Nei carrugi di Genova con don Gallo: i luoghi «del diritto alla non sofferenza»
Dalla Comunità di San Benedetto al Porto ai progetti che hanno raccolto l’eredità del sacerdote sempre vicino agli ultimi

Due anime genovesi si aggiravano per i vicoli della città vecchia, tra via del Campo e piazza don Gallo: una è l’anima laica di Fabrizio De Andrè, l’altra è quella cristiana di don Andrea Gallo, uniti da tante cose a cominciare dalla fede calcistica per il Genoa. Si incontravano di notte, da buoni amici: «Belìn don Gallo lo sai perché ti sono amico? Perché sei l’unico prete che non mi vuole mandare in Paradiso a tutti i costi», confessava Faber, e il Gallo ricambiava assolvendolo: «Io ti sono amico, perché mi hai insegnato che le vite perdute sono le anime salve». De Andrè e don Gallo, idealmente si incontrano ancora nei carrugi , quei dedali misteriosi in cui si annidano le trame esistenziali più svariate, che, da sempre, formano la trama di quel macramè che è l’umanità multietnica di Genova. Di queste due “anime grandi”, resta molto di più che le canzoni poetiche e il piccolo museo di via del Campo dedicato al poeta De Andrè, e la piazzetta del sestiere di Prè, che dal 2014 (l’anno dopo la morte di don Gallo), reca il nome dell’uomo con il megafono, che per tutti qui è semplicemente il “Gallo”.
Megafono in mano, circondato dai suoi figgeu (ragazzini): così don Andrea Gallo appare nel murales restaurato sotto la chiesa del Carmine, di cui fu viceparroco prima del trasferimento a Capraia, maturato in una stagione di tensioni con l’autorità ecclesiastica. Il suo instancabile lavoro tra gli ultimi conviveva infatti con interventi pubblici su questioni come droghe ed eutanasia che lo collocavano lontano dal magistero della Chiesa, alimentando un confronto talvolta acceso. Nato a Campo Ligure nel 1928, ex partigiano, il “Gallo” già all’inizio degli anni Settanta faceva parlare di sé per la scelta di aprire le porte della Comunità di San Benedetto, fondata al Porto, ai tossicodipendenti e agli emarginati, suscitando entusiasmo in molti e perplessità in altri. Un approdo per la peggio gioventù finita in mezzo alla tempesta del male di vivere, per qualcuno quel posto è stato l’ultima ancora a cui aggrapparsi per non morire dentro, ucciso dalla sostanza. Una Casa questa Comunità che allora come oggi sfama il corpo all’osteria marinara, A’ Lanterna di don Gallo, ma soprattutto nutre le anime, specie quelle perse che diventano salve. Nella sua rete salvifica, di chi univa il Vangelo e ai dieci comandamenti i «primi dodici articoli della Costituzione», sono finiti tanti di quei ragazzi dalle vite e le vene bucate che incontrava nelle sue camminate, in cui memore della formazione salesiana, a Varazze, procedeva a passo lento «con i piedi rivolti a terra e lo sguardo rivolto al Cielo».
Quel suo itinerario spirituale per le strade di Genova lo abbiamo ripercorso con due splendide guide umane, Matteo Fortuna e Stefano Massari che da poco hanno fondato l’impavida casa editrice indipendente Crêuza de Mä, omaggio al mitico album del 1984 di De Andrè in collaborazione con Mauro Pagani. E il primo titolo che ha inaugurato le loro edizioni è stato proprio Il Vangelo degli ultimi (prefazione di Moni Ovadia, amico storico della Comunità di San Benedetto al Porto) scritto da don Gallo con Federico Traversa, globetrotter culturale (radiofonico e narrativo), uno dei tanti ragazzi a cui il “Don” ha cambiato la direzione mettendolo sul sentiero ostinato e contrario. «Andrea, l’ho incontrato per caso a trent’anni quando andavo in cerca di risposte. Per anni fino alla fine dei suoi giorni abbiamo viaggiato insieme in giro per l’Italia. Agli inizi, con stupore, mi resi conto che a ogni incontro pubblico, Andrea non parlava mai di argomenti religiosi e allora una sera ricordo che tra le nebbie di Novara dopo una presentazione in una libreria gli chiesi: ma tu, credi all’esistenza di Dio? Andrea aspirò il sigaro e mi disse: “Federico, cerchiamolo insieme”».
Quel sigaro, compagno fedele delle lunghe giornate in soccorso di quell’umanità offesa e dimenticata, è ancora acceso e brilla anche sull’effigie di don Gallo nella locandina di “Dimmichiescludi”. Una festa popolare in sua memoria, con tanta musica e incontri, da don Ciotti a Vinicio Capossela, che si è celebrata a fine maggio nella centralissima Piazza Matteotti. «È stato un atto politico in nome del Gallo, la riappropriazione di uno spazio civico fondamentale come la piazza», dice Marco Malfatto, il presidente di San Benedetto al Porto. La Comunità prosegue nel solco tracciato dal suo fondatore occupandosi, oltre che di dipendenze, di cibo, di diritto al lavoro, di tutela dell’ambiente e della cultura, con tutta una rete di servizi che sono gestiti da operatori, professionisti e volontari. La lotta alla droga rimane il versante in cui don Gallo si fece riconoscere denunciando la necessità di un cambiamento radicale per sanare la piaga. «Tre modi per affrontare la tossicodipendenza: partire dal prodotto, dal contesto, e dalla persona» andava ripetendo ovunque, frustando le coscienze, specie quelle dei politici attaccati solo alla poltrona, invitandoli a emanare leggi più giuste «perché le leggi – diceva – sono come i binari. Senza i binari i treni possono camminare?».
