calmi, vi prendiamo tutti!”, urlano per tranquillizzare i migranti. Il comandante ricorda «quando tendi la mano verso un bambino che è in acqua». E le immagini narrano di tante mani tese, di donne incinte, di disabili, aiutati a salire sulla motovedetta. “Capo” Roberto descrive le condizioni delle persone che tentano il viaggio della speranza «con una sola bottiglia di acqua e poche patate da mangiare» e si chiede «cosa abbiamo fatto noi per meritare più di loro?». Un motivo in più per non girarsi dall’altra parte e salvarli. Il video finisce con la scritta “Grazie Dio la vita è un dono”. E proprio di questo parla il comandante Mangione.
«Ognuno di noi ha un cammino che il Signore ha costruito per noi. Non dobbiamo girare le spalle alla sua chiamata. La mia era ed è salvare. Viviamo per incontrare Gesù e lo troviamo negli altri, io lo trovo salvando in mare. Per essere cristiani non basta essere credenti, bisogna essere coerenti». Lui si definisce «un umile operatore di un servizio». Ma gli episodi che racconta sono sempre drammatici. Come «le 1.250 vite salvate su un barcone che gli scafisti avevano lasciato col pilota automatico per farlo schiantare contro la raffineria di Augusta». O quando si è trovato con «54 vite in acqua, se sbagliavo di un millimetro morivano. Invece - sorride – una delle donne salvate, dopo pochi attimi ha partorito Fatima. La mano di Dio arriva ovunque e porta la vita». È il suo modo di rispondere a chi gli chiede dei provvedimenti del governo, quelli realizzati, come il decreto Cutro, o minacciati, come la chiusura dei porti. E tanto per essere chiaro fa un esempio. «Se lei guida in autostrada e vede un incidente con una mamma e una bambina a terra ferite può decidere di proseguire o di fermarsi. Noi ci fermiamo sempre».
Nel 2016 la CP322 ha operato per alcuni mesi nel Mare Egeo, con una missione di Frontex, salvando oltre 1.150 persone. Un’operazione che gli ha fatto meritare la Medaglia d’oro al Valore di Marina. Ma questo non lo racconta. Invece il racconto diventa anche molto personale, quando parla della moglie morta dopo 30 anni di matrimonio. «Un tumore me l’ha portata via in 27 giorni. La vita ci porta prove che possono mettere in ginocchio. Possiamo restare lì o rialzarci e proseguire. Io potevo chiedere il trasferimento a Messina oppure tornare ad aiutare gli altri». “Capo” Roberto decide di restare a Lampedusa proprio grazie alla moglie. «Mentre era a letto, su facebook aveva scritto “Sei stato un’ancora di salvezza per tante persone”. Se fossi andato via l’avrei tradita. Ringrazio Dio che per 30 anni mi ha “prestato” mia moglie. Così sono tornato a Lampedusa portando i tre figli. E la comunità mi ha aiutato». E lui con gli undici uomini della Cp322 continua a salvare. «La motovedetta è la mia seconda casa, l’equipaggio la mia seconda famiglia». Anche nelle giornate più dure, quando si incontra la morte. «Giornate dure? Per me è consuetudine», e ricorda un loro slogan: “Anche oggi si dorme domani”. Ma, assicura, «onorato, orgoglioso e innamorato di poter servire per salvare». Con una profonda convinzione. «Dio ci chiederà: “Quanto hai amato”? Nessuno va lasciato solo. Dio non ha bisogno solo di preti ma di tutti noi. Possiamo cambiare il mondo da dentro il nostro cuore».
Poi si rivolge ai giovani della parrocchia che lo hanno ascoltato con attenzione e commozione. «Ognuno di noi ha un posto ma come lo dobbiamo occupare? Voi giovani potete fare tutto. Possiamo fare tutto ma ci dobbiamo credere. Infiammiamoci di amore». E lascia un ultimo messaggio che spiega bene chi siano gli uomini della Guardia costiera. «Non ci sono leggi, territori, Stati se qualcuno sta per morire o è a rischio e tu sei in condizione di dargli una mano. Noi andiamo in mare per salvare la vita di chi ha bisogno. Non c’è una politica in tutto questo».
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