L'Iran vuole l'estensione del conflitto e infiamma già la regione. Israele si prepara ai raid

di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
Attacchi di Teheran contro infrastrutture civili in Kuwait, Bahrein e Giordania. Il Consiglio del Golfo: crimini di guerra. Il regime: risposta decisa all'offensiva Usa. A Tel Aviv i 63 aerei cisterna Usa dislocati in tutto il Paese preannunciano operazioni più vaste
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July 18, 2026
L'Iran vuole l'estensione del conflitto e infiamma già la regione. Israele si prepara ai raid
La riproduzione di un missile iraniano accanto alla grande bandiera della Repubblica islamica nella piazza Imam Hussein di Teheran / Reuters
Le scie scure dei missili stanno ridisegnando il Golfo. Teheran reagisce ai raid Usa colpendo basi americane, aeroporti, impianti petroliferi e centrali di desalinizzazione nei Paesi alleati di Washington. Mentre l’Iraq prova a sottrarsi a suon di contratti alla geografia che per decenni ne ha fatto insieme una potenza energetica e un ostaggio dello Stretto di Hormuz. I pasdaran rivendicano l’attacco a due petroliere che stavano tentando di forzare il blocco nella strozzatura di Hormuz, ma gli Usa smentiscono.
Teheran esclude per ora nuovi colloqui con Washington e promette una risposta «decisa» agli attacchi statunitensi. In una dichiarazione scritta, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha tuonato: «Le ripetute violazioni del memorandum d’intesa hanno dimostrato a tutti quanto sia inutile e senza valore la firma del presidente degli Stati Uniti, e che bullismo, ambizioni egemoniche e barbarie sono elementi inseparabili del modo e della dottrina americana». Intanto cresce il bilancio dei raid americani. Secondo il ministero della Salute iraniano, almeno 12 persone sono state uccise solo tra venerdì e ieri, portando a 50 il numero complessivo delle vittime dall’inizio della nuova fase della guerra. I feriti sarebbero almeno cinquecento dal 27 giugno. Tra i morti figurano anche 5 donne e 2 bambini.
Il conflitto si estende ormai all’intero quadrante. Il Consiglio di cooperazione del Golfo ha definito «crimini di guerra» gli attacchi iraniani contro infrastrutture civili in Kuwait, Bahrein e Giordania, denunciando una grave violazione del diritto internazionale. Ma da Teheran arriva inoltre un nuovo avvertimento agli Emirati Arabi Uniti. Un funzionario della sicurezza ha dichiarato che, in caso di ulteriori attacchi americani contro infrastrutture civili iraniane, gli aeroporti di Dubai e Abu Dhabi e i porti di Fujairah e Jebel Ali dovrebbero essere evacuati per il rischio di rappresaglie. È la minaccia più esplicita contro i principali nodi commerciali e logistici.
Il regime presenta l’offensiva come risposta alla settima notte consecutiva di raid statunitensi. Il Comando centrale Usa (Centcom) afferma di avere colpito siti di sorveglianza, depositi sotterranei, nodi logistici e capacità navali. Ma i bombardamenti hanno raggiunto anche ponti, strade, impianti energetici e reti idriche nell’Iran meridionale. A Jask migliaia di persone sono rimaste senza acqua. Nella provincia di Hormozgan si contano morti e feriti.
In Kuwait un attacco iraniano ha colpito una centrale per la produzione di energia e la desalinizzazione, provocando un incendio. Un impianto petrolifero ha subito danni e vi sono stati feriti. L’aeroporto internazionale ha sospeso le operazioni durante i ripetuti allarmi, con le autorità kuwaitiane che accusano gli ayatollah di una strategia sistematica contro obiettivi civili. I Guardiani della rivoluzione sostengono di avere attaccato il centro logistico americano di “Camp Arifjan” e una struttura radar nella base di Ali al-Salem. Rivendicano, inoltre, operazioni contro installazioni in Bahrein e nella base di al-Azraq, in Giordania, dove affermano di avere distrutto velivoli statunitensi e ucciso marines: una versione che non ha ricevuto conferme indipendenti. Segnali d’allarme sono scattati anche in Arabia Saudita, ad al-Kharj, che ospita forze americane, e a Yanbu, sul Mar Rosso. Nonostante la retorica, la guerra mostra la frattura che attraversa anche il regime. Dopo l’uccisione di Ali Khamenei e la successione del figlio Mojtaba, rimasto quasi invisibile, i radicali accusano il presidente Masoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, e il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, di avere svuotato la rivoluzione attraverso un «golpe bianco».
Al funerale della vecchia Guida suprema, Pezeshkian è stato contestato al grido di «morte al compromesso», mentre Araghchi è stato insultato e costretto ad allontanarsi. Il deputato ultraconservatore Mahmoud Nabavian, che aveva evocato un colpo di Stato, è stato rimosso dalla commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale. A rompere lo schema di Teheran sta provando anche la leadership di Baghdad. Il nuovo primo ministro Ali al-Zaidi ha firmato a Washington 48 accordi, memorandum e intese con gruppi statunitensi e occidentali. Dal petrolio, all’elettricità alle infrastrutture. Nell’elenco compaiono ExxonMobil, Shell, Halliburton, Kbr e Ge Vernova. C’è anche Starlink, la costellazione di satelliti di Elon Musk. Ma il documento politicamente più importante riguarda una vecchia condotta: l’oleodotto verso il porto siriano di Baniyas, sul Mediterraneo, da ricostruire per offrire al greggio una via d’uscita che non passi davanti alle coste iraniane. Il prezzo politico richiesto a Baghdad è chiaro: ridurre l’influenza di Teheran e disarmare le milizie filo-iraniane accusate di avere colpito per anni uomini e installazioni americane e che ieri hanno bersagliato anche posizioni curde.
A Gerusalemme la partecipazione israeliana al conflitto viene data per scontata e imminente. I 63 aerei cisterna americani dislocati in tutto il Paese preannunciano operazioni più vaste. Ad alimentare la tensione anche i movimenti dei coloni. Un gruppo ha attraversato illegalmente il confine con la Siria e vi ha trascorso un’intera giornata, prima di essere bloccato e riportato indietro dalle truppe israeliane. La guerra esterna e quella interna ormai si alimentano a vicenda. L’Iran colpisce i vicini che ospitano gli americani, Washington tenta di spezzarne le capacità militari e petrolifere, l’Iraq vende al mercato globale l’idea di una via di fuga da Hormuz.

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