Faggin: «Nessuna macchina potrà mai desiderare»
di Davide Re
Il fisico e inventore del microprocessore riflette sui limiti dell’IA: «La coscienza non è un algoritmo e i robot non potranno mai essere noi»

Inventore del microprocessore, protagonista della rivoluzione digitale e oggi impegnato nello studio della coscienza, Federico Faggin sarà fra gli ospiti di Seminare Idee Festival Città di Prato, dove domenica 7 giugno terrà una lectio dal titolo “ Nessuna macchina potrà mai desiderare ”. Un tema che riassume il cuore della sua ricerca degli ultimi anni: la convinzione che l’uomo non possa essere spiegato soltanto attraverso la materia e che la coscienza rappresenti una dimensione fondamentale della realtà. Secondo Faggin, desiderio, libero arbitrio, significato e creatività sono esperienze che non possono essere ridotte a processi algoritmici o biologici. Una posizione che lo porta a mettere in discussione alcune delle interpretazioni più diffuse della scienza contemporanea e a proporre una visione nella quale la coscienza non è un prodotto del cervello, ma una proprietà originaria dell’universo.
Professor Faggin, nel suo intervento a Prato lei sostiene che il desiderio non sia semplicemente un impulso biologico. Perché gli attribuisce un ruolo così centrale nella comprensione dell’essere umano?
«Perché il desiderio è una manifestazione della coscienza. La visione materialista dominante tende a descrivere l’essere umano come una macchina estremamente sofisticata, il risultato di processi fisici e chimici che avvengono nel cervello. In questa prospettiva il desiderio viene interpretato come una conseguenza di meccanismi biologici, evolutivi o neurologici. Io credo invece che sia qualcosa di più profondo. Il desiderio è strettamente legato al significato e all’intenzionalità. Non riguarda semplicemente la ricerca di un vantaggio biologico, ma la capacità di orientarsi verso qualcosa che ancora non esiste e che può essere creato. È ciò che consente all’essere umano di produrre conoscenza nuova, non limitandosi a rielaborare informazioni già presenti. Quando desideriamo, non stiamo soltanto reagendo a uno stimolo. Stiamo esercitando una forma di libertà creativa che appartiene alla coscienza».
Lei distingue spesso tra scienza e scientismo. Perché ritiene che questa differenza sia così importante?
«Perché oggi tendiamo a confondere le due cose. La scienza è uno strumento straordinario di conoscenza. Ha consentito all’umanità di comprendere aspetti fondamentali della natura e di sviluppare tecnologie che hanno trasformato la nostra vita. Lo scientismo è invece una filosofia che attribuisce alla scienza un potere che la scienza stessa non rivendica. Lo scientismo sostiene che sia reale soltanto ciò che può essere misurato nello spazio e nel tempo. Tutto il resto viene considerato irrilevante o illusorio. Ma questa è una posizione filosofica, non scientifica. La scienza studia ciò che è osservabile e misurabile. Lo scientismo pretende invece di trasformare questo metodo in una descrizione completa della realtà. Il problema è che così facendo si elimina tutto ciò che riguarda l’esperienza interiore: la coscienza, il significato, il sentire, il libero arbitrio. Non è la scienza a negare queste dimensioni. È una particolare interpretazione ideologica della scienza».
Secondo lei la fisica quantistica ha messo in crisi questa visione?
«La fisica quantistica ha certamente aperto interrogativi profondi. Molti fisici la considerano una teoria matematica estremamente efficace per fare previsioni sperimentali. E naturalmente lo è. Ma a mio avviso non può essere ridotta soltanto a questo. Nella sua interpretazione più diffusa si rinuncia a chiedersi che cosa la teoria ci stia dicendo sulla natura della realtà. Ci si limita a utilizzarne gli strumenti matematici. Io penso invece che alcune caratteristiche della fisica quantistica indichino che la realtà è più profonda di quanto immaginato dal materialismo classico. L’idea che tutto possa essere spiegato attraverso oggetti materiali localizzati nello spazio e nel tempo non appare più sufficiente. La fisica quantistica ci obbliga a confrontarci con fenomeni che sembrano indicare una dimensione di realtà più fondamentale. Per questo ritengo che il dibattito sulla coscienza non sia separato dalla fisica, ma rappresenti una delle sue frontiere più importanti».
