Una nuova legge elettorale? Prima le regole, poi i vincitori
Il confronto sul sistema di voto in corso in Parlamento paga il problema di una maggioranza che ritaglia la norma sulla necessità di vincere le prossime elezioni. E se la riforma saltasse una legislatura? Qualche proposta per svelenire il clima

Ogni volta che si avvicinano le elezioni, in Italia riemerge la tentazione di modificare la legge elettorale. Il dibattito di questi giorni ne è l’ennesima conferma. La maggioranza invoca governabilità e stabilità, mentre le opposizioni denunciano il rischio di regole costruite su misura. È un copione tristemente familiare. Si discute di soglie, premi, coalizioni e collegi, ma spesso si trascura la questione decisiva che non ha a che fare tanto con il sistema adottare ma con la legittimazione a cambiarlo, quando e con quali garanzie. Esiste un criterio semplice e rigoroso per orientarsi. Le regole del gioco dovrebbero essere scritte senza sapere chi vincerà la partita. Se non conosciamo in anticipo la posizione che occuperemo siamo meno inclini a costruire un sistema che favorisca noi e penalizzi gli altri.
È il senso del “velo d’ignoranza” proposto da John Rawls, il più importante filosofo politico del ‘900, per garantire l’imparzialità nel momento in cui si sottoscrivono i princìpi del contratto sociale. Scegliere le istituzioni fondamentali senza sapere quale posto avremo nella società, quali interessi difenderemo, se saremo maggioranza o minoranza. L’ignoranza, in questo esperimento mentale, non è una mancanza. È una condizione di imparzialità. Ci obbliga a domandarci non quale regola ci convenga oggi ma quale potremmo accettare qualunque fosse la nostra posizione domani. Applicato alla legge elettorale, il principio si traduce in una domanda essenziale alla quale bisognerebbe sempre provare a rispondere: “La riterremmo giusta anche se a vincere fossero gli altri?”. È qui che si misura la qualità democratica di una riforma.
Nella politica reale, però, il velo d’ignoranza non esiste. I partiti conoscono i sondaggi, simulano la distribuzione dei seggi, valutano gli effetti delle soglie e dei premi. Ogni modifica viene discussa mentre i giocatori sono già seduti al tavolo e conoscono le carte che hanno in mano. Non possiamo eliminare questa conoscenza, ma possiamo costruire istituzioni che ne riducano il peso, creando una distanza tra chi approva la regola e chi ne beneficerà.
Il primo passo sarebbe sottrarre la legge elettorale alla disponibilità della maggioranza di governo. Una soluzione radicale consisterebbe nell’equipararla a una legge costituzionale, sottoponendola al procedimento aggravato dell’articolo 138, e cioè doppia deliberazione, tempi più lunghi, maggioranze più ampie ed eventuale referendum. Una simile procedura renderebbe più difficile approvare riforme dettate dalla convenienza immediata e costringerebbe maggioranza e opposizione a cercare un terreno comune. Non sarebbe però opportuno inserire nella Costituzione ogni dettaglio tecnico. Le formule di riparto, la dimensione dei collegi e le modalità di voto devono poter essere corrette quando producono effetti indesiderati. La rigidità assoluta rischierebbe di trasformare un sistema imperfetto in un sistema immodificabile.
La soluzione più equilibrata sarebbe dunque costituzionalizzare non il contenuto della legge elettorale ma il procedimento necessario per cambiarla. Si potrebbe prevedere una legge “rinforzata” con approvazione a maggioranza qualificata, doppia lettura, tempi minimi di riflessione e controllo preventivo della Corte costituzionale. A queste garanzie se ne dovrebbe aggiungere una decisiva, e cioè il divieto di applicare la nuova disciplina alle elezioni immediatamente successive. È forse questo il modo più efficace per simulare gli effetti del velo d’ignoranza rawlsiano. Chi modifica la legge non saprebbe con certezza se, quando essa entrerà in vigore, sarà ancora al governo, sarà passato all’opposizione o avrà perso parte del proprio consenso. La distanza temporale spezzerebbe il legame tra la riforma e il vantaggio contingente, a tutto beneficio dei cittadini e del sistema democratico. La legge smetterebbe di essere un’arma della competizione e tornerebbe a esserne il presupposto.
Si obietterà che un simile sistema renderebbe ogni riforma più difficile. È vero. Ma non tutte le difficoltà sono difetti. Alcune sono garanzie. Anche la Costituzione è difficile da modificare perché protegge ciò che non deve dipendere dalla volontà momentanea di chi dispone di più voti. Le leggi elettorali trasformano voti in seggi, determinano il peso delle minoranze, influenzano i partiti e incidono sull’equilibrio istituzionale. Sono troppo importanti per essere trattate come una legge ordinaria qualsiasi. La democrazia, del resto, non consiste soltanto nello stabilire chi ha vinto. Dipende anche dalla disponibilità di chi ha perso a riconoscere il risultato. Questa disponibilità nasce quando le regole appaiono anteriori alla contesa, neutrali rispetto ai contendenti e abbastanza stabili da non essere piegate a ogni mutamento dei rapporti di forza.
Una buona legge elettorale è quella che tutti sarebbero disposti ad accettare prima di sapere da quale parte del risultato si troveranno. Perché prima dei vincitori vengono le regole, e una democrazia è veramente matura quando anche chi perde può riconoscere nelle regole non l’arma dell’avversario ma una garanzia per tutti.
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