La Comunità viaggia su tanti binari e alla velocità massima, come quando c’era don Gallo. La tratta si è estesa a una serie di residenze che vanno dalla casa madre della Chiesa di San Benedetto, passando dal centro di accoglienza di Casa Anna Agostinis, e da lì alla Sala Paride Batini e il Teatro degli Zingari, sconfinando fuori Genova. A Giovi dove sorge la Cascina Canepa, don Gallo e i suoi ragazzi sono arrivati fino ad Alessandria. Qui, nel cuore della città piemontese, sono sorte la Casa di Quartiere, lo store di Second Life, la Cascina Rangone e l’Ortozero Cafè. «Tutte realtà in cui la nostra Comunità si innesta nel tessuto sociale del luogo e opera per quel diritto che don Gallo riteneva fondamentale: “Il diritto alla non sofferenza”». Un percorso che a cominciare dall’assistenza a persone con dipendenze fino agli ex detenuti si basa sulla massima salesiana «dell’educare e non punire, chi vuol farsi ubbidire, diceva don Bosco, prima deve riuscire a farsi amare». Entrando a San Benedetto colpisce quella bacheca dove un giorno don Gallo nello spazio libero trovò scritto: “Il male grida forte” e il giorno dopo con gioia e stupore i suoi occhi lessero: “Ma la speranza grida più forte”. Quella speranza l’ha condivisa con la gente comune e con i tanti amici artisti che l’hanno seguito in questo palcoscenico che è la vita di tutti i giorni, dove ognuno è chiamato a fare la sua parte.
«Un giorno a Barcellona incontro Manu Chao che sentendo che ero di Genova mi fa: “Quando torni a casa salutami don Gallo” – ricorda Federico Traversa –. La forza di Andrea era quella di entrare in empatia con chiunque e quel tempo che trascorreva con te ti faceva sentire un essere speciale». Ogni volta che passavano dal Porto, De Andrè, Vasco Rossi, Tonino Carotone, Piero Pelù,… non mancavano mai di salutare il Gallo. Cisco, dei Modena City Ramblers, chiese, ed ottenne con orgoglio dal “Don”, che gli declamasse dei passi del Subcomandante Marcos che poi ha inciso nel disco La lunga notte . Il buio della notte dei troppi cuori nelle tenebre è stato illuminato dal passaggio di quest’uomo che lasciava zaffate di sigaro che profumavano di bontà e di santa comprensione, ricordando a tutti: «Ho scelto di camminare insieme, di vivere con gli altri e per gli altri con un occhio di riguardo per quelli che stanno in fondo alla fila». Gli ultimi, quelli che fanno fatica a mettere assieme il pranzo con la cena e per loro è attiva la Rete Recibo: «Nel 2023 abbiamo recuperato 203.507 kg di eccedenza che sono andati a 24.188 beneficiari, 35.700 pasti distribuiti in strada e 67.264 nelle mensa – spiega Malfatto –. Andrea ci ha insegnato che “la povertà è sopportabile, ma la miseria è un’offesa alla natura umana”».
Oggi una delle grandi miserie di questo tempo è la fragilità delle nuove generazioni sedotte e abbandonate. «I giovani non hanno bisogno di maestri ma di testimoni autentici», ha cantato il Gallo fino alla noia, avvertendo i responsabili, quel mondo adulto fatto di genitori assenti o distratti: «Li buttate in acqua senza salvagente e in più gli fate il mare a forza 9… lo credo che affogano!». Per non farli affondare, la comunità di San Benedetto al Porto continua a calare le sue scialuppe di salvataggio, convinta come il suo fondatore che «in qualunque momento possiamo ricominciare da capo, perché tutti i santi hanno un passato, perché tutti i peccatori hanno un futuro». Don Gallo del futuro ha fatto appena in tempo a vedere salire al soglio pontificio Bergoglio, di cui aveva “profetizzato” l’elezione. «In un incontro, Andrea parlò per tutto il tempo della Teologia della Liberazione, auspicando un nuovo Papa sudamericano e dopo qualche settimana ci fu l’elezione di papa Francesco – racconta ancora Traversa - . Questa è stata la sua ultima intuizione, una delle tante a cui ci aveva abituati». Così come aveva visto lontano sui venti di guerra, auspicando: «La svolta epocale di questo millennio è l’incontro con l’altro e la cultura della pace che ha quattro colonne portanti: verità, giustizia, amore e libertà… Dobbiamo ascoltare e non giudicare, aprire un dialogo con tutti, senza pregiudizi. Solo così si cambieranno le cose».
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