Nelle sue opere lei parla spesso della necessità di conoscere la coscienza attraverso l’esperienza diretta. Che cosa significa concretamente?
«Significa riconoscere che esistono aspetti della realtà che non possono essere conosciuti esclusivamente dall’esterno. La coscienza è uno di questi. Possiamo osservare il cervello, misurare attività neuronali, costruire modelli matematici. Ma nessuna di queste operazioni ci permette di accedere direttamente all’esperienza soggettiva. La coscienza si conosce attraverso la coscienza stessa. È un’esperienza immediata che ciascuno di noi vive continuamente. Noi sappiamo di esistere non perché qualcuno ce lo dimostra, ma perché ne facciamo esperienza diretta. Questa dimensione interiore è stata riconosciuta da molte tradizioni sapienziali e filosofiche. Al di là delle differenze culturali, esiste un nucleo comune che riguarda la possibilità di conoscere se stessi attraverso un’esperienza vissuta e non soltanto attraverso una descrizione esterna».
Nel suo percorso personale c’è stato un passaggio dalla Silicon Valley alla riflessione sulla coscienza. Che cosa ha scoperto lungo questo cammino?
«Ho scoperto che le domande più importanti non riguardano soltanto il funzionamento delle cose, ma il loro significato. Per molti anni mi sono occupato di tecnologia e innovazione. È stata una straordinaria avventura umana e professionale. Tuttavia, a un certo punto, mi sono reso conto che comprendere come funziona il mondo non basta; è anche necessario comprendere chi siamo. La questione dell’identità, della coscienza e del significato è diventata sempre più centrale. Oggi ritengo che ciascuno di noi partecipi a una realtà molto più ampia della propria individualità. Non siamo entità isolate che esistono separatamente dal resto del mondo. In qualche modo conteniamo dentro di noi la potenzialità di Uno, di tutto ciò che esiste. Comprendere chi siamo significa comprendere questa nostra relazione profonda con il tutto. È una prospettiva che modifica radicalmente il modo in cui guardiamo a noi stessi e agli altri».
Da inventore del microprocessore lei ha contribuito a costruire il mondo digitale contemporaneo. Oggi però mette in guardia dal rischio di confondere intelligenza e coscienza. Qual è il pericolo culturale più grande nell’epoca dell’intelligenza artificiale?
«Il rischio è attribuire alle macchine caratteristiche che appartengono soltanto agli esseri coscienti. Le macchine possono elaborare enormi quantità di informazioni, riconoscere schemi, produrre testi, immagini e soluzioni molto sofisticate. Ma questo non significa che comprendano il significato di ciò che fanno. Un algoritmo manipola simboli. Non possiede esperienza soggettiva. Non sente. Non desidera. Non attribuisce significato. Quando dimentichiamo questa differenza rischiamo di sviluppare una visione riduttiva dell’essere umano. La vera sfida non è capire quanto diventeranno intelligenti le macchine, ma comprendere che cosa sia realmente la coscienza. Se non affrontiamo seriamente questa questione, finiremo per interpretare noi stessi come semplici elaboratori biologici di informazioni».
Guardando al mondo contemporaneo, la nostra è soprattutto una crisi tecnologica o una crisi di significato?
«Credo che sia soprattutto una crisi di significato. La tecnologia ci offre strumenti sempre più potenti, ma non ci dice perché usarli né verso quale scopo orientarli. Possiamo aumentare indefinitamente le nostre capacità tecniche senza per questo comprendere meglio chi siamo. Quando una società perde il contatto con il significato, tende a ridurre tutto a ciò che è utile, misurabile o calcolabile. Ma l’esperienza umana è molto più ricca. Amore, bellezza, libertà, creatività, desiderio: nessuna di queste realtà può essere espressa completamente attraverso un algoritmo. Per questo penso che la domanda decisiva del nostro tempo non riguardi la tecnologia in sé. Riguarda la coscienza. Finché non comprenderemo meglio la natura della coscienza, continueremo a possedere strumenti sempre più potenti senza sapere fino in fondo chi è colui che li utilizza e per quale scopo lo fa».
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