C'è una svolta dell'Ue sulla moda circolare: gli abiti invenduti non sono rifiuti da buttare
di Cinzia Arena
Il regolamento sull’ecodesign impone alle grandi aziende il divieto di distruzione e l’obbligo di tracciare il percorso di recupero o donazione dei capi ancora nuovi rimasti nei magazzini

Gli abiti invenduti non possono essere più considerati un rifiuto. Ci sono voluti anni di discussioni politiche e di battaglie ambientaliste per cercare di mettere dei paletti ad un fenomeno che ha del paradossale. Parte da una sovraproduzione vestiti, accessori e tutto ciò che è indossabile e porta alla distruzione sistematica (non un incidente di percorso o un caso raro) di quelli che nessuno compra come strategia commerciale. Da oggi le grandi imprese del settore (vale a dire quelle con almeno 250 dipendenti e almeno 50 milioni di euro di fatturato) non potranno più continuare ad inquinare considerando questi capi come un problema di cui sbarazzarsi.
Un “rifiuto” appunto nonostante siano ancora prodotti immacolati, con il cartellino attaccato perché giudicati senza valore perché fuori moda o peggio dannossi per la reputazione del brad. La svolta è contenuta nel regolamento europeo 1781 del 2024 sull’ecodesign. Adesso, a distanza di due anni, arrivano le misure attuative che i Paesi membri sono chiamati ad applicare, con tanto di divieti e controlli. Il provvedimento si inserisce nella strategia del Green Deal avviata dalla Commissione nel 2019 e rappresenta una delle prime applicazioni settoriali di norme che in prospettiva si estenderanno alla quasi totalità dei beni fisici commercializzati in Europa. Il regolamento punta a renderli “riparabili, riutilizzabili e tracciabili”.
Per dare un’idea dell’enorme impatto di questo fenomeno, ancora forse troppo poco conosciuto, basta fare riferimento ad un dato. In Europa una percentuale tra il 4 e il 9% dei prodotti tessili e degli accessori invenduti viene distrutta prima ancora di essere utilizzata, producendo qualcosa come 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica in un anno. L’abbigliamento è diventato un prodotto di consumo al pari della spesa alimentare: siamo sommersi da vestiti, scarpe e borse. Ogni cittadino europeo ne acquista in media si intende 19 kg all’anno, l’equivalente di una valigia da stiva piena zeppa. E a fronte di questa bulimia di acquisti, sempre in media, genera una quantità quasi equivalente di rifiuti. 16 kg di “spazzatura” tessile all’anno: di questi, solo un quarto (circa 4,4 kg) viene raccolto separatamente per essere riutilizzato o riciclato. Il resto finisce nell’indifferenziato e viene avviato a incenerimento o discarica.
È il lato meno visibile della moda: quello che comincia quando le luci delle vetrine si spendono, i saldi finiscono e una nuova collezione prende il posto di quella precedente. Ogni capo nasce per essere ideato, realizzato, venduto e indossato, ma oggi la sovraproduzione fa sì che alcuni restino nei depositi, altri passino da un canale commerciale all’altro, altri ancora diventino un costo da gestire. L’invenduto non è, come si diceva, un incidente. Al contrario è un ingranaggio di un sistema che corre a velocità sempre più elevata e produce quantità esagerate di abiti, gonfiando le aspettative di consumi. La moda cambia nel giro di poche settimane, l’e-commerce rende più semplice comprare e restituire. L’impatto dei resi sull’ambiente è enorme: la loro gestione è costosa tra spese di trasporto, pulizia, gestione ed eventuale riparazione. Così, specie nel caso di capi scarso valore (e qualità) le grandi piattaforme del fast fashion preferiscono buttare i prodotti invece di sostituirli.
Quando si parla di capi di “marca” alla base della distruzione dell’invenduto a volte c’è un calcolo strategico: se un capo viene venduto ad un prezzo troppo basso può indebolire l’immagine del brand o indurre i clienti a rimandare l’acquisto, aspettando prezzi più favorevoli. Mandarlo al macero rappresenta una scorciatoia: capace di chiudere il problema in modo rapido ma estremamente dannoso per l’ambiente. Le nuove regole europee prevedono obblighi di trasparenza: le aziende dovranno fornire informazioni dettagliate sui capi invenduti e sulla loro gestione, rendendo più difficile farli sparire dalla circolazione. L’attenzione, insomma, si sposta dal rifiuto al modello produttivo. Le uniche deroghe previste riguardano i prodotti pericolosi per la sicurezza, danneggiati in modo da non poter essere riutilizzati o realizzati violando la proprietà intellettuale.
Le sanzioni sono stabilite dai singoli paesi con relativi decreti nazionali. L’Italia rientra tra quelli che non le hanno ancora messe nero su bianco. Lo stesso divieto previsto per le grandi aziende si applicherà, dal 2030, anche alle medie imprese, mentre al momento non è prevista alcuna norma per le piccole realtà. È probabile che le soluzioni già adottate dalle imprese subiscano un’impennata: i capi invenduti finiranno negli outlet e nelle piattaforme digitali dedicate, ma si punta anche ad opzioni più radicali come riciclo, riutilizzo e ricondizionamento, recupero della materia prima e donazione alle associazioni di beneficenza. Resta però un punto critico: vietare la distruzione non significa automaticamente risolvere l’eccesso. Se la produzione continuerà a superare la domanda il problema cambierà forma ma resterà. Ecco perché serve una rivoluzione culturale che parta dai consumatori e li spinga a riflettere prima di acquistare capi in mani
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