La legittima difesa riscritta nel 2019, i veri poteri del Colle: cosa non si sa del caso Roggero
Alla campagna in corso a favore del gioielliere condannato a 14 anni, andrebbero aggiunti alcuni elementi: la magistratura applica norme che hanno già ampliato la protezione delle vittime mentre era vicepremier lo stesso Salvini (oggi a Bollate), i limiti costituzionali vanno tenuti presente e al Quirinale non si può chiedere un'indebita intromissione nelle valutazioni dei giudici

Strano Paese, il nostro, che mostra dimestichezza con i tecnicismi quando a tema sono le regole pallonare del fuorigioco, ma dimostra riluttanza a tener in conto le norme poste a presidio del valore più grande, ossia il diritto alla vita. Anche solo a stare ai valori laici della Costituzione dovrebbe essere chiaro che la civiltà di una nazione si misura dai diritti, non preclusi nemmeno ai detenuti o ai delinquenti colti sul fatto. La legge del “taglione” è stata superata da un pezzo e la pena di morte, vietata per lo Stato, non può essere legittimata per il privato cittadino, nemmeno a quello esasperato da minacce ripetute alla sua attività e alla sua famiglia.
I magistrati sul caso Roggero, d’altronde, non hanno fatto altro che attuare una norma riscritta proprio da un governo che vedeva Matteo Salvini (oggi a Bollate per un presidio di solidarietà, ndr) vicepremier, nel 2019, per ampliare l’ambito della legittima difesa, senza però ledere i principi cardine del pericolo attuale e della reazione proporzionata, che avrebbero reso altrimenti incostituzionale la norma in questione. Principi del tutto assenti nel caso di specie. E, tuttavia, non è per una valutazione nel merito che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inteso stoppare sul nascere l’iniziativa del ministro della Giustizia, Nordio, ma – nel metodo – per totale carenza dei presupposti. Si sarebbe creato un precedente pericoloso e il Quirinale ha riaffermato, citando l’ex presidente Luigi Einaudi, l’esigenza di lasciare intatte al successore le sue prerogative. L’istanza infatti doveva e deve partire o da una richiesta del condannato o da un’autonoma iniziativa del capo dello Stato, non dal governo. Non si può d’altronde concepire la grazia come una sorta di quarto grado di giudizio. In questo caso, poi, si è andati oltre: si è ipotizzata una sorta di “sostituzione” della magistratura giudicante mettendo in discussione la sentenza definitiva ancor prima, persino, che fossero rese note le motivazioni della Cassazione.
L’indignazione popolare è per certi versi comprensibile, contiene la pietà da riservare a chiunque, vittima di continui soprusi, si trovi a diventare omicida perdendo il controllo delle sue azioni. Ma è evidente che non si poteva, e non si può, chiedere a Mattarella, che è presidente del Csm, garante del corretto equilibrio fra poteri, un’iniziativa di indebita intromissione nella sofferta valutazione dei magistrati, che di queste attenuanti hanno tenuto conto. La sensazione allora è che, in questo clima di pre-campagna elettorale, si sia ancora una volta tentato di tirar dentro il capo dello Stato. Solo ora Mario Roggero, dopo aver combattuto una battaglia contro le decisioni dei magistrati incompatibile con un’istanza di grazia, parla per la prima volta di pentimento, accanto peraltro ad altre dichiarazioni fuori luogo, riferite ad altri casi, come quello di Nicole Minetti, che con questo non ha niente a che vedere, non essendo mai stata messa in discussione, in quel caso, la decisione dei magistrati, sulla quale il capo dello Stato non ha titolo per intervenire.
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