Giustizia è fatta: il Belgio travolge gli Usa. Anche con il "raccomandato" di Trump
Un risultato netto chiude uno degli episodi più tristi della storia del calcio, con l'intervento del presidente Usa sulla Fifa per togliere la squalifica all'attaccante Balogun

«La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. Man mano che lo sport è diventato industria, la bellezza che nasce dalla gioia del giocare per il gusto di farlo è andata scomparendo». Così scrive lo scriba massimo uruguayano Eduardo Galeano (1940-2015) nel suo imprescindibile saggio vademecum da fantasista Splendori e miserie del gioco del calcio (appena rieditato da Sur). Con questa triste verità rivelata da Galeano, ci siamo addormentati, per poi risvegliarci nel cuore della notte per assistere al match mondiale Usa-Belgio con un altro cattivo pensiero: quello dell’attaccante americano Folarin Balogun squalificato e graziato imminentemente dalla Fifa per ordine tassativo del presidente degli Stati Uniti, the boss Donald Trump.
Un’ingiustizia che poteva essere sanata soltanto dal verdetto del campo. E giustizia è stata. Il Belgio del ct francese Rudi Garcia (un signore della panchina non completamente compreso alla Roma degli americani e ancor meno nel Napoli di De Laurentiis) cala il poker (1-4) ed elimina i “raccomandati” di ferro degli States. Il “caso Balogun” viene così archiviato senza ulteriori danni grazie alle reti dell’atalantino De Ketelaere, autore di una doppietta e del gol del sorpasso al 33’ in risposta al momentaneo pareggio del colored Tillman. Al pareggio degli americani, abbiamo provato un momento di stizza angosciante, nella mente è apparsa l’effigie sgradevole di Donald Trump che birra in mano festeggiava il gol della nuova indipendenza del soccer a stelle e strisce, perdonando al prode Tillman le antiche origini afroamericane, per fortuna sanate dall’arianesimo della città di nascita, Norimberga. Un difensore estremo della razza ariana-americana, come Trump, guarda anche a questi piccoli particolari per cui nello Studio Ovale si giudica un giocatore. Così come la sede della sfida nel mega laboratorio scientifico di Seattle non ci è parsa per niente casuale in questi Mondiali del cyberbullismo tecnologico applicato al gioco del football. Ma torniamo alla rivincita dei giusti contro il Manga calcio, i belgi in un paio di giri di lancetta affidandosi al piedino fatato del biondo, algido De Ketelaere, hanno rimesso le cose a posto con quell’1-2 che poi è scivolato via fino al terzo gol del veterano di Bruges Vanaken. Infine, il quarto sigillo, per una punizione di rigore di Romelu Lukaku, il bomberone figlio di nigeriani che saluta mister Donald con un passo della “Trump Dance” e con la manina dei magnifici 4 gol, quelli infilati nella rete americana. Dignità, avrebbe voluto che lo squalificato Balogun, nel rispetto degli avversari in primis e al contempo di un regolamento che non può essere aggiustato alla comanda dal servilissimo filoamericano, vedi il presidente della Fifa Gianni Infantino, non fosse stato schierato. E mister Pochettino, allenatore della nazionale americana, da argentino verace, connazionale dei geni ribelli e rivoluzionari Maradona e Che Guevara, magari per qualche minuto c’ha anche pensato al beau geste di compiere la scelta coraggiosa di lasciare Balogun fuori dalla partita o quanto meno relegarlo in panchina. Un atto di coraggio che forse gli sarebbe costato il licenziamento, anche tra il primo e il secondo tempo, da parte del Super Trump, che comunque dopo questa eliminazione con tanto di goleada del Belgio è quasi certo che andrà alla sostituzione del capro espiatorio e la relativa ricerca di un altro selezionatore vincente per il prossimo Mondiale.
La coscienza di Balogun, il forzato del calcio, si è intravista nella sua prestazione: il peggiore in campo, il primo tiro spedito verso la porta di Cortois è stato al minuto 81, a giochi ormai fatti. Abbiamo applaudito al suo tentativo velleitario e provato anche un po’ di sana compassione per chi è costretto a giocare per la nazionale manipolata da un dittatore del terzo millennio. Premio del migliore in campo va all’airone di Bergamo De Ketelaere, mentre il premio fairplay se lo merita tutto monsieur Garcia che a fine gara è andato dall’ormai appestato involontario Balogun per rincuorarlo: «Dai Folarin, non è colpa tua». No, infatti la colpa è di questo mondo assurdo, anche dei governanti del calcio, che continuano a tifare per la formazione più criminale che esista su questo pianeta: il club “spectrale” della banalità del male, di cui Trump è un capitano per niente coraggioso. Cuori impavidi in ogni settore, Fifa compresa, operano al suo servizio. Infantino annunciò i Mondiali in Usa, Canada e Messico, pochi giorni dopo che in Israele il club del Beitar Jerusalem aveva deciso di cambiare intitolazione e di chiamarsi “Beitar Trump”, apponendo tanto di stemma araldico del casato del tycoon newyorkese.
Usa-Belgio ha confermato che almeno in campo il potere (l’abuso di potere) e il denaro non bastano per sovvertire un risultato che è sempre deciso dal merito con la variabile del cattivo arbitraggio, dell’interpretazione arbitraria del Var e dalla fortuna, che nel caso di Usa-Belgio non è stata cieca. Trump con il suo gesto da imperatore neroniano ha cancellato quanto di buono era riuscito a fare la Nazionale di calcio degli Stati Uniti in questo mondiale, specie dal punto di vista della sensibilizzazione sportiva delle nuove generazioni che praticano il soccer. E il suo servo sciocco Infantino ha dimostrato ancora una volta come il clientelismo può sovvertire le regole del gioco fuori dal campo (cancellazione della squalifica), ma non aveva fatto i conti con la legge del campo, in cui il talento, la forza agonistica e la sportività del Belgio di Garcia hanno prevalso nettamente. Trump e Infantino sono i due grandi sconfitti di questo Mondiale 2026 che con gli Usa di Pochettino perde tutte e tre le padrone di casa (Messico e Canada erano già uscite di scena) ma soprattutto perde ancora la faccia davanti a quel mondo che crede nella giustizia, nel merito e nel valore del calcio giocato. Tra tante miserie, come insegna Galeano, ci sono ancora molti splendori che illuminano il pianeta football. E al triplice fischio dell’arbitro di Usa-Belgio, l’imparziale giordano signor Makhadmeh, abbiamo risentito la voce di Diego Armando Maradona che ci teneva a dire al mondo che l’unica cosa che aveva capito nella sua vita è che «gli Stati Uniti pensano di comandare il mondo… Ma non siamo tutti americani».
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